[REPORT] Gli Spiritualized presentano il loro nuovo disco dal vivo a Barcellona

Un concerto intimo e introspettivo quello con cui Jason Pierce e soci presentano il loro ultimo album And Nothing Hurt al Razzmatazz a Barcellona: è accaduto davvero o stiamo ancora fluttando nello spazio?


_di Roberta D’Orazio

Le luci conoscono già il segreto, raccontano con precisione chirurgica ciò che il pubblico affezionato già sa, e gli amanti dell’ultima ora capiranno a breve, sin dalle prime battute. Quando gli Spiritualized salgono sul palco del Razzmatazz a Barcellona, la band è immersa in un’atmosfera blu e acida, ma i fari sono puntati su J. Spaceman, al secolo Jason Pierce. Il frontman ha lo sguardo coperto dagli occhiali da sole, indossa una T-shirt bianca e un’aria un po’ spaesata, almeno fino a quando non si siede al posto di comando – uno sgabello di fronte a un leggio al lato destro del palco – e dimostra che, per quanto immensi siano i musicisti di cui si accompagna, suo è il carisma, sua la vocazione.

Gli accordi acidi di “Come togheter” esplodono più in fretta delle nostre aspettative, e nel giro di pochi secondi siamo già sospesi nello spazio psichedelico. Non sono solo le voci gospel delle tre coriste ad accompagnare il cantato strafottente e spigoloso di Pierce: è l’intera sala.
L’incipit sembra però in prima istanza una promessa tradita: non saranno i brani più ritmicamente più aggressivi a popolare la sala. Ci troviamo ad una sorta di proiezione privata sulle viscere degli Spiritualized, che ben riflette l’intimità ascetica dell’ultimo album And nothing hurt.

Con una manciata di brani oculatamente selezionati, la band ripercorre i momenti essenziali – nel senso letterale, privi di orpelli decorativi – della propria storia.

Il culmine è rappresentato dall’esecuzione struggente di Stay with me e Broken Heart – il nostro cuore è la chiesa vuota in cui ci apprestiamo a ricevere il corpo di un Cristo fragile, che Pierce rappresenta perfettamente. La sua aura è contenuta entro i confini labili della sua figura, la presenza dei suoi musicisti appare necessaria a fornire sostanza alla sua apparizione.

Peculiare è la scelta successiva di presentare il nuovo lavoro nell’ordine esatto della setlist da studio. Nonostante la sala sia grande, l’impressione che ne consegue è quella di una festa privata, in cui gli Spiritualized eseguono per i propri amici il loro nuovo disco, così com’è, come se fosse per noi tutti il primo ascolto in assoluto. Un’operazione che sarebbe stata di certo ulteriormente valorizzata dalla scelta di un’altra location – un teatro ad esempio. Non mancano tuttavia momenti significativi in cui la compostezza richiesta al pubblico viene stravolta da vertiginosi viaggi su accordi di chitarra distorti oltre ogni limite, o in cui sussultare per un giro di blues accompagnato da un’armonica sche strappa al cuore ogni battito.
“I’m your man” e “Let’s dance” sono accompagnate da una standing ovation, qualcuno sussurra alle mie spalle: “Definitivamente il mio gruppo preferito.”

Un attimo prima di uscire, Pierce guarda per la prima volta fuori dal palco, accorgendosi come d’improvviso della nostra presenza. La band va via nella penombra, per tornare in scena poco dopo, e sugellare la fine di questa funzione sospesa tra il sacro e il profano con una gloriosa esecuzione di “Oh happy day” che crea un senso di comunità – non una sola persona in sala tace, stiamo tutti cantando.

Le luci si accendono, degli Spiritualized nessuna traccia. Non so dire se ciò che abbiamo visto è accaduto davvero, se l’abbiamo soltanto immaginato o se, signore e signori, stiamo ancora fluttuando nello spazio.

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