Le mostre da vedere a Torino a luglio

Cosa non perdersi della programmazione artistica tra musei e gallerie, mostre appena inaugurate o in scadenza.

27/06/2018 – 24/07/2018

Piazza Bottesini – Wire Connection

Wire Connection di Irene Pittatore è l’opera che a partire dal 27 giugno 2018 occuperà lo spazio per le affissioni di Piazza Bottesini per l’edizione 2018 di Opera Viva Barriera di Milano. Il lavoro di Irene Pittatore è il primo delle tre opere vincitrici della open call e selezionate dalla giuria composta da Umberto Allemandi, Alessandro Bulgini, Christian Caliandro, Pietro Gaglianò, Luigi Ratclif e Roxy in the Box. Si tratta di una declinazione ancora diversa rispetto a quelle precedenti, realizzate da Lucia Veronesi e da Laboratorio Saccardi. In questo caso, infatti, l’autrice condensa la sua riflessione in un’immagine umile e quotidiana: le scale, le ringhiere e le finestre di un condominio; due donne che intrecciano i loro capelli, neri e biondi. Che cosa faranno? Dove andranno? Come faranno a muoversi, a esistere in quella posizione? Delle due donne non vediamo e non vedremo mai i volti, ma possiamo immaginare il presente e il futuro: le identità singole diventano così collettive.

22/06/2018 – 02/09/2018

OGR – Officine Grandi Riparazioni – Reverse Angle

Dal 22 giugno al 2 settembre 2018, il Binario 2 delle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino ospita Reverse Angle, la prima mostra personale del regista cinematografico Davide Ferrario. Nel Binario 2 si avrà modo di esplorare un tema attuale come quello dei migranti e, più in generale, dell’Altro, partendo da una prospettiva inedita e dando vita a un’idea semplice: cambiare punto di vista guardando la vita, i fatti e le persone da un’angolatura differente, quella dell’altro.

Reverse Angle – termine che in gergo cinematografico indica il controcampo – parte dall’incontro quasi casuale del regista con un gruppo di giovani migranti africani residenti nel paese in cui abita, Pecetto Torinese (TO). Colpito dall’attenzione dei giovani verso i loro telefonini, una sorta di cordone ombelicale che permette loro di dialogare con le comunità di origine, Ferrario ha commissionato ai ragazzi una serie di riprese effettuate da ciascuno con uno smartphone. Tema: la vita quotidiana degli italiani.

Dal lavoro emerge l’insostenibile leggerezza dell’Occidente, come definita dallo stesso regista. Senza interviste e senza parole, senza pretese sociologiche o morali, solo immagini, suoni e situazioni quotidiane che si tramutano, nel montaggio su tre schermi, in un surreale affresco delle nostre azioni consuete. Con questo lavoro il regista Davide Ferrario realizza una nuova incursione nell’arte, alla ricerca di nuove vie per un cinema che si esprime sempre più al di fuori dalle sale cinematografiche.

07/06/2018 – 07/10/2018

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo – “Coming soon – Nove artisti italiani”

La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dal 7 giugno al 7 ottobre 2018, presenta Coming soon, mostra che conclude la dodicesima edizione della Residenza per Giovani Curatori Stranieri (con il sostegno della Compagnia di San Paolo).

Curata da Mira Asriningtyas, Nora Heidorn, Kari Rittenbach, la mostra presenta lavori di nove artisti italiani, emergenti e affermati: Lisetta Carmi, Leone Contini, Giulia Crispiani, Alessandra Ferrini, Kinkaleri, Beatrice Marchi, Marinella Pirelli, Francesco Pozzato, Davide Stucchi.

Prima che fosse introdotto il Tempo Coordinato Universale, il cosiddetto «tempo civile», gli orologi delle città (e non solo) venivano regolati in base alla posizione del sole, consentendo di leggere segnali cosmici secondo interpretazioni locali. La velocità raggiunta a seguito della sincronizzazione globale ha alimentato la brama sempre più pressante di plusvalore, e favorito la diffusione dell’ideologia dell’accelerazione.

Mentre Foucault parlava del controllo biopolitico delle popolazioni attraverso la gestione disciplinare e l’amministrazione della vita quotidiana, oggi è il processo di capitalizzazione ad aver investito tutte le più ordinarie attività umane: istruzione, lavoro, obblighi sociali, familiari e personali. Da un punto di vista occidentale, l’efficienza è l’unica via per accedere alla new economy, mentre la lentezza rimane un privilegio o un’impasse.

Il feticismo per l’«adesso» e la falsa urgenza di contemporaneità premiano la gratificazione istantanea alle spese di una prospettiva complessa e a lungo termine, lasciando poco spazio alla riflessione, alla ritrattazione, al fallimento, o anche a un semplice pomeriggio sprecato. Tuttavia se il valore aumenta col tempo, in che modo possiamo scegliere di spenderlo?

In un paesaggio ormai usurato dal tempo, il concetto astratto di essenzialismo nazionale si scinde in complesse specificità regionali, territoriali e culturali, producendo un contesto dove molteplici storie e temporalità diverse si scontrano, coincidono e coesistono. L’utopica realtà alternativa si rivela come una temporalità alternativa, e il decadere nel provincialismo diventa un’assunzione egemonica. La percezione del tempo può cambiare in base alla posizione geografica, che uno sia in città, in periferia, oppure su un’isola? In assenza di lavoro salariato, come si può identificare il cosiddetto “lavoro riproduttivo”?

La costante spinta alla produttività richiede che il lavoro creativo e intellettuale, quello della cura del prossimo e quello manuale siano costantemente in corso. Coming Soon suggerisce sia una risposta a questa domanda sia un rinvio a un tempo che deve ancora arrivare.

Le opere statiche e time-based in mostra trattano il fattore tempo sia dal punto di vista tecnico che concettuale, riservando una particolare attenzione a come il tempo a nostra disposizione possa essere rivalutato, utilizzato e condiviso.

Messa in scena in occasione dell’inaugurazione della mostra, l’opera in atto unico di Giulia Crispiani, antropomorfizza i personaggi Ieri e Domani, mettendoli in tensione competitiva fra di loro. Francesco Pozzato racconta di un futuro funerario in un’installazione che ripropone attrezzi da caccia e da campeggio come oggetti riservati al corredo funebre nell’antico Egitto. In un film d’animazione, l’alter-ego di Beatrice Marchi viaggia su un tram attraverso una storia accelerata della pittura paesaggistica, pur rimanendo intrappolata in un presente stagnante.

I film sperimentali di Marinella Pirelli, invece, dipingono il contesto psicologico e ambientale dell’Italia del dopoguerra attraverso la materia del mondo naturale: un lago e delicati petali di fiori. La vita vegetale dell’installazione di Leone Contini scardina il concetto di territorio nazionale attraverso la coltivazione di sementi di contrabbando. Alessandra Ferrini riorienta le circostanze economiche e storiche della regione mediterranea, per indagare le attuali relazioni tra Italia e continente africano attraverso l’eredità del colonialismo e del fascismo italiano.

Durante il loro progetto di performance collaborativa a lungo termine, il collettivo Kinkaleri ha messo in scena innumerevoli “piccole morti” in vari contesti urbani, prefigurando la fine dell’era dell’Occidente. Le fotografie senza tempo di Lisetta Carmi ritraggono sfumature legate al concetto di presenza, assenza e marginalità all’interno della società italiana. In un processo continuo, Davide Stucchi estrapola la linea dello spazio bidimensionale per reinserirla nello spazio occupato dal corpo, lavorando dentro e fuori materialità che lentamente si accumulano per poi digradarsi.

