Ultimo tango a San Antonio: Manu Ginobili si è ritirato

È il momento più difficile degli ultimi 20 anni nella storia dei San Antonio Spurs: dopo il ritiro nel 2016 del loro miglior giocatore di sempre (ne parlammo qui), quest’estate ha visto allontanarsi dal Texas anche lo storico playmaker francese Tony Parker e colui che sarebbe dovuto diventare il futuro fulcro della squadra, Kawhi Leonard. Infine, il 27 agosto, Emanuel Ginobili ha annunciato il ritiro dal basket professionistico, a 41 anni di età.

L’ultima volta che San Antonio è scesa in campo senza neanche un componente dei suoi storici big 3 era il 1997.

Ginobili si ritira con una percentuale di vittorie del 72%, la più alta nella storia della NBA tra coloro che hanno giocato almeno 1000 partite (1057 nel suo caso). È l’unico cestista insieme a Bill Bradley ad aver vinto un’Eurolega (Virtus Bologna, 2001), un titolo NBA (4 nel suo caso, 2003, 2005, 2007 e 2014) e una medaglia d’oro alle Olimpiadi (Atene 2004). Solo altri sette giocatori NBA hanno giocato almeno 16 stagioni con la stessa maglia (gli altri: Kobe Bryant, Tim Duncan, John Havlicek, Reggie Miller, Dirk Nowitzki e John Stockton).

I numeri raramente dicono abbastanza, nel caso di Ginobili non ci si avvicinano neanche: l’impatto che ha avuto sul gioco ha avuto una rilevanza iconica e stilistica di proporzioni mondiali, l’impatto che ha avuto sulla vita delle persone che l’hanno ammirato o l’hanno conosciuto non è misurabile in alcun modo.

Oggi proveremo anche noi a rendergli omaggio cercando di raccontare l’unicità del giocatore e dell’essere umano, più che fare un riassunto della sua carriera o un greatest hits delle sua azioni migliori, cosa che hanno fatto altri prima e meglio di noi.

“Era come un giovane puledro, faceva robe pazzesche. Alcune avevano senso, altre no”

Il General Manager degli Spurs R.C. Buford ricorda così la prima impressione avuta di Ginobili, al mondiale under 22 in Australia nel 1997.
In quelle poche parole (abbiamo tradotto “robe pazzesche” ma in originale è “crazy shit”) era già racchiuso gran parte dei tratti distintivi del Ginobili giocatore: la capacità di farci assistere a gesti che non credevamo neanche potessero essere concepiti, di insinuarsi in pieghe inedite del gioco per aprire nuove prospettive, di stupirci con gli effetti speciali.

Non parliamo soltanto di doti funamboliche fuori dal comune, né di vedere e sfruttare lo spazio circostante in maniera sempre sorprendente. Tutto ciò che Manu ha fatto sul parquet ha avuto una carica di eccezionalità che non ha pari nella storia del gioco, fino a raggiungere il paradosso, come un passaggio che diventa un canestro, un tiro intenzionalmente sbagliato che va dentro lo stesso, oppure, e questa è davvero una frase che non potrà mai e poi mai essere ripetuta, come “quella volta in cui ha risolto il problema del pipistrello che si aggirava nel palazzetto durante la partita”.

Ho sempre avuto la vertiginosa impressione che Ginobili affrontasse la pallacanestro lanciandoglisi contro all’impazzata, che stesse improvvisando senza spartito, che il trasporto per ciò che stava facendo dovesse per forza esplicitarsi in qualcosa di esagerato, e questo ha conferito a ogni suo gesto un’energia irripetibile, un’emanazione contagiante di divertimento, gioia e amore per il gioco.

Il giovane Ginobili era incontenibile e straripante, e spesso per forza di cose andava fuori giri: palle perse banali, alley-oop tentati su punteggi a sfavore, scelte scriteriate in momenti topici. Manu ha incontrato pochi allenatori, i due più importanti sono stati Ettore Messina a Bologna (da qualche anno è anche assistente allenatore agli Spurs) e Gregg Popovich a San Antonio. Due personalità autorevoli, con una loro precisa idea del gioco e una determinazione ferrea. Le volte in cui con lui in campo li ho visti gridare, tirare calci, mettersi le mani nei capelli o richiamarlo in panchina dopo una decisione avventata si avvicinano al centinaio. Non dimentichiamo, e forse negli ultimi giorni sull’onda della commozione un po’ ci è successo, che stiamo parlando di un mascalzone di prima categoria, di uno capace di sentirsi gridare addosso di non fare quella specifica cosa e poi di andare in campo e farla subito, girandosi anche verso la panchina con un ghigno di soddisfazione.

