Siamo tutti dei cretinetti: un omaggio a Franca Valeri

Per festeggiare i 98 anni di Franca Valeri parliamo de “Il vedovo”, il mitologico film del 1959 con grandi protagonisti la stessa attrice milanese e Alberto Sordi. 



_di Mattia Nesto

È in una giornata torrida, di quelle in cui ogni movimento compiuto costa una stilla di fatica e sudore in più, che Franca Valeri, la grande signora del cinema italiano, attrice finissima di teatro e valentissima presentatrice tv, compie 98 anni. Un traguardo ragguardevole soprattutto se si pensa all’assoluta modernità del personaggio, così anticonformista e, giustappunto, sghembo rispetto alle classiche parabole delle attrici italiane degli anni Cinquanta e Sessanta: giudicata, a torto od a ragione non ci importa, come “bruttina”, Franca Valeri, proveniente da una famiglia illustre di origine ebraica, avrà sempre ruoli non convenzionali, come la “donna sola ed emancipata”, la “ragazza invidiosa dell’amica più bella e che per questo vuole rubarle il fidanzato” ed anche, anzi soprattutto, quella “dell’imprenditrice venuta dal niente che mantiene il marito”. Quest’ultima “veste” di Franca Valeri è, senza ombra di dubbio, una delle più riuscite ed è stata interpretata dall’attrice nel fantasmagorico film del 1959 di Dino Risi “Il vedovo” che vede la partecipazione, come co-protagonista assoluto, di Alberto Sordi.

La trama del film (da cui è stato tratto, qualche anno fa, un infelicissimo remake con Fabio De Luigi e Luciana Litizzetto) trae spunto da un reale fatto di cronaca, che aveva abbastanza sconvolto la pudica opinione pubblica italiana dei tardi Cinquanta. Si tratta del cosiddetto “Mistero di via Monaci” in cui un sedicente imprenditore in difficoltà avrebbe volutamente organizzato la morte della moglie per intascare la sua onerosa eredità.

Nel film di Dino Risi, che si può considerare come uno dei vertici assoluti della commedia all’italiana, le tinte fosche e caustiche della vicenda permangono, con però maggiore attenzione per l’ambiente sociale e culturale dell’epoca.

Siamo infatti forse nell’anno principe del Boom economico e mai città d’Italia come Milano è quella più giusta per incarnare ciò. Ecco allora che la coppia Sordi-Valeri, nel film Nardi-Ammiragli, abita in un lussuoso appartamento della Torre Velasca, il corrispettivo di quella che oggi il Bosco Verticale di Porta Nuova, ovvero l’edificio più moderno di tutti e simbolo stesso del capitalismo rampante di quegli anni.

Eppure, e il soggetto di Rodolfo Sonego (a cui Tatti Sanguinetti ha recentemente dedicato il meraviglioso libro, edito da Adelphi, “La mente di Sordi) lo fa in modo egregio, ne Il Vedovo questo senso di modernità e, appunto, di imprenditorialità (parola non ancora di moda, sarebbe stata introdotta solo nei tardi anni Ottanta) si mescola, senza soluzione di continuità, con ancora la mentalità un poco gretta e molto strapaesana degli italiani usciti dalla guerra da “poveri ma belli ed anche mezzi furbetti e mezzi cretinetti”, detti con le vocali belle aperte.

Ed ecco allora che il Nardi, interpretato da Sordi,  non è altro che un bel romano aiutante che cento ne pensa e nessuno ne fa. Dopo aver sedotto la ricca Ammiragli-Valeri tenta, senza alcun successo, di emulare i successi industriali della moglie, ma non è buono. Prima fa degli investimenti sconsiderati, tentando di lucrare sulla chiusura del Canale di Suez senza riuscirvi, e poi si indebita con tutti gli i “simil-strozzini” di Milano e dintorni per sovvenzionare la sua sciagurata fabbrichetta di ascensori. Tutto questo è perfettamente immerso in una società da un lato caricaturale ma dall’altro anche fedele di quella italiana all’altezza cronologica di quella decade: c’è il sodale socio, il marchese Stucchi, che altri non è che il superiore al tempo di guerra dello stesso Nardi, ci sono gli operai, un po’sindacalizzati un po’ no, che in fondo fondo vogliono bene al padrone e poi c’è l’amante d’ordinanza dello stesso Ammiragli, l’ingenua Gioia, interpretata da Leonora Ruffo, attrice italiana di raro fascino ma quasi dimenticata al giorno d’oggi.

