Il racconto del secondo giorno di TOdays Festival

L’anteprima del nuovo disco di Daniele Celona, una buona prova di maturità di Colapesce, gli Echo & The Bunnyman in grande spolvero. I Mogwai non fanno sentire la mancanza dei My Bloody Valentine e TOdays non ci fa rimpiangere le vacanze estive. Dopo la supernova rock allo sPAZIO211, l’astronave di Cosmo atterra all’Ex Incet tra coriandoli e synth, per poi lasciare le chiavi della notte agli “alieni dietro alla consolle” Mouse on Mars, Acid Arab e Red Axis. Nel pomeriggio, non ci siamo fatti mancare nemmeno il trip virtuale con gli Uochi Toki, in uno dei più interessanti laboratori del festival alla Gagliardi & Domke Gallery. 


_di Enrico Viarengo

I Mogwai sul palco esterno di sPAZIO211 ci sono saliti già un paio di volte, nel 2006 e nel 2011. Erano i tempi di Spaziale Festival, Barriera di Milano era più periferia di oggi, in via Cigna ancora nessun accenno al work in progress che conosciamo. A memoria, almeno in una delle due occasioni l’aria pesante e il mixer coperto da teli non inducevano all’ottimismo. Ieri sera vedere i tecnici montare un tendone last minute per proteggere pomelli e lucine da poche gocce d’acqua è stato un piccolo deja-vu che in qualche modo ci ha fatto sentire a casa. Come quel “Hi, we are Mogwai from Glasgow, Scotland”, poche parole che in un attimo ci fanno dimenticare che pigiare distorsori e anestetizzare migliaia di orecchie sarebbero stati i compiti di Kevin Shields e soci.

Via i rimpianti e dentro 13 canzoni per riscaldare il cuore in questo fresco sabato sera, tutte intervallate da teneri “Grazii milley” da quel microfono che serve poco a una band che non ha mai smesso di imparare a far cantare gli strumenti. Canzoni storiche (“I’m Jim Morrison, I’m Dead”, “Rano Pano”) e new entry dall’ultimo lavoro in studio – una su tutte, “Every Country’s sun”, che sintetizza nel migliore dei modi la volontà di questi pionieri del post-rock di continuare a scrivere pagine di granito e burro in formato strumentale, sempre legate al genere, ma con una marcia emotiva in più. Spicca anche la nuovissima “We’re not Done”, colonna sonora cantata del film in uscita Kin, che vede i cinque scozzesi abbracciare con una certa naturalezza un inedito formato canzone pop (nuova linea per il futuro? Chissà…). “Mogwai fear Satan” è l’epilogo che tutti ci aspettiamo, la tempesta dopo la quiete, l’esplosione catartica di suono e di luci – ottimo il lavoro dei tecnici – che manda tutti a casa (o in direzione Ex-Incet per due salti sulla cassa dritta di Cosmo) con l’anima in pace.

Diceva bene Daniele Celona in apertura: questo TOdays è il festival delle chitarre (in larga misura, ma non solo, aggiungiamo noi) e in questa seconda giornata il merito non va solo ai Mogwai. Non scherza neanche il cantautore torinese, infatti, in assetto rock urgente con i soliti chili di pathos a cui siamo abituati. A dirla tutta, i suoni sono più generosi per le note di basso del Rickenbacker di Marco Di Brino che per le sferzata di chitarra dei ritornelli cantati con potenza, e si resta sempre in bilico tra l’approccio più grezzo e alternativo – e, almeno per chi scrive, decisamente più interessante – e il rock più didascalico e ben confezionato, ma a tratti innocuo. L’apertura è comunque portata a casa con grande dignità e applausi per la finale “Ninna Nanna”.

Chi ha fatto il salto è invece Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce. Si presenta con l’immancabile outfit da pesce spada in compagnia di un’orchestra pop indispensabile per gli arrangiamenti curati dei pezzi dell’ultimo “Infedele”. A impreziosire il live è di certo la presenza in versione polistrumentista di Adele Nigro, che partendo dall’esordio coi fiocchi di Any Other di pochi anni fa sta conquistando uno spazio di rilievo nel panorama indie italiano con Halfalib, Generic Animal (in arrivo oggi alle 18.45) e lo stesso Colapesce. Con lui, sul palco, si alterna a chitarra, voce e sax. L’eco di Battiato è innegabile, ma la personalità non manca al cantautore siciliano. Singalong per il singolo dalle coordinate 100% itpop “Totale”, scritto con Dimartino e in realtà inizialmente destinato a Luca Carboni; ottima e molto più efficace rispetto a “Maledetti italiani”, con tanto di deriva citazionista de “I migliori anni della nostra vita”. Ci si diverte sopra e sotto il palco, in uno dei live più colorati e spensierati del festival, senza soffrire una durata forse eccessiva, considerato il ruolo di apripista della serata.

E gli Echo & The Bunnymen? Diciamo che l’inizio non è dei migliori: volume ridicolo rispetto ai predecessori italici e qualche problemino tecnico di suono della batteria risolto con molta calma. Attaccano, sprecando così una delle cartucce migliori, con “Lips like Sugar”, assestandosi meglio con la successiva ballad “Bring on the Dancing Horses”. Chitarre un po’ ingessate e spesso coperte dalla sezione ritmica e una band oggettivamente dall’impatto visivo risibile.


Contro buona parte dei pronostici, chi è davvero in ottima forma, nonostante i suoi 30 anni per gamba, è proprio mister Ian McCulloch: la sua presenza iconica davanti al microfono fa pensare a tutti i discussi frontman del brit-pop (non ultimo, un meno composto Ashcroft della passata edizione). Si fuma una cicca serena tra strofa e ritornello, ogni tanto biascica qualcosa che neanche il suo vicino di casa born in Liverpool riuscirebbe a carpire; ma la voce c’è eccome e il carisma di un tempo è immutato. Funzionano bene i pezzi più post-punk, fanno sorridere i tentativi di allungare la broda con bizzari medley (“Take a walk on the Wild Side”, davvero?). Poi, si sa, a una certa arriva anche “The Killing Moon” con labiale sincronizzato di buona parte dei presenti “Under blue moon I saw you” e il gioco è fatto, il rischio del flop “band storica fritto misto” è schivato e gli attempati inglesi possono tornare in camerino a bersi meritatamente quella dozzina di casse di birra prima che i Mogwai lancino le loro bombe.

All pics by Miriam Corona