L’uomo che viaggiava nel tempo: considerazioni e avventatezze su Dick e Carrère

È una finta quella di Emmanuel Carrère, una biografia come fosse un ramo della letteratura fantastica. Questa è la soluzione preferita dall’autore francese quando decide di affrontare un gigante della fantascienza. Non ci sono riferimenti, non ci sono fonti autorevoli in Io sono vivo voi siete morti, Carrère costruisce il suo libro non come un archivista ma come un romanziere.

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_di Francesca Fazioli

Quando ti trovi di fronte a Philip Dick c’è cosi tanta ricchezza, abbondanza, perversione, scandalo che finisce che Philip diventa un intelligente, divertente e irriverente coglione. Un uomo che trova il dramma nelle piccolezze, nei margini, in delicati e quasi impercettibili cambi di prospettiva. Non è dato al lettore nessun modo di sapere cosa è vero e cosa è immaginato, ma Carrere afferma nella prefazione, «ho voluto rappresentare la vita di Philip Dick con la stessa libertà ed empatia – anzi con la stessa verità – con cui lui ha raffigurato i suoi personaggi». Dubitare è l’ispirazione principale di Dick, un anti-cartesiano che sembra offrirti come unica risposta un interrogativo, perché pensi che i pensieri nella tua testa ti appartengano? Le sensazioni, i ricordi, tutto nei romanzi di Dick può essere falsificato. I suoi personaggi credono sinceramente di essere persone quando scoprono solo di essere robot programmati per crederlo, a volte sono solo dilaniati dalla possibilità di poterlo esserlo. Non c’è alcuna sicurezza, né per loro né per noi che leggiamo.

In Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Deckard per lavoro dà la caccia a persone che non lo sono, le emozioni della moglie vengono filtrate da una macchina, basta comporre un numero, il 594, perché la discussione iniziata sia terminata da “un lieto riconoscimento della saggezza superiore del marito in tutte le questioni”. Forse se fosse esistita davvero avrebbe impedito a Dick di divorziare quattro volte. Ma torniamo al romanzo, anche la fede del cacciatore di androidi è falsa, il Mercerismo, la religione che vige su questa Terra buia e fosca è una finta, le scatole d’empatia sono il collegamento tra i fedeli con il loro Messia, Wilbur Mercer, ma anche lui si rivela essere una menzogna ben orchestrata, un attore squattrinato alla disperata ricerca di un lavoro. Non c’è consolazione, anche il rospo che Deckard trova alla fine, si scopre essere elettrico, proprio come le pecore, l’unica cosa certa è che anche loro hanno una vita, una vita miserabile.

Dick non è un uomo dalle ambizioni frustrate ma un uomo che si strugge nella sua stessa fantasia, un uomo fedele al suo mondo e alla scrittura come forma di protesta e satira sociale. Ha amato la fantascienza da quando era piccolo e da grande non ha dimenticato i tormenti che da dodicenne aveva appreso leggendo un racconto sul celebre pulp magazine Astounding Stories. L’impero non finisce mai è diventato un lungo incubo da cui Dick non sapeva districarsi, il primo tassello che ha acceso in lui la voglia di risolvere i misteri dell’esistenza. Come sgarbugliare questo intricato dilemma? Viaggiare nel tempo, avere uno sguardo indiscreto sul futuro o semplicemente immergersi in una paranoia estrema. Il futuro sarà identico al passato, non importa come la società si evolverà, gli uomini resteranno meschini, il sordido desiderio del denaro e di violenza resterà iscritto nel loro DNA.

Emmanuel Carrère

I mondi tratteggiati da Dick non sono malvagi o oppressivi ma banali come la realtà che viveva lui, solo spazi luridi, squallidi, equivoci dominati da una élite avvilita e da una popolazione sciocca e illusa. Tutto ciò implica che l’intera società sia coinvolta in una lotta apparente, una battaglia contro nemici inesistenti che comporta una vittoria nulla. Ecco il tipico romanzo di Dick, straordinariamente intuitivo e doverosamente realistico nelle conseguenze. Quando i paranoici si uniscono, si tramutano in un’identità che può funzionare, quanto ha funzionato l’America di Nixon. Le tre Stimmate di Plamer Eldrich procede su questi binari, gli individui sono stati costretti ad abbandonare la Terra per vivere in colonie su Marte, qui trascorrono le loro giornate in tuguri a basso costo. L’unica fuga è rappresentata da Perky Pat, una bambola che assomiglia a Barbie, e il suo aitante fidanzato Walt. I migranti assumendo un potente allucinogeno illegale ma tollerato dalle forze d’ordine, il Can-D, hanno la possibilità di trasferirsi nei corpi di Pat e Walt e per un breve e intossicato momento vivono in una San Francisco anni Sessanta felici e spensierati.

Come ci lascia intuire Carrere, Philip Dick è uno schizofrenico borderline che ha attraversato cinque matrimoni perché odiava sentirsi solo ma non era particolarmente adatto a mantenere una relazione? Non lo possiamo sapere, ma sicuramente le sue intuizioni non erano legate alla dexadrina e al valium come ha lasciato intendere. Forse era solo la cosa più cool da dire o da far pensare in quegli anni. Quell’omone dalla barba incolta con il proseguire della sua scrittura aveva capito che per resistere alla noia esistenziale l’unica via era il divertimento, anche se tossico e irrealistico, l’unica fede di cui inebriarsi.

La lucida follia di Dick sta nell’insistenza con cui vuole dimostrare che il segno distintivo della follia sta nel mondo al di fuori di lui, contrassegnato dalla violenza che accettiamo come normale e l’alienazione come la sola codificazione possibile di questa realtà.