La cronaca familiare de Le donne di Lazar’ di Marina Stepnova

Vi raccontiamo una delle ultime uscite della casa editrice Voland, tra saga familiare, parabola storica e complessa narrazione di affetti.


_di Silvia Ferrannini

Ne Le donne di Lazar’ di Marina Stepnova il tempo della Storia può durare un capitolo intero – vivo, vibrante di particolari, mai dispersivo – come un solo denso paragrafo. In fondo, una cronaca familiare non conosce definizioni temporali: può durare un attimo malgrado si articoli lungo intere esistenze. C’è qualcosa di nabokoviano (si pensi ad Ada o Ardore, o a Il Dono) in questa larghezza di vedute e suggestioni, di lirico e ironico insieme; d’altra parte, nella prosa russa pulsa una visceralità intensa almeno quanto le tessiture emotive che disegna, di parola in parola, di immagine in gesto, di sguardo in sensazione: una scrittura quasi sinestetica, che avvolge nei personaggi e nei contesti con docile lentezza malgrado il turbinio della narrazione.

La terza fatica della Stepnova ha garantito alla promettente autrice russa il terzo posto al premio letterario Bol’šaja Kniga e l’ha fatta arrivare finalista al Russkij Booker, al Nacional’nyj bestseller e al Jasnaja Poljana, a conferma del fatto che Voland scommette e assegna fiducia a un romanzo dal valore genuino e sofisticato insieme – illuminato, inoltre, dalla splendida traduzione di Corrado Piazzetta. Significativamente il libro ha ottenuto un largo consenso di critica ed è stato tradotto in 24 lingue e pubblicato in tutto il mondo, dall’Europa all’India fino ai Paesi Arabi.
Non è semplice affrontare un libro che traccia un’ardita arcata di storie, ambientate tra Mosca e N-sk, dall’impero zarista al regime staliniano, attraverso il governo Chruščëv e la perestrojka, fino a riferimenti ai giorni nostri. Le donne di Lazar’ abbraccia l’esperienza storica russa degli ultimi cent’anni attraverso la calda materia degli affetti di Lazar’ Lindt, che più che protagonista par essere raccordo tra le donne che veramente abitano il racconto.
L’anima femminile che più s’avvinghia al cuore di Lindt è quella di Marusja, moglie del mentore Čaldanov (il primo a vedere il genio matematico di Lazar’ e a condurlo alla fama attraverso una fulgida carriera universitaria). Marusja è amata «anche dai fiori», soffre e gioisce con trasporto ma mai a voce troppo alta, è metafora incarnata della mite bellezza della vita. Le donne che Lazar’ avrà in futuro non sono che «ricettacoli vuoti, scuri, rimbombanti, dove tentava di nascondersi perché amava Marusja senza essere riamato».

Nel racconto di questo sconsolato amore c’è qualcosa di dostoevskijanamente disperato e lamentevole -una tonalità, questa, che affiorerà come una dorsale profonda in più luoghi della narrazione. La Grande Storia in effetti c’è (e anche ben documentata), ma non è l’inclinazione cronachistica quella che più s’addice alla levità della scrittura stepnoviana.

Quasi cinematograficamente vedremo Lindt sposarsi alla giovane Galina Petrovna, la quale vede gradualmente spengersi la sua infanzia da bambina privilegiata (da Galočka, percui ben si capisce che nomi e soprannomi non mutano mai casualmente tra le pagine) in una sorta di vedovanza autoimposta, all’insegna della ricchezza più sfacciata, del gelo perenne sul volto e dell’effluvio di Dior. A lei spetterà tuttavia il compito di prendersi cura di Lidočka, giovane promessa della danza con occhioni grandi da cucciolo, la quale fin dalla più tenera età, dopo l’annegamento della madre, imparerà a misurare il peso della sua tragedia:

«Bisognava continuare a vivere e a danzare. Dio mio, danzare ancora!».

Dallo sguardo di Lidočka la storia prende avvio e si chiude, quando l’URSS non c’è più, e può prospettarsi solo la strenua volontà del riscatto, della convivenza con i propri spettri, nell’accettazione della tenerezza del pianto e delle angosce dell’amore. In questo senso, la Stepnova dipinge un delicatissimo equilibrio di contrari, senza tradire le radicate contraddizioni che fanno di noi uomini ciò che siamo. Senza mai perdere di vista il cammino del lettore, l’autrice non scioglie le antitesi ma ribadisce la loro grazia in nome della parola e della sua carica significante (e in tal senso è ancora più lodevole il lavoro di Piazzetta). D’altra parte la voce narrante non proviene dall’alto, bensì dal fianco dei protagonisti, con la limpida lucidità di chi ha visto, vissuto e metabolizzato quanto si racconta: la Stepnova cerca questo scaltro incanto, fa dei personaggi i suoi amici più cari, e ce li presenta in tutta la loro insanabile vulnerabilità. Ma è anche vero che, con un’inedita punta d’ironia, l’autrice stabilisce la sorprendente logica delle piccole cose, di toccata e immediata comprensione, le uniche da cui può derivare una grande felicità. E infatti il romanzo si chiude con una risata, e “un bacio ad una piccola mano”.

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