[INTERVISTA] Nella zona grigia tra reale e fittizio con Raffaele Riba

Raffaele Riba ci racconta la storia della stesura del suo ultimo romanzo, “La custodia dei cieli profondi” (pubblicato da 66tha2nd questo settembre) e non solo: la passione per la cosmologia, i modelli letterari e cinematografici, i simboli nascosti e rivelati. Ci addentriamo nel corollario di reminiscenze e rimandi sospesi della suo universo narrativo.  


_ di Beatrice Brentani

Dopo aver seguito l’intervista a cura di Pier Franco Brandimarte Sara Lanfranco al Circolo dei lettori, ho deciso di leggere il suo nuovo romanzo, La custodia dei cieli profondi, pubblicato da 66tha2nd, casa editrice presso cui l’autore si occupa di narrativa italiana. Classe ’83, diploma da perito chimico e laurea in Lettere, un’antitesi perfetta. Eppure, quest’antitesi la trova, la sua sintesi: la scrittura è la chiave. E chi lo ha detto che i nostri due emisferi celebrali sono divisi, o che non si possa possedere un’intelligenza doppia, scientifica e umanistica?

La custodia dei cieli profondi è un libro pieno di domande. È corposo, denso. Non costruisce assiomi, ma è proprio questa mancanza di certezze che lo rende tanto bello.

A fine lettura, mi sono resa conto del fatto che mi sarebbe tanto piaciuto incontrarlo a tu per tu questo autore che per me è capace di scrivere letteratura con tanto rigore, attenzione al dettaglio, come un matematico, appunto (o un astronomo?), ma è al tempo stesso abilissimo a mascherare l’esattezza tingendola di colori offuscati, opachi, indefiniti. Mi sono immersa e persa nella storia e nella forma, come avvolta nelle nebbia.

Quando sono riemersa, ho deciso di intervistare Raffaele. Qualche giorno dopo ero con lui davanti ad un caffè per una chiacchierata rilassata, una conversazione che ha toccato vari argomenti senza appesantirsi mai o finire nel vuoto, anzi: sempre stimolante, anche divertente. Sono tornata a casa con un sorriso enorme. Prima di cominciare, allora, voglio dire grazie, Raffaele, per aver risposto in maniera così esaustiva. E grazie per i tuoi consigli, per l’assenza di fretta, per il tempo.

Com’è nata l’idea per questo romanzo? E quanto tempo fa?

La custodia dei cieli profondi è nato sette anni fa, ma l’idea era un po’ diversa da quella che è, ora, la realtà della storia: avevo pensato di parlare sempre di fratellanza ma in maniera più sottile, meno diretta. I personaggi sarebbero dovuti essere quelli di Caifa, l’Imperatore romano che chiese la crocefissione di Cristo, e Primo Levi: entrambi appartenenti al popolo ebraico, ma mentre uno era stato il rappresentante supremo della sua forza, l’altro può essere letto come l’altra faccia della medaglia, lo specchio del tentativo del suo annientamento.
Mi interessava, comunque, il gioco metaforico: qui il cambio di rotta, la decisione di parlare di altri due fratelli, Gabriele ed Emanuele, una sorta di Caino e Abele dei nostri tempi. E qui anche l’introduzione dei cosmo e dei fenomeni luminosi all’interno della storia: da sempre, nella storia dell’umanità, ai fenomeni luminosi sono stati attribuiti significati altri, costruzioni create per scopi terreni – sto pensando, per esempio, al significato religioso della stella cometa. E’ la costrizione a cui determinati eventi o personaggi (vedi Caino) divengono succubi che mi interessa. La falsa attribuzione di un messaggio, di un ruolo.
E quindi, eccoci qui: sono approdato, alla fine, a parlare metaforicamente dell’assenza, del tempo. Del vuoto lasciato da chi si allontana, e l’appropriazione, da parte dell’altro, dell’identità di chi abbandona, per coprire questo vuoto dato.

La proiezione di Gabriele ed Emanuele nelle figure di Caino e Abele ce la sveli già nella dedica, in effetti: tutto dev’essere preso in considerazione, in questo libro, tutto ha un significato che rimanda ad altro.
E questa tua passione per la cosmologia, invece, come è nata?

