La “pop-sophia” di Tommaso Ariemma, dove i filosofi popolano le serie TV

Un’opera di divulgazione avvincente e sagace, dove contemporaneità e insegnamenti filosofici comunicano e si sovrappongono. 


_di Roberta Scalise

“L’essere è e non può non essere”. Chi, sui banchi di scuola, non si è arrovellato per comprendere il vero significato dell’assioma parmenideo, tanto semplice quanto intuitivo una volta afferrato il ragionamento che porta alla sua enunciazione? Evidentemente molti, se Tommaso Ariemma, pop-filosofo napoletano e docente della materia al liceo, ha deciso di redigere un efficace vademecum dal titolo La filosofia spiegata con le serie TV, tra le cui pagine è possibile incontrare Hobbes a Westworld, scorgere Kant sull’isola di Lost e adocchiare Spinoza in compagnia del The Young Pope – e molto altro ancora.

Una vera e propria rassegna, dunque, nella quale si annoverano i principali protagonisti della filosofia occidentale, in un susseguirsi cronologico di correlazioni argute e innovative tra le teorie e i metodi degli stessi e i temi e le trame proposti dalle serie TV odierne più celebri.

Ed è così che proprio Rust Cohle, figura principale, insieme a Marty Hart, di True Detective – serie rivelazione degli ultimi anni ideata da Nic Pizzolatto e definita, dal “Wall Street Journal”, un “horror filosofico” –, darà finalmente una risposta a tutti gli studenti ancora indecisi sull’interpretazione effettiva del quesito iniziale, affermando, nel primo episodio della prima stagione, che:

In questo universo noi elaboriamo il tempo come fosse una linea che avanza, ma al di fuori del nostro spazio-tempo, da quella che sarebbe una prospettiva a quattro dimensioni, il tempo non esisterebbe, e da quella posizione, potessimo raggiungerla, vedremmo il nostro spazio-tempo come appiattito […]. Ogni cosa al di fuori della nostra dimensione è l’eternità, è l’eternità che guarda in basso verso di noi. Per noi è una sfera, ma per loro è un cerchio”.

Comprensibile più o meno tanto quanto Parmenide, che, come Rust, cerca di spiegarci, attraverso un ragionamento deduttivo, che l’essere è eterno e non può non essere, perché ciò comporterebbe una contraddizione logica. Uno stato in cui nulla esiste, infatti, è impossibile, dal momento che qualcosa non può scaturire dal “niente”, e, dunque, deve essere sempre esistito in qualche forma.

A tale “non essere” Platone, però, aggiunge, qualche tempo dopo, una sfumatura ulteriore, distinguendo tra il “puro nulla” e la “differenza” che sussiste tra due, o più, entità. Ma che non  sempre risulta facilmente rintracciabile, soprattutto nel mondo contemporaneo, dominato da tecnologia digitale e realtà virtuale. Affronta approfonditamente questo tema la serie Black Mirror – creata nel 2011 da Charlie Brooker –, ossia lo “specchio nero” dei monitor dei nostri pc, tablet e smartphone una volta spenti o fuori uso. Gli episodi, ambientati in un futuro non molto lontano nel quale le nostre tecnologie risultano leggermente acuite, allertano sui pericoli di queste ultime, dalle potenzialità distruttrici e capaci di operare una sostituzione della vita reale. Analogamente, Platone si opponeva fortemente alle tecnologie del suo, di tempo, costituite principalmente da scrittura, pittura, poesia e dai discorsi ingannevoli dei sofisti, non veri filosofi ma maestri di retorica – al pari, si potrebbe arguire, degli odierni inventori delle fake news.

Tali tecnologie avevano, infatti, il demerito di produrre immagini falsate della realtà, che a questa, spesso, si sovrapponevano. Di qui, l’esigenza di Platone di delineare una distinzione netta tra raffigurazione del mondo e mondo vero e proprio: le immagini sono copie delle cose esistenti, le quali, a loro volta, sono copie delle “idee”, intangibili e incorruttibili, essenza di tutte le entità terrene, cui l’uomo può avvicinarsi asintoticamente ricercando bene, giustizia, bellezza e, ovviamente, verità.

Non tutto esiste allo stesso mondo, dunque. E nulla vive allo stesso modo, invece, per Aristotele, allievo di Platone e fondatore di una scuola, il Liceo, studioso accorto ad attuare una distinzione molto più empirica rispetto a quella operata dal suo maestro, riguardante, appunto, il mondo dei viventi stessi. L’uomo, in particolare, è quell’essere vivente dotato di linguaggio, uno strenuo animale sociale che, attraverso la sua appartenenza a una comunità, tenta di fronteggiare i problemi dell’esistenza. Proprio come Rick Grimes, uno dei protagonisti della serie TV The Walking Dead – in onda dal 2010 e ispirata all’omonima sequela di fumetti di Robert Kirkman –, che Ariemma utilizza come espediente di un esperimento mentale finalizzato alla spiegazione che, del mondo, Aristotele fornisce tramite il proprio sistema filosofico.

Il volume avanza, così, cadenzato da parentesi affacciate sulla vita “reale” – il dialogo costante dell’autore con i propri alunni – e digressioni epistemologiche, alla ricerca di un equilibrio delicato nel quale finzione e insegnamento si intrecciano e si confondono. A dimostrazione che non sia importante come e attraverso quali materiali si giunga alla conoscenza, purché, a essa, ci si avvicini sempre di più con curiosità, interesse e senso della meraviglia.

Sawyer in Lost

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