Il libro, pubblicato in occasione di Coming Soon (Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e NERO, 2018) presenta approfondimenti relativi alla pratica di ciascuno degli artisti in mostra attraverso una selezione di immagini che in parte si riferiscono all’installazione delle opere in mostra.

7 giugno – 16 settembre 2018

Fondazione Merz – Sitin

Nel cinquantenario dei movimenti di contestazione del ’68, la mostra fornisce – attraverso una decina di opere realizzate da Merz tra il 1966 e il 1973 – uno spunto di riflessione intorno ad un periodo ricco di fermenti creativi, che ha innescato nuovi processi di trasformazione e che ha rinnovato la visione del futuro.

Questo cambiamento coinvolge tutte le arti, dalla letteratura alla musica, al teatro, al cinema e naturalmente l’arte visiva, che ha visto coesistere movimenti così significativi come il minimalismo, l’arte povera, la land art e il concettuale, mettendo a confronto e di pari passo l’arte emergente statunitense con quella europea. Ha generato un clima ricco di straordinaria sensibilità, un nuovo modello esistenziale basato sull’impegno costante nella concezione, nella presentazione e nella diffusione dell’arte del proprio tempo.

Per Mario Merz, che ha vissuto quegli anni da protagonista, quell’intensità è stata come Una domenica lunghissima dura approssimativamente dal 1966 e ora siamo al 1976. Siamo verso la fine del pomeriggio di una lunghissima domenica. Noi non abbiamo mai lavorato! Quasi dieci anni non abbiamo fatto che pensare a passare una lunghissima domenica tra due immense e grigie settimane di lavoro che incombono prima e forse dopo […]Invece stiamo svestendo la cultura per vedere come essa è fatta. E questa è la nostra lunga domenica, stiamo svestendo la cultura per vedere come essa è fatta. (hopefulmonster 2005)

La mostra Mario Merz. Sitin si inserisce nella programmazione della Fondazione che prevede momenti espositivi dedicati all’opera di Mario e Marisa Merz e succede a quella inaugurale alla Fondazione nel 2005 e a quelle tematiche: nel 2007 sulla pratica del disegno, nel 2010 sulla produzione pittorica, nel 2011 sul legame al progetto architettonico e l’ultima, La natura è l’equilibrio, incentrata sul rapporto tra natura e cultura, nel 2016.

23/05/2018 – 26/08/2018

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Prix Pictet

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia è stata scelta come sede ufficiale per la presentazione in Italia delle opere vincitrici e selezionate dal Prix Pictet, l’importante premio fotografico internazionale dedicato al tema della sostenibilità.

Il Premio è assegnato annualmente da una commissione di altissimo livello presieduta da Kofi Annan, già Segretario Generale delle Nazioni Unite.

“Dopo il grande successo della grande esposizione dedicata a Carlo Mollino, la nuova mostra rappresenta un’ulteriore dimostrazione della centralità conquistata da CAMERA, anche nel panorama espositivo internazionale, a soli due anni e mezzo dalla sua inaugurazione. L’opportunità di presentare a CAMERA le opere finaliste del prestigioso Prix Pictet è per noi motivo di orgoglio nella consapevolezza del prestigio e del grande valore culturale e sociale dell’iniziativa, da sempre molto attenta al tema della sostenibilità”, afferma il Presidente della Fondazione CAMERA Emanuele Chieli.

A CAMERA, fino al 26 agosto 2018, saranno esposte le immagini selezionate per la settima edizione del Prix Pictet.

“I lavori presentati per questa edizione del Prix Pictet – ha affermato Sir David King, presidente della Giuria della più recente edizione del Premio – sono stati di uno standard eccezionalmente alto. La gamma di risposte creative dei circa 700 fotografi selezionati per il Premio è stata davvero notevole”.

I finalisti sono 12: Mandy Barker (Regno Unito); Saskia Groneberg (Germania); Beate Gütschow (Germania); Rinko Kawauchi (Giappone); Benny Lam (Hong Kong); Richard Mosse (Irlanda); Wasif Munem (Bangladesh), Sohei Nishino (Giappone), Sergey Ponomarev (Russia), Thomas Ruff (Germania), Micheal Wolf (Germania), Pavel Wolberg (Russia).

I 100 mila franchi svizzeri del Premio sono andati al vincitore, il fotografo irlandese Richard Mosse; con la serie “Heat Maps”, attraverso una termocamera militare in grado di rilevare la presenza del corpo umano a oltre trenta chilometri, ha documento la situazione migratoria dei profughi in Europa, Medio Oriente e Africa. Le opere di Richard Mosse saranno esposte a CAMERA insieme a quelle degli altri finalisti del Premio.

Media Hora di Pablo Balbontin Arenas – Project Room

Fino al 26 agosto, la serie “Media Hora” del fotografo Pablo Balbontin Arenas illustra le case di appuntamento spagnole con un occhio diverso, durante il giorno, quando sono chiuse al pubblico e quasi impercettibili, mimetizzate nell’ambiente urbano, e la luce forte svela ogni dettaglio di quei luoghi.

Uno dei tratti caratteristici della ricerca fotografica di Pablo Balbontin Arenas è, infatti, proprio il tema dell’apparenza visiva che nasconde le realtà drammatiche. La serie “Media Hora” diventa, così, un esercizio di responsabilità, di comprensione di una verità quasi invisibile, ovvero, dell’abuso di donne provenienti da paesi in via di sviluppo, rinchiuse tra le mura in ambienti kitsch e volgari che nascondono tristezza e dolore.

21/06/2018 – 18/09/2018

Giorgio Galotti – Alley

Renata De Bonis (Sao Paulo, 1984) è l’artista invitata ad elaborare l’intervento per le vetrine estive. Per l’occasione, l’artista brasiliana presenterà il progetto Yours Truly.

L’intervento è composto apportando una modifica strutturale alle due vetrine preesistenti le quali saranno trasformate in una cassetta postale pubblica trasparente che resterà aperta per l’intera durata del progetto, fino alla fine dell’estate, accumulando la posta che sarà ricevuta durante i mesi e dando la possibilità a cui chiunque nel mondo di inviare lettere, cartoline e contributi cartacei.

I proprietari del negozio avranno poi il compito “curatoriale” di selezionare ed esporre periodicamente un contributo alla volta nella vetrina adiacente. L’intervento tenterà inoltre di trasformare lo stoccaggio visivo della posta in un accumulo di tempo e distanza, che muterà con il passare dei giorni e sarà visibile attraverso il vetro. In questo modo l’intervento dell’artista prenderà le sembianze di un’opera collettiva attraverso il ricevimento di contributi che verranno ciclicamente esposti ai passanti.

Giorgio Galotti – Galleria

In occasione della prima mostra personale di Adam Cruces con la galleria, l’artista presenta un’installazione che si sviluppa dallo spazio principale della galleria fino alla terrazza sovrastante dove un nuovo gruppo di opere, prodotte in occasione della sua residenza presso Cripta747, combinano vari elementi e interessi appartenenti alla sua ricerca tradizionale e le influenze recepite in questo periodo passato a Torino.

