Trentamila volte TOdays Festival

Tre serate sold out e oltre 30 mila presenze per la quarta edizione di un festival che continua a crescere numericamente e maturare artisticamente: ecco il nostro “romanzo” di TOdays 2018, che senza voler seguire né anticipare mode e tendenze, si impone come una delle fotografie più a fuoco nell’albo dei festival nostrani. Si alzerà ulteriormente il tiro nel 2019? Intanto riviviamo day by day le emozioni di quest’annata attraverso le parole di Enrico Viarengo e gli scatti di Miriam Corona. 

D A Y  #1

Siamo sinceri: difficilmente la quarta edizione del TOdays festival poteva iniziare meglio di così. Iniziamo raccontandovi cosa è successo ieri a sPAZIO211, in una serata che curiosamente segna un ritorno alle chitarre come denominatore comune di Indianizer, Bud Spencer Blues Explosion, King Gizzard & the Lizard Wizard e The War on Drugs. Volumi alti, tantissime presenze e nessun intoppo per l’appuntamento che tutti aspettavamo con grande fermento.

Gli Indianizer attaccano senza esitazione, forti di un’estate in giro per l’Italia (per chi volesse recuperarli, questa sera al Balla coi Cinghiali) per promuovere il loro ultimo spaziale “Zenith”. La chitarra e i mantra vocali di Riccardo Salvini si appoggiano su costanti pattern ipnotici dal sapore psichedelico geograficamente distanti da qualsiasi produzione nostrana: circa 20 minuti di viaggio cosmico tra percussioni e riff acidi, poche note reiterate come arma finalizzata a far ciondolare il pubblico di sPAZIO 211, compreso quello ancora in coda. Local heroes promossi a pieni voti e che, insieme alla creatura strettamente connessa che porta il nome di Foxhound, rappresentano il meglio che la città possa esportare a livello nazionale e non solo.

Il prato di via Cigna è già brulicante per il set dei Bud Spencer Blues Explosion. La band di Adriano Viterbini, con alle spalle ormai più di 10 anni di costante attività live, si presenta sul palco in formazione allargata per decretare che il rock’n’roll, in Italia, è ancora vivo. I quattro romani suonano più sporchi e grintosi del solito, concedendosi, senza troppi indugi, un breve siparietto di presentazioni e saluti vari. Inutile dire che tutto continua a ruotare attorno alla chitarra del leader di bianco vestito, che detta il tempo anche quando perde i freni nelle impeccabili dimostrazioni di virtuosismi eseguiti ormai a occhi chiusi e pose plastiche di grande effetto. Tra i nuovi pezzi di “Vivi muori blues ripeti”, uscito quest’anno per La Tempesta Dischi, c’è anche spazio per brani più datati come la sempre efficace cover di “Hey boy hey girl” dei Chemical Brothers. I BSBE saranno forse anacronistici in questo 2018 ITPOP, ma continuano ad avere un’appagante (e appagata) nicchia di fan sfegatati che difficilmente si stancherà di questa contagiosa irruenza blues.

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I pronostici meteo vengono fortunatamente disattesi e tutto continua a filare liscissimo in questa prima giornata di TOdays, iniziata già nel pomeriggio con una serie di appuntamenti, laboratori e workshop dislocati tra la Galleria d’Arte Gagliardi e Domke e l’Arca Studios, all’interno dei Docks Dora. Il pubblico numerosissimo e in odore di sold-out scalpita con curiosità, tra birre e burger dai nomi di celebri rock band, in attesa degli australiani King Gizzard & the Lizard Wizard. Una premessa doverosa: la band di Melbourne ha sfornato 13 album in 8 anni di attività, 5 dei quali pubblicati solo nel 2017, in una corsa record contro il tempo e forse, pare legittimo chiederselo, contro una più serena vita sociale extra-musicale. La critica è quasi unanime in una valutazione da quattro stelle in su e le voci di corridoio sembrano affermare che la dimensione live sia ancora più incredibile: sensazioni confermate in questa unica data italiana che sorprende anche i più perplessi e tradizionali followers dei War on Drugs. I Gizzard si presentano in 7, tre chitarre e due batterie. Dirige la folle orchestra Stu Mackenzie, capellone alla voce, chitarra, flauto e tastiere. La scaletta è un ipotetico Greatest Hits con rincorsa continua, BPM sempre sostenutissimi e attitudine punk di una band di neanche trentenni, un set anarchico, divertente e multiforme per il quale le etichette di genere diventano superflue. In un’ora abbondante di concerto c’è tutto, dalla psichedelia più pura (e certamente amata dagli opener Indianizer) al progressive rock, dagli accenni jazz schizofrenici alle derive quasi epic-metal, con quel treno costante di basso e chitarre stoppate che fa venire in mente dei Deep Purple sotto acidi pesanti che a sorpresa tirano fuori anche l’armonica davanti a un pubblico meravigliato e sorridente. Pubblico che chissà se avrà voglia di tuffarsi nella loro discografia sconfinata, ma che certamente sarà andato a dormire divertito canticchiando Rattlesnake.

