[REPORT] MiTo finisce ma non tramonta

Si è conclusa l’edizione 2018 di MiTo SettembreMusica. Tra auditorium e sale da concerto sono state rispolverate antiche partiture e riportate alla luce melodie dimenticate. Qui il racconto della seconda settimana, sul fronte torinese. 

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_di Giorgia Bollati

Un’edizione all’insegna dell’immaginazione, del movimento, della danza, dell’armonia di corpo e mente. MiTo SettembreMusica 2018 fa della delicatezza la sua arma vincente, richiama all’ordine piccoli pezzi, espone in vetrina brevi composizioni e spartiti dimenticati, e mette in moto il carillon dei ricordi. La ricerca è il motore primo del programma di quest’anno, dove ai grandi autori vengono accostati componimenti dai suoni inattesi che creano un effetto di ingenua meraviglia.

Leggi qui la prima parte del nostro reportage su MITO

La seconda settimana abbassa le luci sulle nodose mani di Severin von Eckardstein, l’artista protagonista del concerto Folletti. Sembra quasi ispirarsi alla sua figura il nome dato a questa serata di creature fantastiche e piccole magie tra le fronde di notti immaginarie. Pezzi brevi per piccole creature: questo il format adottato dal programma che si apre con la nostalgica composizione per pianoforte Sul sentiero di rovi Leóš Janáček. La metrica irregolare, che intreccia atmosfere trasognate a ritmi ossessivi e squarci lirici, lascia spazio all’intramontabile romanticismo del Nocturne di Claude Debussy. Il registro cambia poi completamente con le dissonanze e gli stridii acuti di Frederic Rzewski, che nei Four Piano Pieces fa coesistere stili diversi fino a sprofondare nel folto della notte.

Torna poi l’armonia di Nikolaj Medtner con i suoi Due racconti fantastici. Triste melodia il primo (Canto di Ofelia) e drammatico racconto dal ritmo sincopato il secondo (Corteo di cavalieri). Le fiabe e il folklore russo tornano in tutta la loro magia. Le sinuose mani di von Eckardstein si intrecciano come i rami di un albero sullo spartito di Schumann, ispirato alla natura e alle antiche leggende a essa legate, drammaticamente romantico o allegro nel seguire la danza delle piccole creature dei boschi. I pezzi insieme costruiscono il viaggio nella foresta che è topos poetico del Romanticismo, movimento di cui, in ambito musicale, Schumann è considerato iniziatore. Chiude il concerto la tragica morte di Isotta di Moszkowski.

Dalla musica intimistica e misteriosa al luminoso jazz, dalle radici americane alle rivisitazioni francesi.

La chiave di volta del concerto Flirt Americani sembra risalire tutta al 7 marzo 1928, quando nel salotto newyorkese di Éva Gauthier si festeggiava il compleanno di Maurice Ravel. Tra gli ospiti presenti, un ammaliato George Gershwin cercò di convincere il collega francese a impartirgli lezioni di composizione, ma questi gli rispose perentoriamente: «Perché dovresti essere un Ravel di serie B quando sei un Gershwin di serie A?». La struttura chiastica del concerto che vede due americani, il compositore di New York e Michael Daugherty, e due francesi, Ravel e Francis Poulenc, mostra le diverse tonalità del jazz, dal romanticismo sensuale tipico europeo alla vitalità e all’energia sperimentale dello spirito statunitense. Zee Zee al pianoforte coglie gli echi jazz del concerto in Sol di Ravel, restituendogli tutti i temi e i motivi popolari, iberici e di musica da circo.

Zhang Zuo
Photo: Marco Borggreve

Danze e movimento sono protagonisti anche del concerto Apoteosi, pura ode all’intramontabile Beethoven.

Il Concerto n.3 in do minore è frutto di un lavoro durato tre anni. Tre anni in cui il compositore tedesco ha raccolto l’eredità di Mozart e l’ha superata, istituendo un modello con cui molti successivamente si sarebbero confrontati. La grandezza della Sinfonia n.7 in la maggiore, già applaudita e osannata alla prima, ben si adatta al fascino del teatro Regio che accoglie il suo ritmo trascinante, elemento caratterizzante di tutta l’opera di Beethoven.

Nucleo a sé risulta il concerto Barocco Gitano che vede la particolare esibizione de Il Suonar Parlante Orchestra con la direzione di Vittorio Ghielmi. Il programma presentato in sala racchiude venti composizioni legate da una generale contaminazione zigana. A partire dalla suggestiva esperienza di un Telemann in quella che all’epoca era la Slesia, dove scoprì il mondo gitano e ne trasse infinita ispirazione, Mozart, Bihari, Vivaldi e Scarlatti vengono proposti e riveduti in chiave folk e intrecciati a composizioni tradizionali tratte da manoscritti danneggiati, frammentati e in parte perduti. Dal 600 e dal 700, i musicisti, che chiudono l’esibizione con una gioiosa danza che si riappropria del gioco e della festa, recuperano spartiti e influenze, riacquistano il senso della contaminazione e riarrangiano e adattano reciprocamente testi nobili e gitani.

Con un’importante attività di mediazione culturale, rispolverano suoni antichi e donano loro nuova veste, e si fanno portavoce di un messaggio universale e senza tempo: ogni tradizione che subisce un influsso esterno non può che risultarne arricchita.

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