Adam Cruces è nato in Texas, trapiantato in Svizzera, classe 1985. Si dedica soprattutto a installazioni site-specific tramite l’utilizzo di diversi materiali e mezzi, sperimentando e creando scenografie temporanee che richiedono il coinvolgimento dello spettatore. Ha già esposto a Torino nel 2017 a Palazzo Saluzzo Paesana nell’ambito di DAMA, durante la settimana delle arti contemporanee, con l’installazione Soft as a Puddle. 

21/06/2018 – 15/09/2018
Riccardo Costantini Contemporary

Dal 21 giugno al 15 settembre 2018 (chiuso mese di agosto) la galleria Riccardo Costantini Contemporary presenta Gentlemen Take Polaroids, mostra personale di Gianpiero Fanuli.

In esposizione alcune Polaroid della produzione più recente dell’artista nato a Misagne (BR) nel 1977 e che vive e lavora a Milano.

Alcuni dei lavori in mostra appartengono al progetto dei Nudi dove la bellezza e l’armonia del corpo femminile si relazionano con lo spazio circostante. Ad ispirare il lavoro sono le atmosfere ma anche la superficie ed i volumi dello spazio e del corpo ricercando quindi la fusione tra questi elementi.

Apparentemente differenti, ma in comune linea concettuale con la serie dei nudi, sono i lavori dedicati all’architettura ed il paesaggio urbano dove è sempre presente la figura umana. Fanuli infatti dichiara che gli scatti di questa serie “ricercano le sottili relazioni plastiche tra l’uomo e il palcoscenico urbano”.

Le fotografie di questo specifico progetto sono ispirate dalla metafisica di Savinio e, guardando al cinema, dalle soggettive strette e stranianti di Antonioni; Fanuli inoltre dichiara di trarre inesauribile ispirazione sempre dal cinema italiano di genere anni 70/80 dei Corbucci, sia Sergio che Bruno, di Federico Fellini e di Marco Ferreri.

21/06/2018 – 01/09/2018
Opere Scelte

La galleria Opere Scelte ha il piacere di invitarvi, giovedì 21 giugno 2018 alle ore 18:30, in via Matteo Pescatore 11/D a Torino, all’inaugurazione della personale di James BrooksSelected Works Vol. XI.

Brooks trasforma l’informazione in un’opera d’arte astratta, creando un linguaggio alternativo. Il processo di astrazione è il metodo attraverso cui egli trasmette i propri interessi; gli piace indagare il modo in cui la società attuale si sia evoluta dalle antiche civiltà, utilizzando innovazioni scientifiche come la geometria greca, l’alfabeto latino o il sistema decimale arabo.

Così l’artista crea serie nelle quali gli spazi – strade romane, antichi laghi greci, piazze e confini urbani – nelle loro parti costitutive diventano il punto di connessione tra il contemporaneo e il passato.

Come un cartografo, lavora entro i confini della pura geometria priva di ogni riferimento umano. Le forme sono definite con precisione e riapplicate all’interno di una base che è una struttura geometrica.

Guardando i suoi lavori da vicino è possibile vedere i calcoli, le linee e le esplorazioni geometriche; da lontano, il colpo d’occhio è un insieme rigoroso di forme reiterate e rese in colore piatto.

21/06/2018 – 24/07/2018
Alberto Peola

Nell’ambito della prima edizione di Fo.To – Fotografi a Torino la galleria Alberto Peola presenta la mostra E il giardino creò l’uomo.

L’immagine fotografica di Gioberto Noro apre la collettiva. L’opera emana un’atmosfera onirica e al contempo sacra. Per coglierne la suggestione più profonda andrebbe guardata ascoltando A horse with no name degli America, a cui Sergio Gioberto e Marilena Noro si sono ispirati per la composizione del titolo Civilisation – An elder with no name. Nata da un sogno di Marilena, realizzata all’alba con una luce piena, l’opera vuole offrire una chiave di lettura positiva, una via d’uscita alla nostra sempre più evidente disumanizzazione.

Simone Mussat Sartor ci racconta la città e il suo ritmo costante e convulso nell’opera Scooter nord /Scooter sud, realizzata nel 2017 durante un viaggio in Vietnam. Si percepiscono la massa, il vociare della gente, il suonare dei clacson, l’energia delirante di un luogo che sembra non dormire mai. Ed è proprio in questa frenesia che è racchiuso il potere al contempo spaventoso e ammaliante delle città.

Allo sguardo istintivo e a colori di Simone Mussat Sartor si affianca quello razionale e monocromatico di Hilla e Bernd Becher le cui immagini descrivono un paesaggio fatto di un susseguirsi di cisterne, serbatoi idrici, silos, architetture industriali che, viste attraverso i loro occhi, ci appaiono in una veste nuova e mostruosamente seduttiva, come fossero le cattedrali del XX secolo.

Ma sono le opere di Botto&Bruno e di Dubravka Vidovic a sottolineare in modo più evidente la rischiosa tendenza di una società sempre più disumanizzante.

Le opere esposte nell’ultima sala della galleria costituiscono il capitolo conclusivo della mostra: la natura qui sembra prendere il sopravvento sull’essere umano e sulla città, la vegetazione spontanea si riappropria di ogni luogo abbandonato dall’uomo.

Paola De Pietri analizza con sensibilità il cambiamento sociale e ambientale del vasto territorio della pianura padana. La serie Questa Pianura è un lavoro meticoloso che la impegna per dieci anni, dal 2004 al 2014, durante i quali ha fotografato alberi e case coloniche ormai disabitate e spesso in rovina.

Infine, emblematica e potente è l’opera di Anush Hamzehian e Vittorio Mortarotti. L’immagine tagliente di un cactus, illuminato da un flash abbagliante, sembra parlare anche di un’altra storia, quella di Pripyat, città ucraina ormai fantasma, emblema del disastro nucleare di Chernobyl, dove la natura ha riconquistato con fatica il territorio violato. E così il cactus, fotografato là dove furono eseguiti i primi test nucleari, può diventare anche simbolo della forza della natura che si oppone ai disastri ambientali che l’uomo continua a provocare.

07/06/2018 – 21/07/2018
Burning Giraffe Art Gallery

A partire da giovedì 7 giugno 2018Burning Giraffe Art Gallery ospita la mostra Specie di spazi, personale dell’artista Anna Capolupo (Lamezia Terme, 1983). La mostra rinnova il sodalizio tra l’artista e la galleria torinese, a quattro anni dalla prima esposizione, che inaugurava l’attività espositiva di quest’ultima.

La mostra prende le mosse dalla riflessione sullo spazio, inteso sia in senso fisico che psichico e affettivo, che anima l’omonimo libro del 1974 di Georges Perec, in cui l’autore francese si proponeva di dare vita a “un bestiario di spazi”, che ne avrebbe mostrato diverse specie, come si fa con le differenti specie d’animali.

La ricerca portata avanti negli ultimi anni da Anna Capolupo ha nello spazio il suo soggetto di predilezione. Dapprima inteso come spazio urbano, tracciato con perizia architettonica e un’estrema attenzione ai giochi prospettici, dando vita a imponenti cattedrali suburbane di scheletri industriali, la presenza personale dell’artista nei luoghi ritratti nei suoi dipinti ruvidi si è fatta via via più tangibile, arrivando all’attuale forma di irrealismo urbano che sconvolge gli spazi attraverso un uso sempre più importante e maturo dell’astrazione, sia gestuale che cromatica.