Devo ammettere che la parte in cui parlo di Gabriele che si sfoglia, da bambino, l’Enciclopedia dell’universo, è vera. Non è un elemento fittizio perché proviene direttamente dalla mia infanzia: ero solito sfogliare e sfogliare e sfogliare quelle pagine, mi piacevano moltissimo, le imparavo a memoria.
Sono convinto che un approccio scientifico alla vita sia la chiave esatta per stare al mondo e per comprenderlo, scoprirne le cose. Etologia, cosmologia e astrologia sono alcune tra le mie grandi passioni e sono per me correlate: nel mio primo romanzo mi sono concentrato di più sulle cose della Terra, qui, invece, sulle cose degli astri. Il loro essere sempre lì, sopra di noi, sempre in cambiamento, mi affascina. Non ho mai fatto vere e proprie ricerche per questo romanzo, non ho mai letto, per esempio, un libro che parlasse di astrologia apposta per avere più materiale da utilizzare. Semplicemente, mi sono lasciato trasportare dalle “atmosfere” dei libri, dei saggi, dei film, (delle Enciclopedie!), di qualsiasi cosa colpisse il mio interesse, la mia curiosità di scoprire qualcosa in più, e non solo sui fenomeni celesti.
E poi, c’è questa cosa del tempo. Quanto cambia la percezione del tempo in ognuno di noi. La distanza anni luce tra i pianeti, la differenza tra l’ora che segna il mio orologio quando lo avvicino al mio corpo e l’impercettibile (ma pur esistente) differenza temporale che accade quando allontano il braccio, lo distanzio da me – l’orologio non segna più l’ora giusta, e sembra paradossale, perché non è possibile accorgersene, eppure è così. Eventi che accadono ora in un determinato posto dell’universo e di cui noi non sapremo nulla se non tra anni e anni e anni, magari, quando ciò che è accaduto avrà (forse) un qualche effetto sul pianeta Terra. Lo spaziotempo è qualcosa che fatichiamo a comprendere e proprio per questo ne rimango affascinato.

Hai parlato di libri e di film. Quali sono stati dunque i tuoi modelli letterari e cinematografici?

Sicuramente, Volodine. Ho letto Terminus Radioso (66tha2nd) e Angeli Minori (L’orma), mi hanno influenzato molto. Per quanto riguarda, invece, il cinema, potrei citare Another Earth ( Mike Cahill, 2011) e Melancholia (Lars von Trier, 2011), ma sicuramente ce ne sono molti altri che mi hanno ispirato, anche inconsciamente, nello scrivere questa storia.

E del tuo rapporto con la casa editrice 66tha2nd che ci racconti?

Che dire, è fantastico. Un ambiente che mi piace moltissimo, mi ci trovo bene. Mi fa sentire completamente a mio agio. Alla fine, io penso che quasi ogni autore che, una volta pubblicata la sua prima opera, abbia avuto anche solo un discreto successo, possa iniziare a “scegliere” da chi farsi pubblicare le seguenti: ho scelto 66tha2nd per la sua qualità, per il suo essere una casa editrice indipendente e, dunque, un organismo che ancora “fa ricerca” quando bazzica alla scoperta di nuovi autori. Nei piccoli ambienti l’attenzione per il dettaglio è, ovviamente, maggiore. Vi è più premura nel pubblicare non l’autore che vende di più, ma quello che interessa di più per le peculiarità dei suoi scritti o che si avvicina maggiormente a quelli che sono lo stile, il taglio e gli argomenti prediletti dagli editori.

Hai per caso già in mente un’idea per il tuo prossimo libro?

