[REPORT] Martin Sexton al FolkClub: come rivedere un vecchio amico

Ascoltare Martin Sexton dal vivo è come fare una lunga chiacchierata davanti al fuoco con un vecchio amico garbato, che tra un accordo ed un virtuosismo vocale ti racconta la storia della sua vita, fatta di viaggi on the road, hamburgers e chiesa, come nella più classica delle storie americane.


_di Giovanni Scrivanti

Proveniente da una famiglia numerosa, inizia la sua carriera alla fine degli anni ’80, suonando a Cambridge, MA, vicino ad Harvard Square. Dopo essere diventato una presenza fissa dei quartieri universitari, inizia a suonare nei primi club di Boston, pub dall’atmosfera intima e un po’ europea, dove si sta a stretto contatto con il pubblico: proprio come al Folk Club, che ricorda a Martin il locale dove si esibì per la prima volta davanti ad un pubblico, vicino ad Harvard Square.

La serata del Folk Club inizia con l’esibizione dell’ottimo Alex “kid” Galeazzo, che prepara l’atmosfera cantando la versione tradotta in inglese de “Il blues dei blues” di Cesare Pavese.

Si inizia a sentire aria d’America, e poco dopo compaiono Martin Sexton e la sua chitarra: inizia il viaggio attraverso i generi e gli stili di canto.

Sì, un vero e proprio viaggio, perché cantautori come Martin Sexton trascendono i generi e le definizioni tradizionali, mescolando il Folk con la canzone classica americana, il jazz, il blues, lo scat, il gospel e addirittura lo yodel. Superando anche i confini del puro intrattenimento musicale, tipicamente fatto di performance dal vivo e qualche frase di circostanza pronunciata mentre si sta accordando la chitarra, Sexton porta il pubblico del Folk Club in un Cabaret americano, con battute, gag ed aneddoti che si mescolano con le canzoni in un’unica performance di intrattenimento, dove non ci sono mai momenti vuoti.

Il pubblico è accompagnato e coinvolto, ma sempre con garbo e con una delicatezza quasi commovente: Sexton annuncia le parti dei ritornelli che vuole condividere con gli spettatori, precisando anche la giusta intonazione ed invitandoci a tenere la giusta nota per qualche secondo, prima di iniziare la canzone. La conversazione tra l’artista e il suo pubblico scorre naturale, come se ci si conoscesse da tempo, trasportando il pubblico attraverso oltre un’ora e mezza di concerto. La performance di Martin Sexton è notevole anche dal punto di vista tecnico: la sua voce sembra non aver bisogno del microfono, ed anzi pare risuonare meglio nei frequenti momenti in cui Sexton improvvisa i suoi virtuosismi lontano dall’asta.  Un artista che ti sembra di conoscere da sempre, come un vecchio amico d’infanzia. 

I prossimi appuntamenti al Folk Club: l’attesissimo ritorno in via Perrone di Mannarino (il 28 novembre) e la Buscadero Night in compagnia di Malcolm Holcombe (7 dicembre). 

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