Eppure entrambi gli allenatori in questione si sono ritrovati a plasmare la propria concezione di gioco intorno a Ginobili, invece di tarparne l’esuberanza a favore di una loro idea aprioristica. Con il senno di poi hanno fatto il bene di tutti, soprattutto di noi tifosi, ma tutto questo è avvenuto per un’unica, semplice ragione: Ginobili è stato un vincente pazzesco.

“È un maledetto vincente. Sono arrivato alla conclusione che dovevamo fare più le cose a modo suo che a modo mio”. Gregg Popovich

L’estro non è di per sé una componente così rara da trovare in una lega come l’NBA. La lista di grandissimi tiratori/passatori/stoppatori/specialisti è pressoché infinita.

Nessuno mai quanto Ginobili ha messo la sua natura eccentrica al servizio delle vittorie, nessuno dotato di una fantasia tecnica paragonabile è mai riuscito a trasformarla in efficacia, nessuno è stato in grado di canalizzare una carica entropica di questa portata migliorando ogni specifico aspetto del proprio gioco.

Primo esempio: la sfacciataggine e il sangue freddo nel fare giocate rischiosissime in momenti decisivi.

Ci sono esempi famosissimi (primo tra tutti il canestro della vittoria in nazionale contro la Serbia) e molti altri episodi più dimenticati magari perché legati ad azioni difensive: personalmente ritengo che Ginobili sia stato sottovalutatissimo come ladro di palloni, procacciatore di falli in attacco e stoppatore.
In questa vittoria del 2010 degli Spurs sui Denver Nuggets il canestro del vantaggio è già grandioso (consueta rimessa perfetta in stile Spurs, Manu spezza un raddoppio sulla linea di fondo e segna in controtempo mentre torna a terra) ma è soprattutto la seguente azione difensiva a essere eccezionale: legge le intenzioni di Carmelo Anthony con tempismo perfetto, piazza i piedi fuori dal semicerchio all’interno del quale non c’è fallo in attacco e guadagna la vittoria con uno sfondamento che con due decimi di ritardo sarebbe stato fallo della difesa, possibile and-one, oppure tiri liberi e comunque sconfitta o supplementare.

Questa top 10 delle sue migliori stoppate, nonostante un pessimo finale di cui ci scusiamo, raccoglie quasi tutte le migliori. Dalla 7 alla 2 Ginobili stoppa Kobe Bryant allo scadere prendendo poi una discreta una botta in faccia, Carlton Myers in un’anticipazione della pazzesca stoppata su Harden di due stagioni fa, un alley-oop di Chris Paul per Tyson Chandler, Kevin Garnett con una cattiveria agonistica degna di…Kevin Garnett, Dwayne Wade e Kevin Durant in due impressionanti chase down: insomma, il meglio della lega degli ultimi 15 anni?

Il secondo esempio con cui vorrei cercare di sottolineare quanto Ginobili sia stato un mix irripetibile di creatività smodata e propensione alla vittoria riguarda la sua capacità di reagire agli errori, conseguenze inevitabili del suo approccio, con giocate decisive.

Per dirne una, prima della celeberrima tripla nella vittoria al secondo supplementare di gara 1 del secondo turno di playoff 2013 contro i Golden State Warriors era arrivato un tentativo di tiro senza ritmo, fuori dai giochi, goffo, telefonato e potenzialmente pericoloso… Guardate qui al 1:21 

Ginobili non ha mai preso bene una sconfitta, men che meno se dovuta a un suo errore. Dopo la sconfitta in finale di Eurolega contro il Panathinaikos nel 2002 non uscì di casa per una settimana, dopo l’errore madornale del fallo inutile su Nowitzki in gara 7 delle semifinali di Conference 2006 fece preoccupare così tanto i suoi compagni di squadra che questi si organizzarono in turni per tenerlo d’occhio.