No, non ancora, sono sincero. Ho soltanto un paio di bozze che mi frullano per la testa ma per il momento non ho ancora scritto nulla. Mi sono accorto, però, di quanto i miei primi due libri siano indubbiamente collegati: questo mi ha fatto venire in mente che dovrà pur esserci lo spazio per un terzo.
Giorgio Vasta, nella recensione che ha scritto al mio primo romanzo (la potete trovare su minima&moralia), ha scritto che quella è una “storia di affetti mancati”. Penso che anche il mio secondo romanzo sia la stessa cosa. E’ questo un altro tema a me molto caro e che mi piacerebbe sviluppare nella mia prossima storia: il comportamento cognitivo dell’uomo. Il personaggio del padre di Gabriele ed Emanuele, che a un certo punto della sua vita diventa afasico, è un bozzetto interessante a questo proposito.
Mi piacciono molto anche, parlando di figure storiche, Jean-Paul Marat e Ponzio Pilato. Sono entrambi personaggi che sono stati “sfruttati” (uno dalla Rivoluzione francese, l’altro dalla Bibbia) e a cui sono stati attribuiti ruoli che non gli appartenevano – ritorna sempre il mio interesse per questo tipo di situazioni (ti ricordi quel che ho detto a proposito dei fenomeni luminosi?). Non sarebbe male riuscire a scrivere una nuova opera in cui concentro tutte queste mie idee.

Ora, Raffaele, ho altre due domande per te. Vorrei entrare un po’ più dentro alla storia che ci racconti in questo romanzo: io l’ho percepita come un racconto di “ossessioni”: la morte, la resistenza al disordine, il “giudizio di paese”, la vendetta, l’assenza di Emanuele, le leggi della fisica, ecc. 
Pensi che siano le nostre ossessioni a determinarci, a fare di noi gli individui che siamo?

Io penso che, sicuramente, le “storie” che ci creiamo (e anche quelle che leggiamo) ci condizionino l’esistenza in maniere strabilianti. Spesso, nemmeno ce ne rendiamo conto. Ogni storia però deriva sempre da un principio di verità: e quindi, qual è esattamente il confine tra realtà e finzione? Chi decide cosa è reale e cosa, invece, è solamente il frutto di una fantasia, di un evento inesistente, di un’ossessione, appunto? Forse è proprio questo, quello che ho voluto rappresentare nel romanzo: la zona grigia – per usare un termine di Levi – tra reale e fittizio. Il confine tra i due spazi è troppo labile per essere sondato.

Che cos’è la “polvere”? La sua presenza è talmente ingombrante, nel romanzo, da non permetterci di non porci questa domanda. 

Ah. Questa domanda è semplice e difficile allo stesso tempo. Potrei risponderti così: la polvere è inizio ed è anche fine. E’ l’elemento più antropologico che ci sia. Noi stessi siamo fatti di polvere celeste. Presentiamo la stessa sostanza del cosmo.
E tutte le infinite combinazioni in cui la polvere si può plasmare non sono altro che accadimenti sempre temporanei: sono lì in quel preciso momento e in quella precisa forma ma, tra un millesimo di secondo, la forma che tu stavi guardando non sarà più la stessa. Tutto cambia costantemente, tutto nasce e tutto si plasma, si sfalda, si riplasma di continuo. Questo è la polvere: la riproduzione terrena del cosmo.

Questa è la mia ultima, brevissima domanda: hai un fratello, Raffaele?

Sì. Ho un fratello e una sorella, in realtà.
L’affetto che provo per loro è stato un motore assolutamente necessario per scrivere questa storia. Per me, l’infinita gamma di sentimenti (positivi e negativi) che si possono provare per un fratello o per una sorella non si possono provare per nessun altro. E’ quello l’amore nel suo stato più puro, più nudo.

Raffaele Riba ha pubblicato anche Il dentro di un altro fuori, apparso sul primo numero di Cadillac (2012); La storia di Cinzia, che fa parte del libro 100 Storie per quanto è troppo tardi (Feltrinelli, 2012); L’eloquenza delle nature morte su WattLa crocifissione, nell’antologia Si sente la voce (Cartacanta, 2012) e tre racconti nella collana Singolari della casa editrice LiberAria (2012).
Nel 2014 è uscito per 66thand2nd il suo primo romanzo, Un giorno per disfare. Nel 2015 è uscito per Loescher, Abbi pure paura, il suo rifacimento di L’orso di Faulkner.

 

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