Per la prima volta, alle opere pittoriche dell’artista viene affiancata una serie di lavori più intima, in cui lo spazio ritratto è quello della memoria, dell’anima e dell’infanzia. Si tratta della materializzazione artistica di oggetti ritrovati in vecchie fotografie: le coperte che la bisnonna realizzava con amore per ciascuno dei membri della famiglia.

L’artista parte dallo stesso supporto che utilizza per i dipinti – la carta ruvida da incisione, che dona una matericità quasi tattile agli elementi urbani –, ricamando su di essa segmenti di cotone e lana colorati che ricostruiscono le trame di quelle coperte antiche, andate perdute, di cui l’unica memoria conservata è quella di una fotografia sbiadita. Performando il gesto lento e ripetitivo del ricamo su fogli di carta di grandi dimensioni, ricostruisce quegli spazi famigliari riscoprendone la lentezza fatta di amorevole cura e attenzione.

09/06/2018 – 28/07/2018
Fusion Art Gallery – Inaudita

La Fusion Art Gallery – Inaudita presenta la mostra Scomodi Dialoghi di Davies Zambotti, regista/fotografa che ha lavorato in molti set cinematografici, tra cui Sorelle Maidi Marco BellocchioI Galantuomini di Edoardo WinspeareThe International di Tomy Tykwer.

La mostra è un’installazione fotografica e video nella quale l’oscuro dibattito tra la corsa del tempo e la frenesia atarassica della stasi innescano un’epopea notturna dove le dimensioni s’incrociano creando paesaggi polivalenti e alieni.

Davies ci offre delle possibilità, degli spunti di vista, calibra il navigatore sul “vai-dove-vuoi-ma-seguimi” e nel buio ci lascia immaginare l’unica e temporaneamente assoluta, sua personale verità.

12/06/2018 – 03/07/2018
Artgallery37

Questa mostra parte dall’ipotesi che nella cultura umana siano osservabili tre cesure fondamentali: prima l’invenzione della scrittura lineare verificatasi verso la metà del secondo millennio a.C., la seconda, avvenuta verso la metà del XIX secolo con la nascita della fotografia e, la terza, cui stiamo assistendo, sotto la voce “la trasposizione dal reale al virtuale”.

L’intento della presente mostra non è infatti difendere una tesi ma contribuire al dibattito sul tema della fotografia e in particolare su quella del ritratto.

La massificazione della fotografia, iniziata dai nostri padri, sembra esplodere definitivamente dall’introduzione degli smartphone. Capaci di produrre immensi quantitativi di fotografie di qualsiasi genere, ma in particolare di ritratti, nella generica formula del banal-amatorismo turistico e famigliare. Infinite possibilità che portano alle stesse visioni.

La speranza è di penetrare, grazie a questo progetto, nell’immediato immaginario attraverso lo stile e i codici visivi ad esso legati, offrendo valore e bellezza ai soggetti fotografati.

Cercando soprattutto la singolarità creativa, anche per distogliere la fotografia d’autore dai bombardamenti derivanti dai social, e non meno importante dall’antico confronto con la pittura, anche allora come ora si insiste nell’apprezzare una fotografia con il luogo comune “perché assomiglia a un quadro”. A nulla valse l’annuncio di Daguerre: “da oggi la pittura è morta”.

E non morì, come non muore la fotografia nei confronti della televisione e di tutte le nuove tecnologie. Poiché la fotografia ha un grande vantaggio: si adatta, e sta a noi non perderci ed evitare di tornare analfabeti dell’immagine.

Fotografi selezionati per la mostra: Elena Arrica, Elisa Carucci, Riccardo Delfanti, Gianluca Laneve, Alberto Nidola, Ilaria Saltarella. Fotografo invitato: Aldo Giarelli.

05/06/2018 – 08/09/2018
Franco Noero – Piazza Carignano

Totally Wired è la quinta personale dell’artista scozzese Jim Lambie presso la galleria Franco Noero – Carignano a Torino, la prima ospitata negli spazi di piazza Carignano 2.

Lambie continua la sua ricerca influenzata da una visione lisergica, psichedelica della realtà, un suo rovesciamento tinto di colori vividi e puri in cui oggetti appartenenti al quotidiano, trovati o costruiti dall’artista, creano una propria dimensione al di fuori di essa.

L’esperienza della luce naturale, l’arco che il sole compie nel corso di una giornata, dall’alba al tramonto, e di come questo possa tradursi in una gamma tonale di colori è una delle caratteristiche che informa la realizzazione di alcune serie di nuove opere.

La porta è un elemento che esprime transizione, una soglia che lascia filtrare la luce a seconda della sua apertura, e che allo stesso tempo si traduce in un oggetto archetipico sul quale immaginare un nuovo orizzonte. La sua forma appare sintetica e si riduce a uno snello parallelepipedo dalle specchiature incise, appeso alla parete come un quadro ma proiettato in una terza dimensione.

I singoli elementi sono spesso riuniti in gruppi, disposti a una precisa distanza uno dall’altro, in modo tale che all’interno dello spazio da essi individuato si crei un’esperienza del colore tramite campi che si compenetrano a vicenda e che man mano emergono prepotentemente l’uno sull’altro, come nelle sfumature del cielo nel corso della giornata.

La percezione del colore sulle superfici varia a seconda del punto da cui le si osservi, di nuovo un’opportunità di mimare gli effetti naturali in un contesto che non lo è affatto e che si pone a metà tra l’idea di astrazione e di appartenenza alla realtà. Pensati come elementi singoli, la loro superficie si ricopre di un solo colore, il grigio grafite del cielo scuro di nuvole, o dell’annottarsi.

Il sole, troppo sfolgorante e dai raggi troppo intensi per essere guardato direttamente, lascia convergere suggestioni lontane nel tempo e nel genere: la tecnica artigianale per la realizzazione di vetrate colorate nel Medioevo si accosta ad elementi molto più umili e recenti come le lenti degli occhiali da sole.
In una nuova serie di opere le lenti colorate, incastonate nel metallo con l’identica tecnica delle vetrate gotiche a piombo e unite in una trama organica di trasparenze di colore, costituiscono delle nuove costellazioni che possono essere messe a fuoco anche a occhio nudo.

La qualità surreale di uno spazio immaginario costellato di asteroidi è quella suggerita da pietre scure attraversate da cinture di metallo dai colori sgargianti, rigide e nitide nel dettaglio, che punteggiano le pareti. La loro origine allude a uno scarto linguistico, a uno slittamento di significato in un’espressione nella lingua Inglese in cui le parole si separano e sono citate letteralmente, “asteroid belt”, la fascia principale di asteroidi.

All’interno di alcune stanze lo spazio è intersecato da scale che poggiano su plinti, tutte inclinate con la medesima angolazione e fluttuanti, ricoperte, tra i pioli, da specchi che creano un riverbero di riflessi, catturando lo sguardo che corre fino in cima e oltre.

04/05/2018 – 28/07/2018
Norma Mangione Gallery

Le fotografie di Viktor Kolář attraversano più di cinquant’anni di storia: Ostrava vive così in volti, corpi, edifici, macchine.

Le sue immagini raccontano quel microcosmo posto nel cuore dell’Europa, nella punta orientale della Repubblica Ceca che si insinua tra Polonia e Slovacchia.

Lo raccontano come se fosse il centro del mondo. E ogni scatto è davvero il centro del mondo, almeno per Kolář, che, nel 1973, dopo cinque anni da emigrato in Canada, sceglie di tornare a Ostrava, esule nel suo stesso paese.