Ma che tipo di uomo è l’ingegnere Nardi? Sordi interpreta fin nel midollo il classico spaccone romano tutto sregolatezza e poco genio, che si arrabbia per i successi altrui non accettando che gli altri col duro lavoro e le idee giuste, al contrario delle sue, lo possano superare negli affari. Egli prima si appella ad uno non meglio precisata fortunata e poi, in maniera abbastanza interessante anche a livello sociale e storico, sbanda pericolosamente “a destra”, ribadendo più volte le sue malcelate simpatie mussolianiane e per il Ventennio appena trascorso. Eppure non gli si vuole male al Nardi di Sordi, un altro dei “magnifici farabutti italiani” che il grande attore nostrano ha portato sullo schermo, specialmente tra gli anni ’50 e ’60.

Personaggio, questo Nardi, costruito in totale contrasto con la moglie Ammiragli, tutto il contrario del marito: fredda, intelligentissima, quasi calvinista nel suo modo di porsi nel mondo e nella vita, Franca Valeri interpreta alla perfezione questo personaggio che non perde mai l’occasione per criticare e blandire il marito, chiamato, va detto poco affetto, “il mio cretinetti” (detto con perfetto accento milanese). Una donna tutta d’un pezzo e di larghe vedute, ammirata, molto ammirata negli ambienti bene milanesi e che, sempre meno, finanzia e copre le sciagurate perdite del marito, in borsa e negli affari, fino a che non si arriverà alla “chiusura dei rubinetti del gas”.

Sarà dopo questa decisione che la storia prenderà la piega che si può immaginare: sulla falsariga del fato di cronaca, dopo che la moglie è scampata per un soffio ad un pauroso incidente ferroviario, il Nardi mediterà di organizzarne la morte, con un piano “tutto da ridere”. Valeri e Sordi trovano qui una perfetta sintonia, lavorando su livelli altissimi e divertendo sempre lo spettatore con trovate brillanti e di grande gusto.

Le piccole manchevolezze del marito, le grandi meschinità e i trabocchetti che non vanno mai a finire bene sono di grande, grandissimo godimento. C’è anche il tempo, en passant, per ragionare sul mutato sentire in termine di morale  e di religione, con Franca Valeri che tollera l’amante del marito, riconoscendone i meriti (“almeno lo tieni un po’ buono”) ma criticando il fatto di stimarlo per motivi che lei stessa non comprende, sino al rifiuto del divorzio non tanto per motivi confessionali ma “perché altrimenti, mammetta, se divorzio, gli devo pure passare gli alimenti!”. In questo film insomma ci tanti, tantissimi elementi per indagare i decenni fondanti la nostra Repubblica, quelli immediatamente successivi al dopoguerra, con una morale di facciata e una condotta “da retrobottega”, con le “bugie bianche” per salvare l’onorabilità della famiglia e tanti soldi, puliti o sporchi non è dato saperlo, che iniziavano a girare nelle tasche degli italiani (più nelle tasche di pochi che in quelle di molti, ma vabbè) e con la dicotomia Nord-industrioso e il Sud-pidocchioso che è sempre lì come monito (poco solenne molto da avanspettacolo).

Il vedovo non solo è una delle commedia all’italiana più bella e riuscita ma è anche, a conti fatti, una delle migliori interpretazioni di Franca Valeri, gran donna moderna d’Italia, mente agilissima e battuta sempre pronta. Inutile dire che stasera sappiamo già cosa (ri)guardare, vero cretinetti?

Comments