MiTo SettembreMusica continua dopo una settimana di successi e sorprese

Ad una settimana dall’inizio del festival, qualche impressione e un accenno di bilancio. 

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_di Silvia Ferrannini
Si chiude la prima settimana di MiTo SettembreMusica ed è già possibile abbozzare un bilancio: c’è effervescenza, voglia di attualità e recupero del passato all’insegna della spontaneità e della sensibilità artistica. Quest’anno le scelte non sono banali -e se ci si aspetta i soliti mostri sacri della musica classica strumentale si è fuori strada. Non mancano certamente i grandi nomi, ma lo spazio della musica e delle sue espressioni è talmente vasto che troppe limitazioni di campo tradirebbero l’empito da cui l’ispirazione stessa nasce.

Le danze si aprono con i Balletti Russi, e siamo già nel cuore tematico del Festival.

Per la serata inaugurale è la Royal Philarmonic Orchestra diretta da Marina Alsop (già nota al Nord Italia per essere stata la prima donna ad aver diretto un concerto nel nostro Paese al Teatro alla Scala di Milano) a dare voce a tre generazioni di composizione russa: il via a Träumerei, breve pezzo di Schumann orchestrato da Victoria Borisova-Ollas dall’originale per pianoforte, rappresenta una pagina inedita -com’è consueto nel cartellone di MiTo- che apre e anticipa tutta la serie di trascrizioni e di prime esecuzioni assolute italiane di compositori contemporanei. La Borisova-Ollas anima con colori moderni l’opera schumanniana tratta dalle delicate Kinderszenen, scritte “per i piccoli fanciulli da un fanciullo grande”. Segue Čajkovskij, che concepisce il Concerto in re maggiore op. 35 per violino e orchestra, quando concludeva Il Lago dei Cigni, la Quarta Sinfonia e l’Evgenij Onegin, incoronando così uno dei momenti più fecondi della sua attività.
A causa di una bronchite acuta, la violinista Julia Fisher è stata costretta ad annullare la sua partecipazione ai concerti d’apertura: il Concerto è stato dunque eseguito da Sergej Krylov.
La seconda parte è affidata interamente a Stravinskij e al suo Oiseau de feu, anello di congiunzione tra la musica pittoresca e orientaleggiante del maestro Rimskij Korsakov e ammaliante realizzazione di un vivissimo sprizzo d’ispirazione: la serata si chiude dunque con accenti di fiaba, di gioco musicale e coreografie luminose.
Sergej Krylov
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Il giorno successivo Torino intreccia Danze Romantiche a Musica Sospesa, tra il barocco imprevedibile e personalissimo di Telemann al Sermig e le rapsodie dei corni e dei violini di Brahms e Vaughan Williams al Piccolo Regio Puccini.