Torna perché non potrebbe fare altrimenti, con una maggior consapevolezza sulla propria attività di fotografo e con la possibilità di vedere con occhi nuovi la città e i suoi abitanti.

Kolář non potrebbe fare altro nella vita se non fotografare, anche quando, nella Cecoslovacchia degli anni ’70, non gli è permessa alcuna attività intellettuale e creativa.

Questa ineluttabilità e questa urgenza ci permettono oggi di conoscere, attraverso i suoi scatti, la circoscritta ma significativa parabola di una città, dall’espansione legata alle miniere nella prima metà del ’900, attraverso il congelamento dello status quo sotto il comunismo, no alla privatizzazione e all’avvento del capitalismo negli anni ’90.

Ostrava è l’emblema delle aspirazioni del comunismo, che sceglie di conservare la rivoluzione industriale in una dimensione atemporale. A Ostrava industria e vita sono una cosa sola: i diversi quartieri appaiono come villaggi sparsi in una vasta piana di fabbriche e miniere. È un microcosmo separato dal resto del mondo, i cui abitanti tendono a non considerare un altrove, essendo Ostrava l’unico luogo in cui, per loro, ha senso vivere.

04/05/2018 – 14/07/2018
Luce Gallery

Venerdì 4 maggio 2018 ha inaugurato la mostra Oracles, della giovane artista statunitense Martha Tuttle che nei suoi lavori mescola numerosi materiali tra cui lana, metalli, pigmenti e metallo.

È la stessa Martha a lavorare la fibra grezza della lana (esclusivamente dalle pecore del New Mexico, dove è nata) che poi viene sfregata e lavata e, una volta asciutta, mostra superfici ondeggianti a cui, spesso si aggiungono piccoli oggetti in acciaio.

Per l’artista è proprio il tempo trascorso con i materiali con i quali produce i suoi lavori (nella ricerca e nella lavorazione) a conferire un valore all’opera ed è per questo che segue personalmente tutti i passaggi.

Il suo lavoro può avvicinarsi alla fiber art, anche se in certi passaggi ricorda più il lavoro di un artigiano, ed è proprio all’incrocio tra l’artigianato e l’espressione artistica che l’opera di Martha Tuttle trova il suo abbrivio e la sua forza.

06/05/2018 – 27/07/2018
PHOS – Centro fotografia Torino

PHOS – Centro Fotografia Torino presenta Luigi Ghirri, Reincanto.

In mostra 30 vintage e una Polaroid formato 50×70 cm realizzata dall’autore in collaborazione con la Polaroid International di Amsterdam. Paesaggi, notturni, giardini italiani, immagini di viaggio verso la foce del Po.

Che cosa significa prestare attenzione a ciò che guardiamo, e ancora prima, che cosa propriamente guardiamo?

La disaffezione e l’incuria nei confronti dell’ambiente si riflettono, secondo Ghirri, in una progressiva incapacità di relazionarvisi tramite la rappresentazione, una sorta di disordine percettivo che diventa afasia dello sguardo e conseguentemente, impotenza della conoscenza e della prassi.

Il mettere ordine, il ricominciare a pensare per immagini, lasciando che l’ambiente si presenti nella sua semplicità, significa allora disporsi a guardare davvero, poiché solo dopo aver visto ed accettato il mondo per quello che è, diventa possibile pensare di cambiarlo.

La dimensione poetica che abita le immagini della seconda parte dell’intenso, seppur troppo breve, periodo della creatività ghirriana, va posta in relazione alla conquista di una nuova cifra estetica, che integra le valenze più propriamente concettuali della prima fase del suo percorso.

20/06/2018 – 28/07/2018

Privateview Gallery

Adam Winner presenta il lavoro frutto dell’esperienza di residenza avvenuta nel paese di Maretto, presentando una sostanziosa esposizione a carattere principalmente concettuale con una forte ricerca personale all’interno.

17/05/2018 – 20/07/2018
Weber & Weber

La simbiosi fra arte e fotografia, in Sylvie Romieu, dà vita a un complesso organismo stilistico.

La combinazione d’influenze spiega l’alta incidenza dell’inventiva fotografica usata dall’artista, come arte pittorica in grado di cogliere le finezze e le aberrazioni del reale.

Lo stile impressionistico e fantasmagorico di Romieu ha un sapore tipicamente francese di fin de siècle, secolo pervaso dalle espressioni culturali legate all’estetismo e al decadentismo.

La sua capacità di cogliere l’io interiore e le caratteristiche esteriori di questi ambienti fantastici sono il prodotto di una perenne ricerca di tecniche fotografiche sperimentali, che le permettono di ottenere delle immagini evanescenti dense di carica espressiva.

Le sue composizioni fotografiche mantengono un gusto stilistico pittorico che si rifanno alla letteratura e, in particolare per i contenuti sentimentali, alla scrittrice francese Marguerite Duras.

La macchina fotografica di Sylvie Romieu fissa la natura marina e il suo corpo immersi in posizioni paradossali e li raggela in atteggiamenti del tutto estranei al modo normale di vedere, diventando così il risultato di un effetto di luce mutevole.

Quelle di Sylvie Romieu sono des arts fictifs, arti della finzione, dove la scala e le proporzioni delle figure, il loro legame con l’ambiente circostante, non sono rispettati ma ricreati.

20/06/2018 – 30/09/2018

Musei Reali – Galleria Sabauda

Dal 20 giugno al 30 settembre 2018 i Musei Reali presentano a Torino, nelle Sale Palatine della Galleria Sabauda, una mostra di pittura rara e preziosa, dedicata al genere della natura morta, che nasce dalla collaborazione con Bozar – Palais des Beaux-Arts di Bruxelles e che si avvale della partnership con Intesa Sanpaolo.

Con Il silenzio sulla tela. Natura morta spagnola da Sánchez Cotán a Goya il Belgio e l’Italia si uniscono per costruire un omaggio alla Spagna. Intorno alle prove di grandi artisti come Sánchez Cotán, Juan de Zurbarán, Meléndez e Goya, la mostra traccia il percorso di sviluppo di questo genere su due secoli di produzione. Dalla silente concentrazione delle tele del Seicento, con l’indagine accurata e preziosa degli oggetti della vita quotidiana e della natura, attraverso le trionfanti composizioni barocche, ricche di decorazioni floreali e intrise di significati simbolici, si arriva all’età delle accademie e alla consacrazione del genere all’interno dei canoni artistici.

Fino all’8/09/2018

La Cucina di Buon Gusto rappresenta un viaggio tematico intorno al cibo per mostrare l’arte della buona tavola a corte attraverso l’esposizione di rari e preziosi ricettari dal Seicento all’Ottocento, porcellane e argenti reali, disegni, manoscritti e i più celebri trattati culinari del Settecento. La mostra, visitabile in Biblioteca Reale da venerdì 20 aprile fino a sabato 8 settembre, fa parte di Bocuse d’Or Europe OFF 2018, la stagione di eventi culturali rivolti al grande pubblico, a Torino dall’8 al 16 giugno. I Musei Reali conservano una prestigiosa collezione di porcellane raccolte nel tempo dai Savoia per impreziosire le sale da pranzo della residenza.

