[REPORT] La Napoli tropicale dei Nu Guinea a Jazz:Re:Found

Se oggi dovessimo attribuire un sound a Napoli forse non ci aspetteremo ammiccamenti funky e svolte tropicali. Invece “‘A Voce ‘E Napule”, di quella Nuova almeno, ha il timbro degli anni Settanta e il volto dei Nu Guinea. Sabato 8 dicembre, il progetto di Lucio Aquilina e Massimo di Lena ha arricchito la lineup di Jazz:Re:Found con una performance incendiaria al Supermarket di Torino.

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_di Alessia Giazzi
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Io a Napoli non ci sono mai stata. Al nominarla, quindi, mi posso concedere il lusso di voli pindarici ingenui e vicinissimi al sole: posso chiudere gli occhi e camminare tra strade larghissime e vicoli lastricati, posso costruire i palazzi della mia città idealizzata mattone su mattone, pietra bianca su pietra bianca. Chiudo gli occhi e sento l’aroma del caffè che permea ogni molecola dell’aria salmastra che abbraccia il Vesuvio, mentre i raggi del sole picchiano forte sulla pelle scoperta degli abitanti della mia Napoli immaginaria, velandola di sudore.
Napoli nella mia testa trasuda opulenza e lascivia, buonumore e tradizione racchiusi in una bolla di fiato tropicale.

Sabato sera, mimetizzata tra il pubblico di Jazz:Re:Found che si accalcava sotto il palco del Supermarket, ho aggiunto un’instantanea sonora all’album della mia Napoli mentale e adesso la capitale partenopea ha in contorni di una canzone dei Nu Guinea.
Il progetto di Lucio Aquilina e Massimo di Lena, reduce dall’exploit dell’ultima fatica discografica Nuova Napoli, colonizza la location torinese con una formazione live allargatissima, saturando lo spazio sopra il palco mentre noi ci occupiamo di quello sottostante.
Ma quanti siamo? Quanti gradi ci sono? Quanti strati possiamo toglierci per rendere questo microclima accettabile? Tutte le domande rimangono insolute mentre la band inizia a suonare e in un battito di ciglia veniamo rapiti e catapultati in una Napoli uscita dagli anni Settanta più funky che possiamo immaginare, appiccicati gli uni agli altri in un moto perpetuo a ritmo delle percussioni selvagge e del basso incendiario.

La temperatura sale, la pelle arde e la liveband dei Nu Guinea vola altissimo tra inni irresistibili come Disco Sole e Je Vulesse, da cantare ad altissima voce, riempiendo i polmoni di aria rovente.

Loop infiniti al limite della psichedelia guidati da una formazione amante dei virtuosismi che non solo oltrepassa la perfezione, ma la fa sembrare un gioco da ragazzi: il buonumore degli otto elementi sul palco è contagioso, tanto che è difficile smettere di sorridere tra un ballo e l’altro mentre la voce irresistibile di Fabiana Martone si amalgama magicamente con le frequenze sonore della Nuova Napoli. Ciliegina sulla torta, nella setlist della band spunta un inedito tropicale a completare il quadro surreale di una città rovente, improvvisamente catapultata all’ombra di piante esotiche e umidità verdeggiante.

Se dovessi dirvi come mi immagino Napoli adesso, vi direi che davanti ai miei occhi si erge una giungla, una giungla fissata per sempre in una diapositiva dalle sfumature seppiate delle fotografie degli anni Settanta. Ai Nu Guinea bisogna riconoscere la capacità di aver saputo scattare, o meglio suonare, istantanee vividissime e nostalgiche che immortalano la Nuova Napoli mentre ancora affonda le mani nella sua terra, scavando verso le sue radici più profonde, ma che allo stesso tempo guarda verso l’obiettivo e già oltre la macchina fotografica. Chapeau.