Abbiamo ascoltato in anteprima il nuovo disco dei Giardini di Mirò all’Amfest di Barcellona

I Giardini di Mirò, unici ospiti italiani dell’Amfest di Barcellona, presentano il loro nuovo album Different Times che, in questa ghiotta e travolgente anteprima, sfugge da ogni possibile categorizzazione. 


_di Roberta D’Orazio

Il recinto industriale Fabra i Coats è quanto di più lontano dall’idea canonica che Barcellona trasmette al resto del mondo. Nessun turista, qui attorno, non le alte torri della Sagrada Familia a sfidare il cielo plumbeo di una domenica di ottobre qualsiasi. Solo alcune ciminiere vegliarde che svettano contro nuvole distratte. Una versione meno pop di Berlino, una sorta di LX Factory di una Lisbona che vuole dimostrare che non di solo fado vive l’uomo.

Non sembra un caso che quest’anno l’Amfest, festival postrock e shoegaze, trovi qui la propria sede naturale: una fabbrica di tessuti del XIX secolo. Un luogo per sperimentare nuovi linguaggi, che mette in discussione e trasforma la propria identità, ma resta in qualche modo fedele alle proprie origini – che si tratti di stoffe o di idee creative, è pur sempre di trame e di intrecci che si sta parlando.

Il cartellone anche quest’anno è spaziale: The Notwist, Mono, Toundra, solo per citare alcuni nomi.

Unici italiani, i Giardini di Mirò, già ospiti della manifestazione nel 2013, citati sul sito dell’evento come “una delle band più influenti in Europa nel loro genere”. È la data zero per presentare l’imminente nuovo album Different Times, in uscita a novembre per 42Records. Mi soffermo sulla scelta, diametralmente opposta all’abitudine di molti colleghi che cominciano il proprio nuovo tour giocando in casa, davanti a un pubblico che per vocazione naturale tende a sostenere ciò che sente vicino al proprio cuore.

Per quanto abbia ben presente il fatto che la band di Jukka e soci sia conosciuta anche al di là dei confini nazionali, troppo angusti per la loro proposta, non ho mai assistito a un loro concerto in terra straniera prima d’ora. Mi viene spontaneo domandarmi quale sarà la risposta del pubblico, dal momento in cui immagino che tra le persone presenti non tutte avranno una conoscenza approfondita della storia dei Giardini di Mirò.

Eppure le condizioni sono le migliori possibili: nessuno di noi ha ancora ascoltato il nuovo album, eccezion fatta per la possente title track, lanciata come un razzo negli abissi siderali attraverso la pagina Facebook. Tecnicamente, ci troviamo tutti ad una sorta di battesimo, incerti rispetto a ciò che accadrà sul palco.

Tra i tendaggi pesanti che impediscono a ciò che resta del sole di filtrare dalle enormi finestre, i Giardini fanno il loro ingresso sulla scena. Sono eleganti e misurati, come sempre. Tra ragnatele di cavi, ognuno di loro trova il proprio posto e poco si scompone quando lo spettacolo ha inizio. È qualcosa di sacrale – nessun contatto visivo tra loro, né con noi, per quasi tutta la durata dello show.

Come possano vibrare all’unisono, chiusi nella propria aura individuale, è la domanda che ricorre in me per tutta la durata del concerto. La connessione invisibile è nella bellezza dei suoni liquidi – mi guardo attorno e scopro di trovarmi dentro ad uno specchio, la stessa compostezza della band si riflette nel pubblico assorto, tra signori che sfoggiano con orgoglio la maglia degli Slint e splendide giovani donne in calze a rete nere issate su zeppe chilometriche. In poche battute dimentico la mia missione, quella di carpire un qualche segreto, in anticipo sui tempi, rispetto al nuovo album, e mi lascio trasportare dall’esperienza – una corsa con larghi intermezzi dilatati su un’autostrada che connette suono e rumore.

Post-rock è la parola giusta? Di certo non più, o forse non lo è mai stata. I Giardini di Mirò devono aver di certo osservato da vicino quel paradosso per cui molte band, spinte dal desiderio di sperimentare, hanno finito per sclerotizzarsi in un genere che, tra prevedibili iperboli, poco aveva da consegnare al proprio pubblico. L’impressione acerba che porto via con me dalla presentazione del nuovo lavoro è che gli eroi nostrani abbiano ancora una volta schivato questo pericolo, sempre imminente. E il loro ritorno è, come sempre, un ritorno sulla via dell’imprevedibile, tra trame sonore che ben si addicono alla fabbrica di tessuti in cui la loro poderosa musica si propaga fino a spegnersi in un rumore di fondo, e nel buio.