Ci pensano gli attesissimi War on Drugs a riportare tutto alla normalità: lo fanno probabilmente con sofferenza iniziale dopo il set memorabile dei King Gizzard, partendo in quinta con la springsteeniana e più datata “Baby Missiles” e la sognante “Pain”, per poi ingranare con la più dimessa “Strangest Thing”, che si apre in tutto il suo splendore malinconico di ricami chitarristici. La band di Adam Granduciel non ha certo inventato nulla di nuovo, ma ripesca con una semplicità encomiabile, sincera e sentita quei grandi classici made in USA. “Lost in the Dream” e “A Deeper Understanding” restano due tra gli album più consumati e trasversali degli ultimi anni, capaci di mettere d’accordo i papà fermi al Boss e a Tom Petty e i rispettivi figli ancora sedotti da grazia e compostezza analogica. The War on Drugs suonano impeccabili, con una batteria-metronomo al limite della banalità che riesce comunque a scandire il tempo in quell’oceano di riverberi così omogeneo da risultare divisivo: i War on Drugs possono fare sbadigliare o andare dritto al cuore dell’ascoltatore, ma l’aspetto strettamente performativo è ineccepibile.

Non si poteva chiudere meglio – in una atmosfera sempre rilassata, tra cambi palco puntualissimi e performance all’altezza delle aspettative – questa prima serata di festival, proseguita poi tra le mura dell’ex-Incet con Coma Cose e Mount Kimbie; e già capace di saziare le diecimila persone arrivate da tutta Italia e dall’estero per un evento che resta il fiore all’occhiello dell’estate torinese.

D A Y  #2

L’anteprima del nuovo disco di Daniele Celona, una buona prova di maturità di Colapesce, gli Echo & The Bunnyman in grande spolvero. I Mogwai non fanno sentire la mancanza dei My Bloody Valentine e TOdays non ci fa rimpiangere le vacanze estive. Dopo la supernova rock allo sPAZIO211, l’astronave di Cosmo atterra all’Ex Incet tra coriandoli e synth, per poi lasciare le chiavi della notte agli “alieni dietro alla consolle” Mouse on Mars, Acid Arab e Red Axis. Nel pomeriggio, non ci siamo fatti mancare nemmeno il trip virtuale con gli Uochi Toki, in uno dei più interessanti laboratori del festival alla Gagliardi & Domke Gallery. 

I Mogwai sul palco esterno di sPAZIO211 ci sono saliti già un paio di volte, nel 2006 e nel 2011. Erano i tempi di Spaziale Festival, Barriera di Milano era più periferia di oggi, in via Cigna ancora nessun accenno al work in progress che conosciamo. A memoria, almeno in una delle due occasioni l’aria pesante e il mixer coperto da teli non inducevano all’ottimismo. Ieri sera vedere i tecnici montare un tendone last minute per proteggere pomelli e lucine da poche gocce d’acqua è stato un piccolo deja-vu che in qualche modo ci ha fatto sentire a casa. Come quel “Hi, we are Mogwai from Glasgow, Scotland”, poche parole che in un attimo ci fanno dimenticare che pigiare distorsori e anestetizzare migliaia di orecchie sarebbero stati i compiti di Kevin Shields e soci.

