Notti Magiche: Virzì insegue un gol ma perde ai rigori

Con un ritmo incalzante ma un’ironia più telefonata del solito, Paolo Virzì firma un “noir alla romana” che è contemporaneamente un romanzo di formazione ed un memoir sul cinema e sull’Italia dei Novanta. Nella sovrabbondanza di temi e citazioni, però, il regista livornese sembra lasciarsi fin troppo trasportare dall’impeto giovanile indotto dalla nostalgia, che lo tradisce al momento del “gol decisivo”. Così, a Notti Magiche manca semplicemente un po’ di magia.


_di Lorenzo Giannetti

Dopo il viaggio on the road di Ella e John, Paolo Virzì torna a  “guardare dalla finestra” raccontando una storia tutta italiana. Nell’anno dei Mondiali giocati in casa, tre giovani aspiranti sceneggiatori, finalisti del prestigioso Premio Solinas, entrano a contatto con la Grande Bellezza e contemporaneamente col grande squallore dell’elite cinematografico-televisiva dell’epoca, a cavallo tra il tramonto di maestri come Fellini e la sfarzosa decadenza dell’Impero Cecchi Gori. Nella vita reale sarà il preludio dell’epopea mediatica berlusconiana, mentre sul grande schermo è l’affresco nel quale si muovono – ora incerti, ora incauti – i tre protagonisti della pellicola, coinvolti in una grottesca crime story à la Woody Allen che farà da collante all’intera vicenda.

La romana d’alto rango con bagaglio d’ansie a carico, il siculo timidino con sindrome da primo della classe, il toscano caciarone e vulcanico con travaglio interiore: soffrendo il peso di una scrittura sì frizzante ma pure parecchio stereotipata, il trio di copertina si imbottiglia (e si perde) tra le viuzze della Capitale, sormontato anche da una mirabile quanto ingombrante galleria di personaggi di contorno (veri, verosimili o fittizi che siano). In un certo senso, sembra esserci ancora Allen dietro l’angolo: in primis ripensando alla “passerella” di star di Midnight in Paris aggiornata ai tempi di Amarcord, ma anche riscontrando una po’ di stanchezza – comune ai due registi – nel riproporre alcuni motivi ricorrenti della propria poetica.

Qui si ha l’impressione che Virzì si diverta a giocare con un registro quasi televisivo, da “fiction d’autore”: volutamente, vezzosamente. Non cade troppo rovinosamente nella trappola della nostalgia senile, fine a se stessa, è vero; tuttavia indugia un po’ troppo tra le pagine dell’albo dei ricordi, perdendo qualcosa della sua sferzante capacità di sintesi. Sembra tutt’al più mosso dall’ebrezza adolescenziale infusa nei suoi protagonisti (tre possibili “maschere” dello regista stesso nel corso della sua gavetta?) che lascia il film ad un bivio: incompiuto sia come ritratto intimista (troppo sbrigativo) che come affresco sociale (poco suggestivo). E alla fine – con un simil deux ex machina meta-cinematografico più paternalistico che ispirato – “Notti magiche” può essere preso come un mezzo passo falso o come un divertissement colto. Si propende per la seconda.

Calcisticamente parlando… quando le partite non le chiudi rischi poi di perderle. Ma, ben’inteso, è un piacere veder giocare campioni come Virzì, ai quali però si richiede sempre una prestazione superiore alla media.

Raro esempio di locandina cinematografica italiana non pacchiana e dozzinale.

 

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