La finale NBA persa nel 2013 ha scavato una ferita profonda sul cuore degli Spurs, tanto da far credere che fosse stato l’ultimo giro sulla giostra. E invece avevamo stupidamente sottovalutato l’orgoglio di una squadra che nel 2014 giocò con addosso un fuoco speciale, uno spirito di rivalsa che sfociava a tratti nella spietatezza. Il tutto derivava da Ginobili, dal compimento del processo naturale che portò gli Spurs ragionati e difensivi di Duncan e Robinson alla fluidità tutta passaggi e divertimento di uno dei migliori attacchi della storia del gioco. Non a caso, il momento in cui tutti pensammo “ok, è fatta” fu proprio in corrispondenza di due giocate consecutive di un trentaseienne Manu in gara 5:


El Contusion

Tutto ciò che abbiamo descritto finora mal si concilia con una lunga e soddisfacente carriera, eppure Ginobili si è ritirato a 41 anni e non c’è stata una sola stagione in cui sia stato meno che rilevante negli equilibri della squadra.

La chiave risiede nel suo innato spirito di sacrificio, che gli è costato soldi, minuti e statistiche a favore di vittorie e rapporti umani duraturi.

Un primo punto di svolta lo identificherei in quello che ritengo il canestro decisivo delle NBA Finals 2005. Ginobili è al culmine della sua miglior stagione di sempre: convocato all’All Star Game, carter high di 48 punti in una sfuriata da annali contro Phoenix, una delle più belle serie di finale NBA giocate da vero MVP (che andrà invece a Duncan). Gli Spurs trovano i campioni in carica, i Detroit Pistons. Le prime 4 partite vengono dominate prima da una poi dall’altra squadra. Gara 5 è in perenne equilibrio e incarna alla perfezione lo spirito delle due franchigie all’epoca: punteggio basso, difese arcigne ed efficacissime, ogni canestro deve essere conquistato con il sangue.

Mancano 9,5 secondi alla fine del primo supplementare, rimessa per gli Spurs sotto di 2 punti, un Ginobili in stato di grazia è l’osservato speciale dei Pistons, tant’è che viene raddoppiato nell’angolo in cui riceve la palla da Robert Horry che la rimette in campo. La sceneggiatura tipo in teoria prevede che la stella designata della squadra prenda il tiro decisivo, Manu invece non guarda neanche il canestro: con la sua consueta lucidità ha già capito che il raddoppio ha lasciato libero qualcuno e che la palla andrà proprio a Horry, un giocatore che ha costruito un’intera carriera sull’abilità nel segnare canestri decisivi e che è stato fondamentale nell’agganciare il supplementare.

Andate direttamente a 1:13:17

Dopo una stagione così di successo, dopo la medaglia d’oro di Atene del 2004, non ci sarebbe stato da stupirsi se Ginobili avesse firmato un contratto al massimo salariale prendendo in mano una franchigia. Lui però ha sempre dato la precedenza al gruppo, che fosse in maglia nero-argento o quella bianco-azzurra dell’Argentina della cosiddetta Generaciòn Dorada, alla costruzione di rapporti duraturi sì a livello sportivo ma anche umano.

Nella stagione 2006/2007 Popovich e gli assistenti decidono di provare a chiedere a Manu di partire dalla panchina. Nessuno crede che possa accettare, è negli anni migliori della sua carriera, perderebbe minuti e calerebbero le statistiche. Invece lui non ha il minimo tentennamento e accetta. Gli effetti? Terzo titolo per lui, quarto per gli Spurs, premio di sesto uomo dell’anno nel 2008 e sul lungo termine una carriera molto più lunga, influendo sul fisico per meno minuti a stagione, e soddisfacente del previsto, avendo il pieno controllo della squadra quando è in campo.

Manu Ginobili è stato fondamentale almeno quanto Tim Duncan nella costruzione della cultura Spurs quanto gli Spurs sono stati fondamentali nel suo sviluppo come giocatore.

Il risultato di questo processo è stato un miracolo: un giocatore strabordante e umano, incontenibile ed empatico, che per 23 stagioni di basket professionistico ha fatto strabuzzare gli occhi ai suoi tifosi e ai suoi avversari (che l’hanno salutato così).

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