Via i rimpianti e dentro 13 canzoni per riscaldare il cuore in questo fresco sabato sera, tutte intervallate da teneri “Grazii milley” da quel microfono che serve poco a una band che non ha mai smesso di imparare a far cantare gli strumenti. Canzoni storiche (“I’m Jim Morrison, I’m Dead”, “Rano Pano”) e new entry dall’ultimo lavoro in studio – una su tutte, “Every Country’s sun”, che sintetizza nel migliore dei modi la volontà di questi pionieri del post-rock di continuare a scrivere pagine di granito e burro in formato strumentale, sempre legate al genere, ma con una marcia emotiva in più. Spicca anche la nuovissima “We’re not Done”, colonna sonora cantata del film in uscita Kin, che vede i cinque scozzesi abbracciare con una certa naturalezza un inedito formato canzone pop (nuova linea per il futuro? Chissà…). “Mogwai fear Satan” è l’epilogo che tutti ci aspettiamo, la tempesta dopo la quiete, l’esplosione catartica di suono e di luci – ottimo il lavoro dei tecnici – che manda tutti a casa (o in direzione Ex-Incet per due salti sulla cassa dritta di Cosmo) con l’anima in pace.

Diceva bene Daniele Celona in apertura: questo TOdays è il festival delle chitarre (in larga misura, ma non solo, aggiungiamo noi) e in questa seconda giornata il merito non va solo ai Mogwai. Non scherza neanche il cantautore torinese, infatti, in assetto rock urgente con i soliti chili di pathos a cui siamo abituati. A dirla tutta, i suoni sono più generosi per le note di basso del Rickenbacker di Marco Di Brino che per le sferzata di chitarra dei ritornelli cantati con potenza, e si resta sempre in bilico tra l’approccio più grezzo e alternativo – e, almeno per chi scrive, decisamente più interessante – e il rock più didascalico e ben confezionato, ma a tratti innocuo. L’apertura è comunque portata a casa con grande dignità e applausi per la finale “Ninna Nanna”.

Chi ha fatto il salto è invece Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce. Si presenta con l’immancabile outfit da pesce spada in compagnia di un’orchestra pop indispensabile per gli arrangiamenti curati dei pezzi dell’ultimo “Infedele”. A impreziosire il live è di certo la presenza in versione polistrumentista di Adele Nigro, che partendo dall’esordio coi fiocchi di Any Other di pochi anni fa sta conquistando uno spazio di rilievo nel panorama indie italiano con Halfalib, Generic Animal (in arrivo oggi alle 18.45) e lo stesso Colapesce. Con lui, sul palco, si alterna a chitarra, voce e sax. L’eco di Battiato è innegabile, ma la personalità non manca al cantautore siciliano. Singalong per il singolo dalle coordinate 100% itpop “Totale”, scritto con Dimartino e in realtà inizialmente destinato a Luca Carboni; ottima e molto più efficace rispetto a “Maledetti italiani”, con tanto di deriva citazionista de “I migliori anni della nostra vita”. Ci si diverte sopra e sotto il palco, in uno dei live più colorati e spensierati del festival, senza soffrire una durata forse eccessiva, considerato il ruolo di apripista della serata.

E gli Echo & The Bunnymen? Diciamo che l’inizio non è dei migliori: volume ridicolo rispetto ai predecessori italici e qualche problemino tecnico di suono della batteria risolto con molta calma. Attaccano, sprecando così una delle cartucce migliori, con “Lips like Sugar”, assestandosi meglio con la successiva ballad “Bring on the Dancing Horses”. Chitarre un po’ ingessate e spesso coperte dalla sezione ritmica e una band oggettivamente dall’impatto visivo risibile.


Contro buona parte dei pronostici, chi è davvero in ottima forma, nonostante i suoi 30 anni per gamba, è proprio mister Ian McCulloch: la sua presenza iconica davanti al microfono fa pensare a tutti i discussi frontman del brit-pop (non ultimo, un meno composto Ashcroft della passata edizione). Si fuma una cicca serena tra strofa e ritornello, ogni tanto biascica qualcosa che neanche il suo vicino di casa born in Liverpool riuscirebbe a carpire; ma la voce c’è eccome e il carisma di un tempo è immutato. Funzionano bene i pezzi più post-punk, fanno sorridere i tentativi di allungare la broda con bizzari medley (“Take a walk on the Wild Side”, davvero?). Poi, si sa, a una certa arriva anche “The Killing Moon” con labiale sincronizzato di buona parte dei presenti “Under blue moon I saw you” e il gioco è fatto, il rischio del flop “band storica fritto misto” è schivato e gli attempati inglesi possono tornare in camerino a bersi meritatamente quella dozzina di casse di birra prima che i Mogwai lancino le loro bombe.