Fino al 23/09/2018

Frammenti di un bestiario amoroso presenta alcuni lavori di Marilaide Ghigliano, fotoreporter particolarmente attenta ai sentimenti, qui incentrati sull’importanza degli animali nella vita dell’uomo e sul legame affettivo che ne scaturisce, tema particolarmente attuale ma documentato nelle arti figurative sin dai tempi più antichi. L’esposizione presenta quarantasei fotografie scattate dal 1974 al 2010 in diversi paesi dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa, immagini che hanno per protagonisti, assieme alle persone, cani, gatti, asini, oche, colombe, cavalli, mucche. I soggetti, dai quali la fotografa sembra ogni volta sorpresa e conquistata, sono catturati dal teleobbiettivo con discrezione, senza messa in posa. Come scriveva nel 1988 la storica dell’arte Adalgisa Lugli, Ghigliano «è una sorta di miracolata dello strumento che usa, dal quale è sorprendentemente libera, spontanea, slegata. Lavora viaggiando, guardando con una sorta di amore trasversale per le cose così poco classificatorio».

8/06/2018 – 15/07/2018

Palazzo Saluzzo Paesana – The Usual in Unusual

Prima personale in Italia della fotografa olandese, Marie Cécile Thijs ci porta nel suo mondo surreale costellato dei personaggi più disparati. Formatasi come avvocato, da oltre 15 anni ha deciso di dedicarsi definitivamente alla fotografia, specializzandosi in ambito scenico creando svariate serie e immortalando scrittori, politici, designer e artisti. L’esposizione si divide infatti in sette sezioni, ognuna incentrata su un filone artistico del lavoro della Thijs: Human Angels. White Collar, Majestic, Amazones, Tulips, Cooks, Food Portraits.

I suoi Food Portraits sono delicati ritratti culinari che sembrano trarre ispirazione dalle nature morte dei maestri fiamminghi. Elementi sospesi, in precari equilibri e mai statici, che rendono le sue foto dei magistrali esempi sul cogliere l’attimo.

In Human Angels la fotografa applica ai suoi soggetti, in maggioranza infantili, delle ali, realizzando ritratti di una candidezza sottile, smorzata dall’uso di una luce tendente al drammatico e di colori scuri.

White Collar ripropone l’uso del colletto vittoriano su vari personaggi: gatti austeri, bambini indisciplinati, fredde bellezze femminili. Il tutto sempre su uno sfondo scuro che fa risaltare al meglio i soggetti ritratti.

I felini e i soggetti femminili ritornano rispettivamente nelle serie Majestic, dove l’eleganza e raffinatezza di sontuosi gatti a pelo lungo diventano dei veri e propri ritratti regali, sottolineati dai titoli di “sua maestà” attribuiti ad essi, e Amazones, intense declinazioni della stessa modella in diverse spoglie.

In Tulips, gli eleganti steli dei tulipani, che siano dritti, curvi o intrecciati,  vengono immortalati come nature morte d’altri tempi.

In Cooks, analogamente ai quadri cinquecenteschi che ritraggono altolocati signori avvolti nelle loro mantelle, mostra i protagonisti del mestiere della cucina intenti a trattare con i loro principali strumenti del mestiere: pesci, polpi, impasti, stinchi, uova. La particolare dedizione che fa la Thijs al mondo del food ha fatto sì che l’evento rientri nel palinsesto del Bocuse d’Or OFF. 

Le 35 opere esposte nell’Appartamento Padronale dell’elegante cornice di Palazzo Saluzzo Paesana saranno visibili da venerdì 8 giugno a domenica 15 luglio, dalle ore 15.00 alle ore 20.00 (ultimo ingresso ore 19.15).

Ingresso libero (chiuso i lunedì e i martedì).

Nederland, Rotterdam, 11 november 2013
Foto door: Marie Cecile Thijs
Vrij Nederland, Food

03/05/2018 – 29/07/2018
Gagliardi e Domke

Nell’ambito della prima edizione di Fo.To – Fotografi a Torino, che si svolge dal 3 maggio 2018 al 29 luglio 2018, la galleria Gagliardi e Domke presenta Mexican interiors, mostra personale di Aurore Valade.

Aurore Valade disegna dispositivi fotografici partecipativi dove invita persone anonime a (ri)giocare momenti ispirati alla loro vita quotidiana. Le sue immagini si basano su testimonianze e storie che cercano di disegnare un territorio che è al tempo stesso intimo e sociale.

Si tratta di raccontare identità complesse in cui i personaggi si rivelano e si fondono attraverso il loro ambiente. Gli interni fotografati sono altrettanti piccoli musei privati dove si accumulano oggetti che testimoniano il mescolarsi e il rimescolarsi della cultura popolare messicana.

Tra inventario e finzione, le composizioni fotografiche di Aurore Valade concentrano frammenti di vita, e il tempo, quello dell’abitare, diventa il soggetto principale.

03/05/2018 – 21/07/2018
Galleria Moitre

La Galleria Moitre è lieta di presentare Number Series, mostra personale di Maya Quattropani caratterizzata da una serie inedita di fotografie analogiche interamente dedicate ai numeri.

La catalogazione e l’archiviazione sono caratteristiche tipiche della ricerca artistica di Maya Quattropani che si rivelano inevitabilmente anche in questo lavoro.

Il punto di partenza è una collezione di testi automatici e paroliberi dattiloscritti tra il 2012 e il 2017 con la collaborazione di scrittori occasionali differenti per età, background culturali e famiglie linguistiche.

La considerevole presenza di numeri emersi nei suddetti scritti ha spinto Quattropani a stilarne una lista e individuare un metodo di rappresentazione visiva.

I suoi recenti viaggi in Europa, Stati Uniti e Medio Oriente sono divenuti un pretesto per rintracciare i numeri in elenco, costruire un rapporto tra il taglio d’inquadratura e il tempo di posa, imprimerli su pellicola fotosensibile, rivelarli e fissarli su carta fotografica, giocare sulla relazione tra superficie di rappresentazione e spazio di esposizione.

Il lavoro in mostra presso la Galleria Moitre di Torino racconta la prima fase della ricerca di Maya Quattropani focalizzata sull’idea di attribuire un valore estetico ai numeri che circondano la nostra quotidianità per opera del processo ottico-chimico dell’atto fotografico. Il compito successivo è innescare nuove riflessioni sul tema.

Sabato 26 maggio 2018 gli spazi della galleria si sono trasformati in una camera oscura temporanea all’interno della quale l’artista ha realizzato una performance pubblica finalizzata alla creazione collettiva e guidata di una serie di fotogrammi analogici: i Numbergraphs.

Le opere prodotte dalla collaborazione del pubblico – mutato in fotografo occasionale – sono diventate parte integrante della mostra Number Series.

1/06/2018 – 28/07/2018

davidepaludetto arte contemporanea

Paolo Grassino, con Guerra è sempre, in mostra alla davidepaludetto|artecontemporanea, ci pone in una posizione privilegiata. Da un lato ci costringe ad una presa di coscienza della guerra e delle sue dinamiche, tuttavia restiamo nella condizione protetta chi la guerra non l’ha fatta – mandante o vittima che sia. Ciò che abbiamo però è la consapevolezza che nelle guerre tutto cambia per sempre: la vita diventa altro. Le case, i paesaggi, le strade, i letti, le persone, l’acqua che beviamo. La guerra è democratica: non guarda in faccia nessuno quando si tratta di distruzione, quando è elevata a sistema. Grassino guarda al post-guerra, ciò che resta dopo. E quello che rimane è un mondo svuotato.

