Nistru, il fiume degli stati e dei confini nella pittura di Victoria Stoian

La personale della giovane pittrice moldava alla Galleria Alberto Peola è intensa ma non priva di ostacoli.


_di Alessio Moitre

L’immaginario umano è una plaga che si vorrebbe sconfinata ma che si scopre essere modesta almeno per quanto riguarda le ambizioni, comunemente adeguate al censo ma per gli artisti espanso alla pari dell’avvinamento dell’acqua. Le sfumature ci permettono le illusioni come le trasognate constatazioni sul tempo dalla cronologia spietata, lo stesso che solletica Victoria Stoian
(1987, Chisinau) nella sua ultima personale alla galleria Alberto Peola mettendoci in aggiunta un ricordo denso, pastoso delle sue terre. “Nistru – Confines” a cura di Francesca Simondi è un progetto di ricostruzione dell’avvenuto, parallelo in tal senso al precedente intento di “Codri Earthquake” trattante il terremoto che colpì la Moldavia nell’anno 2011.

All’epoca l’urto emotivo venne sciolto su tele portando ad un risultato d’apertura a cui doveva necessariamente seguire una seconda analisi di maggiore entità. Oggi possiamo annotare delle considerazioni adulte, evitando dunque le suggestioni suggerite dal comunicato che consiglio di afferrare a visita conclusa. Nistru è un fiume che nasce in Ucraina con il nome di Dnestr (nella zona dei Carpazi) e che prosegue il suo cammino anche sul territorio moldavo prima di sfociare nel mar Nero.

L’artista si concentra però sui quattrocento chilometri che separano la Moldavia dalla regione secessionista della Transnistria dedicando ad ogni mille metri un’opera. Il processo ancora in corso ripropone la Stoian come narratrice della continuità pittorica e della serialità concettuale. In galleria si possono ammirare alcuni pezzi, lo spazio è inoltre invaso da sculture in cartapesta che ci riportano ai conflitti politici, militari e morfologici dell’area.

Superate le volute asperità del pavimento si giunge al cospetto delle tele che per colori, tecnica e visione si discostano di poco dalle precedenti prove della nostra.

Sul testo ci si sofferma sul rimando espressionista ma onestamente credo ci sia dell’altro, lo trovo soprattutto quando la linea e il punto sono più controllati, meno istintivi (che poi questa storia dell’istinto andrebbe ridimensionata di molto con particolare attenzione in fase educativa) nella parte inferiore dell’opera a differenza delle screziature telluriche e feroci della zona superiore che ammetto di apprezzare poco, in modo particolare quando la mano diventa grossolana e financo infantile. Nella Stoian ci sono multiformi e geografiche sensibilità ma ancora non tutte sintonizzate a pieno, sulla ripetizione delle opere in numeri consistenti, seppure creda alle volontà intellettuali, sento che bisognerebbe porci un freno o semmai una riflessione sull’opportunità che queste operazioni comportano per il tratto e l’attendibilità compositiva della pittrice.

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