Più umano, più vero: la prima edizione di TO PLAY alla Tesoriera di Torino

La prima edizione della nuova manifestazione di gioco da tavolo e di ruolo nata dal basso in terra sabauda fa il botto con una pubblicizzazione a bassissimo budget. Tavoli pienissimi, autori indipendenti con il coraggio di tirare fuori dalla cameretta il proprio progetto, due escape room, un quartiere innamorato. Accanto ai tavolini del tressette.


_di Giovanni Bersani

[Per vivere a fondo l’esperienza di lettura dell’articolo
si consiglia l’ascolto di
Pipppero® del nostro complessino preferito]

Il ballo più umano e più vero, che si può ballare seduti, che favorisce il dialogo, che riavvicina finalmente due popoli rimasti separati troppo a lungo. Il Pipppero® è umanamente l’esperienza più simile al To Play che ha avuto luogo sabato e domenica 15-16 settembre attorno alla Villa della Tesoriera di Piazza Rivoli.

Per Livia de il FortunaDado, l’associazione che si è tirata su le maniche per mettere su dal nulla la manifestazione, le incertezze inizialmente erano parecchie: quanti tavoli si chiedono al Comune per un evento del genere? Come si organizzano le aree? Perché nessun negozio di Torino butta cento euro per fare da piccolo sponsor all’evento facendosi pubblicità tra centinaia di partecipanti? Perché sul Manuale delle Giovani Marmotte non ci sono le istruzioni su come si organizza un festival di cultura ludica? Una volta appurata l’inattesa vicinanza tra il To Play e il Pipppero®, tutti i “si poteva” che rimangono non fanno altro che confermare il successo dell’iniziativa su tutti i fronti, soprattutto su quello dell’essere un ballo più umano e più vero: si potevano unire maggiormente le aree perché con tutta quella gente invece di due feste ai due lati della villa si può fare un unico festone gigante; si poteva espandere l’area dedicata al gioco di ruolo (già di proporzioni comunque ragguardevoli) perché le persone cominciano a non avere più paura; si poteva prevedere che sarebbe arrivato tutto il quartiere a curiosare e a sedersi ai tavoli, ipnotizzato dai colori di Azul e dalle mappe di Terra Mystica; si poteva prevedere che sarebbe arrivato apposta per la manifestazione un gruppo di persone straight outta Trieste perché gli eroi al mondo esistono ancora e sì, si poteva effettivamente prendere qualche tavolo in più perché in un’inaspettata domenica di fine estate in parecchi hanno deciso di farsi trasportare da Falcor il FortunaDado per combattere il Nulla.

Al To Play si può ballare seduti. Le due aree principali, quella dedicata al gioco di ruolo in faccia alla villa e quella del boardgame sul retro, di certo non rappresentavano la fucina di idee da tavolo più grande mai vista in città, ma forse la più sperimentale, la più varia e soprattutto la più pura.

Ingresso gratuito. Nessun merchandising. Nessuno stand coi Funko Pop. Nessuna maglia con scritto Bazinga [porto rancore NdA]. Un solo stand di un negozio, e il negozio è quello che meglio ha saputo costruirsi una clientela non di polli da spennare, ma di amici che ci passano volentieri una sera a settimana per provare gratis tutti i giochi che vogliono e fare due chiacchiere con il proprietario.

Due escape room da campo dell’associazione White Rabbit, che si pone l’obiettivo di diffondere la cultura ludica guidando a scoprire quanto è profonda la stanza del coniglio qualunque Neo che non abbia paura di Morpheus. Un po’ di rabbia la fanno solo perché White Rabbit sarebbe stato il nome perfetto per questa rubrica e invece ci hanno pensato prima loro. Sono cuneesi ma non siamo riusciti a capire se guidano col cappello.

Un plotone di dimostratori di giochi da tavolo, tutti con un sorriso largo così anche alla quinta spiegazione per quel tuo amico fuorisede coi baffi a manubrio che non esce di casa per nulla che sia meno modaiolo e radical di una proiezione in lingua originale di Andrei Rublev di Tarkovsky senza sottotitoli.