Egli ne coglie l’aspetto materiale, macerie e rovine di quello che è stato e ora non è più: un’analisi lucida, pragmatica e matematica. I quattro lavori esposti sono la traduzione materiale della mancanza; nella prima sala, un muro di cemento posto quasi a mo’ di scenografia ricorda una nave che naufraga. Sulle pareti, due gruppi dei cosiddetti chair-ing, composizioni ricavate dal riassemblamento di sedie e pezzi di bicicletta, rivestite da materiale nero sintetico. Il risultato pare un ossimoro: braccia pungenti che tendono in tutte le direzioni, nodulari e minacciose, eppure ricoperte di un materiale dall’aspetto gommoso, torto più volte lungo la loro lunghezza, che stimola il desiderio tattile. “Le sedie rappresentano un modo di pettinare la violenza, un modo per ridare ordine alle cose”.

03/05/2018 – 15/07/2018
Fondazione 107

La completa opera fotografica dell’artista Urs Lüthi, realizzata nel 1976 ed esposta in Fondazione 107.

Si tratta di un lavoro importante dell’artista svizzero, in cui sono già presenti le tematiche che Lüthi svilupperà successivamente.

Il tema dell’identità, del corpo, l’avvalersi della performance, del rapporto tra arte e vita, dell’autorappresentazione che oggi sconfina nei selfie, sono tutti elementi presenti in questa opera, in cui l’autore, getta dei semi che riprenderà e svilupperà con continuità nei decenni successivi.

Lüthi anticipa tematiche tutt’ora attuali e spesso irrisolte, ma negli anni ’70 ancora sotterranee, ponendo lo spettatore di fronte ad immagini potenti.

L’artista utilizza il suo volto e il suo corpo, li mette in scena, spinto dalla necessità di vivere in prima persona, una personale ricerca che si traduce nella perfetta simbiosi tra arte e vita.

È un corpo ridefinito, in cerca di una collocazione all’interno del contesto in cui opera, che si confonde in “altro”, nell’attesa di evadere dal sé e che accetta di mostrare tutto ciò che gli accade, anche l’inevitabile ed inesorabile passare del tempo.

L’opera Don’t ask me, if you know, that I am too weak to say no tradotta in “Non chiedermi se sai che sono troppo debole per dire no” è composta da 16 tavole e da 32 immagini, in cui l’elemento umano è contrapposto all’elemento natura, l’accostamento degli scatti ricrea le medesime atmosfere in scenografie differenti.

Le immagini riprendono il quotidiano, scene di vita comune e ripetitiva, riprese in luoghi interni affiancati all’elemento natura. L’aspetto dichiarativo si integra all’opera e la carica di mistero.
Le stesse immagini, se dissociate, ci porterebbero ad altri scenari, è evidente pertanto, la fusione tra gli elementi in un intento narrativo.

La prima e l’ultima tavola di questo percorso si discostano dallo schema esposto, entrambi i soggetti ritratti sono figure umane, ed è così che Lüthi apre e chiude il racconto con il messaggio da cui emerge che l’identità, così come la realtà, possono essere fraintese, qualora applicate a codici stereotipati.

In contemporanea, Anatomico Organico Industriale esplora il lavoro di tre artisti che hanno iniziato a produrre ed esporre nella Torino degli anni ’80 e come la città abbia inciso sulla loro opera. Gli artisti sono Salvatore AstoreSergio Ragalzi e Luigi Stoisa, tutti di formazione accademica.

In pieno affermarsi dell’Arte Povera, Astore, Ragalzi e Stoisa intraprendono un percorso dove la pittura ritorna protagonista, così come l’uomo, posto al centro della loro ricerca.

I tradizionali colori ad olio per dipingere sono sostituiti da materiali organico industriali in uso prevalentemente nei processi produttivi. La pittura si carica così anche del peso intrinseco che il materiale utilizzato porta con sé, determinando una pittura “di processo”.

I soggetti rappresentati sono uomini, donne, eroi, scimmie, parti anatomiche, ritratti, virus, origini, compresa la storia dell’arte. I dipinti possono essere di grande dimensione, talvolta giganteschi sino ad inglobare le figure di chi li guarda.

In Fondazione 107, Astore, Ragalzi e Stoisa presentano una sezione di progetti inediti, site specific ideati e realizzati appositamente per lo spazio, anch’esso di matrice industriale ed oggi reperto di un’archeologia ormai estinta.

04/05/2018 – 21/10/2018
PAV – Parco Arte Vivente

Venerdì 4 maggio 2018, il PAV – Parco Arte Vivente ha presentato The God-Trick, mostra collettiva, curata da Marco Scotini, con la quale il Centro intende celebrare i dieci anni d’apertura.

Attraverso i lavori di artisti che già in passato sono intervenuti nel contesto del PAV, ovvero Lara AlmarceguiMichel BlazyCritical Art EnsemblePiero GilardiBonnie Ora Sherk e Nomeda e Gediminas Urbonas, l’obiettivo della mostra quanto del convegno, è quello di affrontare (e ancor più problematizzare) uno dei dibattiti che, negli ultimi anni, si è maggiormente imposto sulla scena internazionale dell’arte contemporanea, ovvero la questione relativa all’Antropocene.

Un dibattito pervasivo e corale, che attraversa trasversalmente ogni ambito della conoscenza. Dalla scienza ai cultural studies, dalla filosofia alle pratiche sonore, dalla politica fino alle arti visive, una moltitudine di voci ha creato un complesso reticolato di opinioni, teorie e proposte pragmatiche a partire dall’urgenza imposta dal cambiamento climatico e dalle modifiche ambientali di matrice antropogenica.

L’obiettivo è, nuovamente, quello di affrontare frontalmente questioni cruciali: quanto tempo ci rimane ancora prima che la crisi ecosistemica diventi irreversibile? Con quali prassi sociali, politiche e culturali possiamo avviare la profonda trasformazione necessaria a creare una società equa e biocentrica in armonico rapporto con l’ecosistema del pianeta terra?

04/05/2018 – 29/07/2018
MEF Outside

Importante retrospettiva, organizzata in collaborazione con il Civico Archivio Fotografico del Comune di Milano, di Paolo Monti, uno tra i più importanti fotografi italiani del Novecento.

Dirigente d’industria, si appassiona alla fotografia al punto da sceglierla come professione, affiancandola a un’intensa attività di critica e di curatela.

Dopo essersi avvicinato alla pratica fotografica, sin dagli anni Venti, nel Dopoguerra si trasferisce a Venezia, città che segna una svolta, sia per il contatto con la realtà lagunare, sia per l’incontro con quel gruppo di fotografi con i quali nel 1948 avrebbe fondato il Circolo fotografico “La Gondola”.

Dal 1953 è a Milano dove consolida l’attitudine critica e sperimentale diventando uno degli autori più affermati anche a livello internazionale.

In modo certo singolare, rispetto alla realtà italiana, Monti affiancò sempre alla sua intensa attività professionale una significativa produzione sperimentale e artistica, che lo portò a misurarsi con fotogrammi, chimigrammi e varie sperimentazioni con materiali a colori.

04/05/2018 – 29/07/2018
MEF – Museo Ettore Fico

Vasta retrospettiva, organizzata in collaborazione con Fundacion Mapfre di Madrid, dedicata a Duane Michals, uno dei fotografi contemporanei che ha rinnovato il linguaggio fotografico con maggiore intensità.