Esecuzioni ragguardevoli e a tratti inattese (Vaughan Williams è davvero un artista tutto da scoprire), tutte nel segno del popolaresco e della tradizione burlesca -ma il vero spettacolo sarà quella sera stessa al Conservatorio, dove i musicisti russi Ilya Gringolts e Peter Paul moltiplicano i bis dopo l’esplosione di applausi finale. Se la formula proposta è la Sonata n. 4 e la Sonata n. 5 di Beethoveen, incorniciata dalla Suite Italienne dalla Pulcinella e il Preludio, Berceuse e Scherzo da l’Oiseau de feu di Stravinskij; se l’esecuzione è impeccabile; se anche l’irrequietezza e il virtuosismo qui raggiunge picchi di profondo lirismo, allora l’efficacia del risultato è più che sicura. È il ritmo a scuotere la musa dei due compositori: esso è onnipresente, anche quando viene discusso, spezzato, giudicato. E d’altra parte, può mai esistere musica senza ritmo?
Vaughan Williams
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Nel frattempo anche a Milano tutto è festa. Oltre ai concerti alternati con Torino spiccano i Tre Minuetti a pranzo offerti dal Piccolo Teatro Studio Melato, dove la sintonia tra i membri del Trio Boccherini è talmente tangibile che il pubblico sorride con loro, come se la promessa racchiusa nel nome stesso del gruppo si dischiudesse proprio nella grazia delle sonate di Boccherini. Il terzo movimento del Trio in fa maggiore op.14 n.1 G.95 ben esemplifica il genere del pas menu; di contro Beethoveen lo abbandona velocemente -troppo in voga nei salotti di fine Settecento!-: segno e presagio, questo, di una tensione espressiva che soli due anni dopo sfocerà nella Patetica. Con Schubert la musica da camera assume le fattezze della confidenza tra amici, contrassegnata dalla malinconia disegnata da un magnifico violoncello. La portata “a sorpresa” è la Pastorale del danese Per Nørgard per la colonna sonora del film Il pranzo di Babette, dialogo sul senso della vita intrattenuto tra bocconi e sorsi di vino.
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Al Conservatorio intanto si è in febbrile attesa di Marta Argerich, ma la temutissima telefonata arriva due ore prima dell’inizio del concerto: la pianista dà forfait a causa di una caduta. La delusione è tanta, specialmente perché giusto la sera prima a Torino il successo è stato memorabile; tuttavia l’Orchestra Giovanile dello Stato di Bahia Neojiba s’impegna a risollevare gli umori del pubblico, e ci riesce magistralmente. Ricardo Castro incanta con il Concerto in la minore op. 54 di Schumann; i ragazzi dell’Orchestra fan festa sulle note di Bernstein (ouverture di West Side Story), Gomes (Sonhos Percutidos), Gershwin (Cuban Ouverture) e Marquez (Danzón n. 2); a passi di samba i musicisti escono di scena e raccolgono tantissimi applausi. E l’emergenza si risolve a colpi di latin beat.
Intanto nella raccolta stanza del Teatro della Cooperativa si parla di migrazioni e culture altre-e tutto il XX è chiamato in causa (i giorni nostri sono qui allora il frutto di una lezione non appresa…). L’arte attecchisce tra l’umanità tutta perché viaggia, al di là della funzione a cui essa possa essere destinata. E infatti essa accompagna danza, teatro, cinema: Korngold realizzerà la musica per scena per lo shakespeariano Much ado for nothing, rinunciando al vezzo di maniera a cui l’autorevolezza dell’opera avrebbe potuto dare adito; Williams racconta l’Olocausto citando le melodie ebraiche nei tre frammenti di concerto da Shindler’s List. Non si può inoltre dimenticare che l’America poté collaborare attivamente alla messa a punto di nuove tecniche e idee musicali proprio grazie al contatto con i maestri europei: la Seconda Guerra Mondiale aveva dato residenza a Stravinskij, Hindemith, Bartók, Schönberg. Ed ecco che Bernstein s’impegnò davvero a far acquistare alla sua terra una coscienza musicale schiettamente moderna, allacciandola a tematiche socio-culturali, mentre Gershwin attinge al prodotto più autentico dell’America musicale: il jazz. Nascono West Side Story e Porgy e Bess, qui eseguite in modo divertente e fresco da Luca Santaniello e Carlotta Nicole Lusa de I Solisti de laVerdi, che riservano una piccola sorpresa al pubblico regalandogli due tracce da Luci della città di Charlie Chaplin.
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Uno dei pomeriggi più vivaci ha avuto luogo al Teatro Filodrammatici. Ad animarlo il gruppo strumentale Brú, nato dalla sinergia di musicisti dalla creatività sempre volta al Barocco e alle sue radici folkloristiche.

La loro New Early Music è un ossimoro efficacissimo: il Folk-Baroque dell’eclettico italo-indiano Krishna Nagaraja e dei suoi compagni (un liutista, una flautista, un violoncellista e un violinista) è la risultante di un crossover tra popoli e pensieri musicali solo apparentemente lontani e che, miscelati con coscienza tecnica e storica insieme (e tanto, tanto divertimento), fruttano delle partiture che sono costellazioni di linguaggi, idiomi ritmici, moduli melodico-armonici in gran parte sull’area irlandese (davvero variopinti The Good Fellows set e The Rock of Cashel), scozzese (più teneramente lirici con la Sonata op. 2 n. 9 di Francesco Maria Veracini) e finnica (The Lappfjärd set, vorticoso e aggraziato insieme).
Un’attenzione particolare è riservata alla Polonia e all’avamposto più profondo dell’Europa dell’Est, qui espressa nel Concerto TWV 43:G7 “Polonois” di Telemann. Il finale è tanto bizzarro quanto singolarmente armonico: fa capolino il metal degli Hoven Droven, i cui riff spigolosi e diseguali eseguiti da un antica tiorba danno nuova vita alla Polska efter Gubben Kihlstedt svedese chiamata a chiudere il concerto e a uscire da teatro con la convinzione che, sì, di musica c’è da ascoltarne ancora tanta. In questo senso, MiTo apre scorci e fa entrare aria nuova.
Krishna Nagaraja
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Come di consueto, il fine settimana è riservato ai Cori, alla parola musicale come voce collettiva. Cantare in compagnia fa bene al cuore e all’umore: tra cori giovanili, romanceri gitani, ensemble di viole e un pizzico di new age in tante chiese della città sabauda si sono sollevate molteplici voci -qualcuna più esperta, altre meno esercitate- riversandosi poi alle OGR di Torino e al Conservatorio G. Verdi di Milano con MiTo OPEN SINGING. E la città tutta si fa così spartito.

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