Romeo e Giulietta 1.1: tensione di corpi ipnotici

Domenica sera, Lavanderia a Vapore di Collegno, un uomo si aggira tra i finestroni illuminati dell’atrio con una vecchia maschera da sub. Cammina lentamente, osserva i presenti, poi viene verso di me e mi abbraccia. A vederlo così, pantaloncini gialli e scarpe da calcetto, uno non si immagine di quel che è capace sul palcoscenico.

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_di Elena Fassio

Ci sediamo, il vento freddo fuori fa vorticare le foglie autunnali, e una ragazza entra con una bicicletta da bambino. Sulle note dei Pink Floyd i due iniziano a muoversi, prima scoordinati, poi sempre più in sintonia. Dai lati opposti del palco iniziano ad avvicinarsi fino ad arrivare a ballare insieme un pezzo di salsa con addosso due maschere da carnevale veneziano.

Poi la situazione precipita, si tolgono le scarpe, poi i vestiti, poi sono talmente avvinghiati da rendere difficile distinguere la fine del corpo di uno e l’inizio dell’altro. Infine, e tutte le volte speriamo non accada, Romeo e Giulietta muoiono.

Coreografia contemporanea di Roberto Zappalà e interpretazione – magistrale – di Gaetano Montecasino e Valeria Zampardi, Romeo e Giulietta 1.1 (sfocatura di corpi), primo capitolo del nuovo progetto Antologia, è stato questo: un tripudio di corpi ipnotici, potenti, sfocati.

Mantenendo quasi inalterate le proporzioni del balletto classico, con spazio per due variazioni, ma inserendo musiche contemporanee, da Luigi Tenco a Elvis Presley, Zappalà ha messo fuori fuoco la narrazione e si è concentrato proprio sui corpi.

Pic by Luigi Angelucci 

Corpi che si incontrano, si scontrano, sono indipendenti ma nei momenti di duetto toccano i punti più alti, sostenuti dalla capacità tecnica impeccabile: poi le parole del narratore che raccontano di una monotonia che Romeo e Giulietta non hanno mai vissuto, di una lontananza tra corpi che smettono di toccarsi e finiscono come separati dallo schermo sfasato di una macchina fotografica.

In termini tecnici la sfocatura è un problema di distanza tra centro focale e oggetto inquadrato: Zappalà punta il suo obbiettivo non tanto sulla coppia shakespeariana il cui amore è sublimato dalla morte, ma sui singoli, il cui amore deve trovare una strada in questa vita.

Un’ora senza fermarsi mai, in continua tensione, un’ora col fiato sospeso. Ma la platea delle bellissime Lavanderia a Vapore era mezza vuota. La danza continua ad essere un linguaggio difficile da decifrare, perché richiede uno sforzo costante e un apporto personale. I ballerini sono lì, i loro movimenti sinuosi attivano anche i tuoi muscoli: devi seguirli, se vuoi interpretarli.

Questo spettacolo, non previsto in cartellone, ha sostituito all’ultimo Néant, l’assolo del canadese Dave St-Pierre, ed è stato il penultimo del festival TorinoDanza.

Inaugurato a maggio con lo spettacolare Betroffenheit TorinoDanza è stata e sarà  fino al 1° dicembre luogo d’incontro di tantissimi coreografi e ballerini, giovani e internazionalmente conosciuti. 52 spettacoli, 10 prime nazionali, 6 coproduzioni, 16 compagnie ospitate provenienti da otto diverse nazioni (Canada, Belgio, Burkina Faso, Francia, Grecia, Israele, Italia, Svezia): la danza come terreno di contaminazione, di sperimentazione e di dialogo tra linguaggi diversi, forme geometriche, sfumature di corpi, giochi e materialità, ma soprattutto spazio ai contenuti e al confronto.

Argilla plasmata in Icon di Sidi Larbi Cherkaoui,con il corpo di ballo di Goteborg; circo contemporaneo con Famille Choisie della compagnia Carré Curieux, la prima assoluta del Bach Project, dove la coreografia di Diego Tortelli ha dialogato con la Partita in re minore BWV 1004 di Bach in versione elettronica arrangiata da Jiří Kylián.

Poi il pluripremiato The Great Tamer di Dimitris Papaioannou, rivelazione della stagione 2017-2018, unito alla video installazione Inside presentata dal 20 al 30 settembre nei nuovi spazi delle OGR.

Il linguaggio di Papaioannou si pone al crocevia tra danza, teatro ed arti visive e i suoi spettacoli compongono quadri visionari e rievocazioni: qui sceglie il mito di Persefone per un’immersione nella storia dell’iconografia dall’antica Grecia a Kubrick, da Raffaello a Rembrandt, passando attraverso la distorsione della musica di Strauss.

Alla pura potenza dei sentimenti si è ispirata invece la danza di Sharon Eyal, coreografa israeliana proveniente dalle file della Batsheva Dance Company con OCD Love e Love Chapter 2.

Il 18 e 19 ottobre, ha debuttato invece Tango Glaciale Reloaded, con la regia di Mario Martone: dodici quadri di folgorante impatto visivo, fisico e musicale che raccontano un pezzo della storia recente del teatro, dell’arte e del pensiero di fine secolo.

Al viaggio e all’esilio si riferisce Salia Sanou, coreografo del Burkina Faso, nel suo Du Désir d’Horizons, un racconto sull’epopea delle migrazioni in cui l’orizzonte è il futuro, la speranza che non deve cedere di fronte a paura e avversità.

A chiudere il programma del festival, il 30 novembre e 1° dicembre alle Fonderie Limone, sarà il coreografo belga Alain Platel che torna a Torino con Requiem pour L., nuova riscrittura del Requiem di Mozart.

Il mondo è di per se stesso translinguistico e multiforme: il palcoscenico può e deve intercettare la natura della comunicazione e la trasversalità della società ipertestuale. Privilegiare queste forme di composizione ci sembra pertanto un atto necessario, denso di connotazioni politiche e rilevanza sociologica. Osservare, captare, scrivere sul palcoscenico le grandi domande che la modernità ci impone, contaminare la danza con il teatro, le parole, le visioni è vitale per la nostra evoluzione ed è la nostra vocazione”, spiega la direttrice artistica del festival Anna Cremonini. E a nostro avviso, anche se per una porzione di pubblico inferiore a quella del teatro, l’obiettivo è stato centrato in pieno.

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