Guido Giarelli ci conduce nella”dimensione del negativo”

“Sofferenza e condizione umana. Per una sociologia del negativo nella società globalizzata”, pubblicato da Rubettino Editore per la collana #sociologie, è una lucida analisi del “male di vivere” in epoca 2.0. 

Attraverso la disamina di sei autori fondamentali per la sviluppo del pensiero sociologico moderno, Guido Giarelli conduce una indagine meticolosa e a tratti spietata sul concetto di sofferenza, addentrandosi in quella che viene definita la “dimensione del negativo” che da sempre va ad intersecare il piano esistenziale umano. Giarelli da un lato scomoda” inevitabilmente alcuni pilastri della filosofia, dall’altra interpella alcuni lucidi pensatori contemporanei. Nel chiamare in causa Marx e Hegels il discorso si verte ovviamente sulla sfera del lavoro. In tal senso la questione rimane (pur) sempre spinosa: il lavoro nobilita l’uomo o lo abbruttisce? la risposta deve necessariamente passare per la lente della rivoluzione industriale: è il lavoro “del Capitale” che fagocita l’uomo in una catena di montaggio lavorativa ma anche sociale ed esistenziale.

Durkheim introduce un altro nodo cruciale, ovvero quello del progresso, che si lega a filo doppio con il boom delle macchine industriali per arrivare fino al precariato digitale degli “schiavi da tastiera”, tra click a cottimo e algoritmi-dittatoriali. Con Zola ci si addentra nella questione da un punto di vista strettamente-medico sanitario: del resto, è evidente che c’è un filo rosso che collega il sudore dell’operaio alienato in fabbrica e lo spleen annichilente dell’uomo ad una dimensione. Archer infatti rivolge il dibattito direttamente all’Io interiore, in un percorso di auto-analisi che chiama in causa le psicosi contemporanee avvicinandosi alla psicanalisi.

Come fare allora ad affrontare lo scorrere del tempo “nell’epoca delle passioni tristi”? Per recuperare l’adagio di culto di Fight Club, che ne sarà di questa generazione che non ha avuto né la Grande Guerra né la Grande Depressione, ma che è infettata da un virus più subdolo e difficile da evidenziare? Tocca in primo luogo ridimensionare il mito del progresso e non farsi abbagliare dalle false illusioni. In tal senso Giarelli mette l’accento sull’importanza di “porsi dei limiti”: questa corsa sfrenata contro il tempo, lo spazio e la morte si sta rivelando, infine, una corsa contro la vista stessa? Siamo di fronte ad una riproposizione 2.0 dell’antico concetto di hubris, per di più acuito in un mondo sempre più “schiavo della performance” e in balìa delle spinte contrastanti della globalizzazione? Difficile dare delle risposte univoche in questo pantano al crocevia tra real politik ed impero mediatico.

Giarelli, intanto, pone le domande giuste e con uno stile dal rigore scientifico ma contemporaneamente dall’afflato divulgativo, mette le basi per un percorso che stando alle sue dichiarazioni è ancora in una fase iniziale ed intenderà approfondire. La sofferenza rimane. La curiosità di leggerne ancora pure.