La Villa

Una valanga di master, qualcuno a iniziare al gioco di ruolo i neofiti con il mostro sacro D&D perché la gavetta va fatta, qualcuno con le novità, soprattutto sul fronte italiano, ma soprattutto parecchi con in canna avventure brevi da un’oretta a mostri sacri che tutti si erano dimenticati ma che sono parte della ciurma, parte della nave sull’Olandese Volante che è la nostra testa. Ti dobbiamo delle scuse, Cyberpunk 2020. Forse dovevamo davvero aspettare di essere a due anni dall’ambientazione originale e a qualche mese dall’uscita del già epocale Cyberpunk 2077 videoludico per capire quanto la realtà creata da Mike Pondsmith a fine anni Ottanta sia più viva che mai. I master che creano avventure a metà tra il serio e il furto dal caveau dell’Arasaka Megacorp della formula segreta della Finkbräu 20° sono gli unici che hanno capito il postmoderno e il bello è che non se ne sono resi conto.

Il dialogo al To Play è ciò che non ti ha fatto pentire di essere uscito di casa invece di stare a casa col pastis liscio a bingewatchare la nuova struggente stagione di Bojack Horseman (che comunque non è che vi stiamo suggerendo di guardarla, diciamo semplicemente che chi non la guarda ha un po’ un bidone dell’immondizia al posto del cuore): sedersi al tavolo assieme ad altre persone e aver rotto il ghiaccio dopo tre minuti di Between two cities senza bisogno dei giochini tinderosi dell’aperitivo linguistico; mettersi al tavolo a fare narrazione condivisa a Omen, autarchico gdr di Comerci&Tronchi in cui non c’è un master e tutti narrano e tutti affrontano gli stessi orrori e nessuno è superiore agli altri perché la paura del buio è una livella; girare per un quarto d’ora a cercare un tavolo per provare a ruolare  il cappa e spada 7th Sea che l’anno scorso a Lucca ha fatto furore per sentirsi apostrofare da Gabri di Sesso Droga e D&D «7th Sea? Ma mettetevi sotto un albero e datevi del voi che è molto meglio che col tavolo»; farlo e capire che è bellissimo così.

Sei persone di quattro gruppi diversi e Between Two Cities

Il To Play riavvicina finalmente due popoli rimasti separati troppo a lungo: se a un primo sguardo sembra che il mondo che viene avvicinato a quello della manifestazione sia quello degli scacchi e del Go, gli unici giochi da tavolo che godono di un qualche rispetto, e già questo ti faccia ben sperare per il mondo, è nella seconda parte del pomeriggio che il sublime si rivela: ai tavolini accanto alla villa arrivano i vecchietti che giocano a carte.

Nessuno guarda male nessun altro. Loro giocano, noi giochiamo. Per la prima volta da quando hai i capelli lunghi, nessun ultrasettantenne borbotta fissandoti. Da entrambe le parti qualcuno si gira a lanciare occhiate furtive dall’altro lato della barricata, che mai è stata fragile come oggi, a buttare l’occhio sui mondi incantati che si schiudono quando l’uomo si spoglia delle difese e gioca. Vuoi vedere che la paura del buio non è l’unica livella.

Di là qualche pensionato tira bestemmie e assi di prima mano con la stessa disinvoltura con cui un padano sovrappeso spara puttanate. Di qua qualcuno per un pomeriggio prova a narrare la propria storia e forse per un istante capisce che è quella di questo fine settimana la storia più incredibile. Il motto del To Play è born to be epic e forse stavolta ci siamo riusciti tutti, oganizzatori, autori, dimostratori, master, giocatori.

Forse è la volta in cui abbiamo costruito qualcosa di eroico, qualcosa senza nessuno dietro, qualcosa di creato dal basso e che va in alto. Tipo il Pipppero®. Non avremo portato due Ape Piaggio furgonate al confine italo-bulgaro, ma la sensazione tornando a casa è che stavolta a scambiare Ramaya per qualcosa degli Oliver Onions ce l’abbiamo fatta.

Il menu dei giochi di ruolo

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