D A Y  #3

Tripletta sold out e ultima giornata che soddisfa tutti i palati musicali per IL festival dell’estate torinese: dall’emo-trap di Generic Animal alle dolcezze indie di Maria Antonietta, dal freak show dell’amato/odiato Ariel Pink alla solidità da palazzetto degli Editors, che chiudono col botto un’edizione memorabile dei TOdays.

Si ripropone l’immagine-cartolina del bimbo batterista felice come una Pasqua anche in questo Day3, l’immagine emblematica di un festival che riesce puntualmente ad accontentare un pubblico di tutte le età, senza cadute di stile o imprevisti di sorta.


L’apertura delle porte di sPAZIO211 è posticipata causa check andato per le lunghe. Si aspetta in un’ordinatissima fila l’arrivo di chi ha sfidato il sole pomeridiano per godersi lo show trascinante al limite del trash di Myss Keta al parco Peccei e si entra quasi in concomitanza con l’inizio di Generic Animal, la recente creatura di Luca Galizia.

Il giovane (classe 1995) è già temprato dall’esperienza con i Leute, ma dell’irruenza emo-core della band milanese è rimasto solo il prefisso emo, da agganciare a un minimalismo pop digitalizzato. Si presenta da solo, in compagnia dei fiori che ormai da un po’ adornano il set di Maria Antonietta e delle sue basi, unico supporto alla voce filtrata. Punta tutto sulla sincerità, la sua arma vincente sia su disco che sul palco: è il primo concerto a Torino, e mettersi a nudo in una domenica pomeriggio di sole davanti a nuove facce curiose e presumibilmente in attesa degli Editors non è un gioco da ragazzi. Lo fa bene, però, grazie a una manciata di canzoni le cui parole semplici e dirette di Jacopo Lietti (Fine Before You Came) arrivano al cuore di chi è disposto ad accogliere un po’ di fragilità altrui, aiutato da qualche fan sotto palco che le canta tutte a memoria e balla senza l’ombra di imbarazzo. Imbraccia la chitarra per l’ultima “Broncio” e si congeda con quel verso “con tutta la pazienza che ci vuole con te“; genuinità pura e malinconia declinata con un occhio alla tendenze del 2018 che speriamo possa avere un futuro brillante.

Non deve dimostrare nulla, invece, Maria Antonietta, che giusto qualche settimana fa si è ritrovata ad aprire il concerto di Calcutta all’Arena di Verona. Peccato, però, che le canzoni agrodolci dell’ultimo “Deluderti” non ingranano come al solito: una brutta laringite affossa la voce della sfortunata (complice anche un problema tecnico al microfono) Letizia Cesarini proprio nel suo giorno del suo compleanno, e di questo non possiamo fargliene una colpa; i suoni però non sono particolarmente curati e la band alle sue spalle non brilla di luce propria. Nonostante l’acciacco, va meglio proprio quando la cantautrice pesarese si ritrova sola voce e chitarra, come in “Questa è la mia festa” o nel lancio di “Saliva”. Rimandata a settembre, speriamo – anzi, ne siamo certi – possa rifarsi presto da queste parti.

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È il turno di Ariel Pink, attesissimo ed eclettico polistrumentista americano lanciato dagli Animal Collective. Uno che, almeno sulla carta, dovrebbe raccogliere il consenso di hipster dell’ultima ora e di più attempati retromaniaci psichedelici. Lui stesso non è più un ragazzino, ma sotto i riflettori insieme alla sua ciurma sgangherata di cinque elementi, con quel piglio lo-fi neanche troppo ostentato, ma certamente innato, sembra un Peter Pan anarchico e schizofrenico. Come da disco, ci si aspetta un po’ di tutto. Ballate dal sapore seventies? Cavalcate pop figlie degli ’80 con ritornelli appiccicosi? Garage scazzato? Scatenate urla proto-punk? All-in e tutti accontentati in questa unica data italiana a carburazione lenta, che parte faticosamente in salita, viaggia a velocità media con la sognante e slacker “Feels Like Heaven” (che potrebbe essere il tormentone di fine estate dell’anno 1982 come 2020), preme l’acceleratore con la frizzantezza surf/punk di Bubblegum Dreams e poi supera ogni limite (e ritegno) in un’orgia freak di passaggi melodici seppelliti da riverberi, distorsioni, salti e urla scatenate. Insomma, una divertente caciara colorata che forse non acchiappa chi scalpita per la band di Birmingham, ma è anche questo il bello del TOdays: inanellare combo folli come Ariel Pink + Editors o, come nella prima serata, King Gizzard + War on Drugs (clicca qui per leggere il report della prima giornata).

