[INTERVISTA] Any Other: as hard as you can

Intervistare oggi Adele Nigro non vuol dire soltanto avere a che fare con una delle artiste più interessanti di questo periodo. No, non solo. Gli Any Other, creatura nata per l’appunto dalla mente e dall’ispirazione della stessa Adele, sono infatti ad oggi uno dei migliori gruppi italiani, capaci di realizzare album uno meglio dell’altro e alzare, di volta in volta, l’asticella qualitativa delle esibizioni live. Anche e soprattutto in ottica internazionale. 


_di Mattia Nesto

Come sono andati questi anni dall’album di esordio? Ti abbiamo visto in numerosi progetti musicali, collaborando di volta in volta con artisti molto diversi gli uni dagli altri e anche tu stessa ti sei cimentata con svariati strumenti: siamo curiosissimi di sapere se nel frattempo hai imparato qualche altra cosa…

Sono andati molto bene, sono molto soddisfatta di come si stanno evolvendo le cose e del percorso che sto facendo. Mi sembra di essere in un continuo stato di crescita sia musicale che personale, è molto bello. È una sensazione davvero bella. I miei strumenti rimangono voce, chitarra e sassofono, però diciamo che mi sto esercitando con il piano… e ho comprato una tromba!

Questo “Two, Geography” ci pare per davvero un album che ruota al concetto di esplorazione, più che di viaggio. Sicuramente siamo lontani dalla patina “da turisti” di certi altri dischi, qui il percorso che si fa per conoscere ciò che sta fuori è un percorso fatto di lunghe camminate, di polvere, di ripensamenti e di dolori. Quali sono state le “stelle guida” in questo tuo tragitto sonoro?

Sì, sicuramente ho esplorato zone che per me non erano scontate, anche grazie al fatto che in questi tre anni ho cominciato a suonare il sassofono. Approcciarmi a uno strumento così lontano dalla chitarra mi ha aiutato a conoscere parti di me di cui non ero cosciente, mi ha aperto nuove prospettive. Mi piacciono le zone di intersezione – per citare un solo esempio, ammiro molto Jim O’Rourke, il suo riuscire a mischiare generi musicali e suoni diversi ma sempre in armonia e con molta trasparenza. Preferisco i luoghi di incontro, di contaminazione e di scambio.

Dove hai registrato l’album?

In tre diversi studi. Il primo, dove ho cominciato con le preproduzioni di cui ho tenuto diversa roba, è il Cabinessence qui a Milano. È lo studio di Marco Giudici, mio fratello non di sangue ma di cuore e sicuramente di musica. Lo studio è nato sotto forma di scrivania e due monitor qualche anno fa, e diventato un vero studietto da qualche mese. Ho fatto qui i piani acustici, il Moog, addirittura tutta “Mother Goose”. La maggior parte degli strumenti acustici, quindi batterie, chitarre, bassi, fiati e voci, li abbiamo fatti all’Alpha Dept. con Giacomo Fiorenza, che è anche una metà di 42 Records. Infine, gli archi sono stati registrati nella Electronic Room al Mob Sound sempre qui a Milano, stavolta con Mario Conte.

Dopo la partecipazione al Primavera è sembrato chiaro a tutti, al di là del cantato non in italiano, che la dimensione degli Any Other fosse, per forza di cose, una dimensione internazionale: e vendendo le date del nuovo tour ci pare proprio di averci preso…

Beh, sì. Abbiamo sempre suonato molto fuori dall’Italia, e ci interessava mantenere questa linea. È una cosa che personalmente ritengo naturale rispetto a quello che facciamo.

Il singolo “Walktrought” è uscito assieme ad un video che presenta numerose ascendenze jazz. Ascolti abitualmente jazz e quali sono in tal senso gli artisti che maggiormente apprezzi?

Sì, negli anni mi sono appassionata al jazz e continuo a cercare di conoscerlo meglio anche a livello teorico. Ti direi che a parlare al mio cuore sono grandi artisti “classici” come John e Alice Coltrane, Don Cherry, Pharoah Sanders… Chiaramente poi a livello “didattico” mi interessano anche cose più lontane o che escono dalla corrente spiritual, però questi sono artisti che ci parlano con trasparenza, ed è molto bello.

E invece a livello nostrano quali sono stati gli album che negli ultimi tempi ti hanno più segnato o che comunque hai ascoltato di più?

Ammetto di non aver ascoltato molti dischi italiani negli ultimi tempi, quindi faccio fatica a rispondere a questa domanda. Non è snobismo, sono solo circostanze.


Oltre all’album in uscita, come abbiamo detto prima, c’è anche un tour, un tour internazionale in partenza: se dovessi dire la data verso la quale nutri più curiosità, proprio a livello “fisico” di calcare quel palco lì, quale sarebbe?

Onestamente tutte. Non riesco a pensare a una data più “speciale” di un’altra, in questo momento. Insomma, mi interessa poco la data come evento unico o specifico, sono più interessata al percorso intero e a quello che questo può far scaturire in me e negli amici con cui fortunatamente andrò in tour. Diciamo che mi interessa l’esperienza collettiva, sia con la band che con il pubblico, al di là della specificità geografica.

Hai scritto per “Walktrought” una strofa di rara potenza “I asked you love me as hard as you can”: questa frase è complessa e lascia spazio a molteplici chiavi di lettura. Siamo curiosi di sapere come ti è venuta fuori quando l’hai scritta.

Ti direi semplicemente che mi è venuta fuori. M sembrava naturale come epilogo delle richieste fatte alla persona a cui mi rivolgo nella canzone. Amavo qualcuno ed ero pronta a farmi fare di tutto da quella persona, atteggiamento decisamente poco sano, lo riconosco. Ero disposta a sopportare, a “non sentire niente”, a essere insensibile rispetto alle cose brutte, perché tanto ero accecata dall’innamoramento. Alla fine però, quando la relazione finisce, diventi insensibile anche a quelle belle che possono potenzialmente salvarla, una relazione. Per questo dico, “love me as hard as you can”, ma ormai non sento più niente. Non è detto con cattiveria, semmai con rassegnazione. Ma ora sto bene.

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