«Il TOdays festival non è più una speranza per il futuro, ma una certezza su cui poter contare. Imperfetto e umano, come tutte le persone che lo hanno reso possibile ma “vivo”, sincero e magnifico»

A guardarsi intorno, quella di domenica sembra la serata con il maggior numero di presenze, perlomeno quando è tutto buio, la luna piena risplende sopra il palco di via Cigna 211 e arriva l’ora degli Editors.

Dopo l’eclettismo del bizzarro showman americano, qui bisogna fare i conti con dei “quasi” giganti – si può dire, superati i 15 anni di carriera internazionale e dopo aver fatto capolino nelle classifiche di tutto il mondo? – dalla doppia identità: ci sono gli Editors degli esordi, figli degli Echo & the Bunnymen (clicca qui per leggere il report del secondo giorno di festival) e fratelli meno spigolosi degli Interpol, e gli Editors degli ultimi anni, quelli che “via la chitarra e dentro i synth”, che hanno insomma imboccato l’autostrada del pop-rock da classifica che conduce a palazzetti e stadi senza provare troppa vergogna e conservando alcuni tratti distintivi della dark wave e del post-punk degli anni che furono. Uno su tutti: il timbro profondo del leader Tom Smith, rimasto immutato tanto quanto il suo essere il tipico animale da palcoscenico. Il concerto è quindi, un mix perfetto e bilanciato di questi due volti e, cercando di non essere di parte, è difficile fare un qualsiasi appunto. Fila tutto liscio sia con i riff veloci di “An End has a Start” e “The Racing Rats” sia con la cassa dritta della recente “Violence” o con le morbidezze pianistiche di “Ocean of Night”. Gli Editors sono gli unici di questo TOdays a concedersi il bis, dopo la deflagrazione di luci e chitarre di “Smokers Outside the Hospital Doors”, la più attesa della serata e suonata senza una sbavatura, quasi come fosse stata scritta ieri.

Ma il meglio arriva alla fine, con due pezzi voce (e che voce!) e chitarra acustica da pelle d’oca (“No Sound but the Wind”, solitamente eseguita al piano, e “A Ton of Love”), un altro regalino per i fan di vecchia data (ma che tiro aveva “Munich”?), l’epica e magniloquente “Papillon” seguita, sulla falsariga della precedente, da “Magazine” con meritato scroscio finale di applausi. Non per tutti i palati, e siamo d’accordo: ma non si può certo negare che gli Editors sappiano intrattenere e coinvolgere un pubblico eterogeneo, compresa la frangia più ostile di indie kids radicali.

Si chiude così, in un clima da stadio senza curve o posti a sedere, questo quarto anno di TOdays.

Ci si potrebbe dilungare, come sempre, su quanto sia importante un appuntamento del genere per la città, sulle aspettative totalmente ripagate, l’impeccabilità dell’organizzazione, la qualità degli artisti and so on. Ma noi, che ci nutriamo di musica, lo sapevamo già. Sapevamo che ci saremmo divertiti, che avremmo bevuto qualche birra di troppo davanti a un nuovo artista da scoprire, che avremmo avuto da ridire sulla band assente e poi accolto la new entry con grande approvazione. Lo sapevamo che sarebbe stato bello. Così come sappiamo che ci sarà un TOdays 2019 e che sarà come o meglio del 2018, nessun dubbio a riguardo. Il TOdays festival non è più una speranza per il futuro, ma una certezza su cui poter contare. Imperfetto e umano, come tutte le persone che lo hanno reso possibile (a proposito: un abbraccio a chi ha mandato in stampa i due immensi banner con quei “2017” corretti a mano, e qualcuno dica a Rock Burger che si scrive “Morrissey”), ma “vivo”, sincero e magnifico.

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