Artista in bilico tra fotografia e poesia, Michals è uno dei nomi più prestigiosi dell’avanguardia americana. Negli anni Sessanta attiva un nuovo approccio alla fotografia che non pretende di documentare il fatto compiuto, il “momento decisivo”, o di affrontare gli aspetti metafisici della vita.

“Quando guardi le mie fotografie, stai osservando i miei pensieri”. In questa frase si trova la chiave per leggere l’opera completa di Duane Michals: un’opera che corrisponde alla sua filosofia di vita.

La mostra è realizzata secondo un percorso espositivo suddiviso in sezioni che mostrano le diverse modalità espressive gradualmente inventate da Michals, nonché le diverse serie realizzate su argomenti specifici nel tempo.

03/05/2018 – 29/07/2018
Galleria Febo e Dafne

La mostra-reportage di Stefano Stranges Le Bambine Salvate è arrivata a Torino, alla galleria Febo e Dafne in occasione del progetto Fo.To – Fotografi a Torino.

Il progetto ha già ricevuto il premio Labirinti Fotografia, organizzato da Cooperativa Letteraria, e il premio Io Alzo lo Sguardo, assegnato dal Festival dei Diritti Umani in occasione del quale ha esposto alla Triennale di Milano.

Gli scatti sono stati possibili grazie al sostegno della Ong Terre des Hommes – Italia, che ha messo a disposizione di Stranges le Reception Homes nel Tamil Nadu (India).
Qui il fotoreporter ha seguito le storie di bambine e ragazze vittime di violenza, ha visitato i centri e i villaggi da cui provengono e ha documentato i percorsi di reintegrazione lavorativa e sociale che la Ong mette in atto per loro.

05/03/2018 – 29/07/2018
Castello di Rivoli – Museo d’arte contemporanea

Nato a Volos, in Grecia nel 1888, e vissuto ad Atene, Monaco di Baviera, Milano, Firenze, Parigi, Ferrara, New York, Roma, dove morirà nel 1978, Giorgio de Chirico è tra i più importanti artisti del XX secolo.

La mostra al presenta, per la prima volta, al Castello di Rivoli – Museo d’arte contemporanea un selezionato nucleo di capolavori di Giorgio de Chirico provenienti dalla collezione di Francesco Federico Cerruti, offrendo così alla fruizione pubblica opere sino a ora celate nella Villa Cerruti di Rivoli, dimora voluta dall’imprenditore torinese negli anni sessanta ad uso esclusivo della propria collezione privata.

Per ammissione dello stesso de Chirico, Torino, luogo che vide l’esplosione della pazzia di Nietzsche, è tra le città italiane che ispirarono i primi quadri metafisici con le loro atmosfere malinconiche.
Includendo opere che spaziano dal 1916 al 1927, la mostra al Castello di Rivoli presenta otto importanti dipinti del maestro della Metafisica.

Offrendo uno spaccato sull’inesauribile capacità metamorfica del genio di de Chirico, la mostra ne indaga la ricca eredità intellettuale presentando i suoi quadri in relazione con alcune tra le maggiori opere di arte contemporanea della collezione permanente del Museo, tra cui installazioni di Giulio PaoliniMichelangelo Pistoletto e Maurizio Cattelan.

Prossime inaugurazioni

12/07/2018 – 23/09/2018
GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea

La GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino presenta Suggestioni d’Italia una mostra di oltre 100 fotografie, realizzate dalla fine del secondo dopoguerra ai primi anni Duemila, che raccontano l’Italia per immagini.

Il paesaggio e le città della nostra penisola esplorati da 14 grandi fotografi, sia nell’architettura sia nella loro dimensione umana e sociale. Le foto, in bianco nero e a colori, sono selezionate con l’intento di scandagliare l’interpretazione degli “esterni”, dall’arco alpino e le grandi città come Torino e Milano, per proseguire lungo la dorsale emiliana fino a scendere verso il Sud, tra Napoli, Matera, e infine toccare la Sicilia. Paesaggi, luoghi, e anche i cosiddetti non-luoghi fanno parte di questa carrellata.

La decisione di presentare questa esposizione alla GAM nasce dalla volontà di tornare a focalizzare l’attenzione del museo sul tema della fotografia, tralasciato dalla programmazione da circa dieci anni, ma che costituisce un indubbio supporto di valore per le nostre collezioni. A cavallo del 2000 infatti, la GAM prima, e la Fondazione CRT per l’Arte Contemporanea in seguito, avevano costituito una ragguardevole collezione di fotografia dal secondo dopoguerra in avanti. Quasi tutti i grandi nomi di questo linguaggio sono entrati a far parte delle nostre collezioni.

Ai primi “reportage” in ambito di Neorealismo e alle documentazioni politiche si affiancano distillati di paesaggio italiano e letture di alto formalismo, come di ricerca di una apparentemente semplice verità ottica di documentazione dell’architettura.

Questa mostra ha l’intento di trasportare il visitatore in un continuo alternarsi di sensibilità e di atmosfere, intense e differenti, facendo emergere in filigrana una prospettiva storica-temporale delle interpretazioni del soggetto-paesaggio. Narrazioni antiretoriche che lasciano spazio a nuove retoriche dell’immagine, senza distinzione tra fotogramma catturato al volo e situazioni accuratamente studiate.

Le opere esposte sono dei fotografi: Nino MiglioriGianni Berengo GardinMario CresciMimmo JodiceMario GiacomelliFranco FontanaLuigi GhirriUgo MulasUliano LucasFerdinando SciannaGabriele BasilicoAurelio AmendolaEnzo Obiso Bruna Biamino.

12/07/2018 – 30/09/2018
OGR – Officine Grandi Riparazioni

Forgive me, distant wars, for bringing flowers home – verso tratto dalla poesia Under One Small Star di Wislawa Szymborska – è il titolo scelto per la mostra di Ramin HaerizadehRokni Haerizadeh e Hesam Rahmanian in programma alle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino dal 12 luglio al 30 settembre 2018.

Un percorso espositivo che cerca di dare una chiave di lettura alla pratica artistica di Ramin, Rokni ed Hesam, concentrandosi sulle loro metodologie di lavoro e sul processo di realizzazione e di comunicazione delle opere.

Negli ultimi decenni, i tre artisti hanno condiviso una filosofia di vita che li ha condotti a una “creazione comune”, condizionata dalla relazione con le conoscenze e le capacità tecniche altrui, nella quale la pratica individuale e quella collettiva interagiscono.

Dall’intreccio dei loro dialoghi con quelli di altri artisti, amici e collaboratori – tra cui il direttore di scena Joan Baixas, l’ingegnere robotico John Cole, l’artista di comunità Niyaz Azadikhah, e lo scrittore e produttore Mandana Mohit – è emerso un linguaggio personale che ha permesso ai tre artisti di presentare, all’interno del proprio processo creativo, diversi livelli di contenuto e struttura.

Consapevoli che la loro pratica non comprende solo ciò che da loro è creato, ma anche i contributi degli altri individui con i quali si relazionano, Ramin, Rokni ed Hesam rifiutano il concetto dell’Artista Genio, preferendo riconoscere tutti i facenti parte del processo di realizzazione del lavoro – da altri artisti a falegnami, tecnici e light designer – come parte del processo di sviluppo di un ambiente condiviso e collaborativo determinante nella creazione di qualcosa di nuovo. Ad esempio, di una mostra. In altre parole, i partecipanti condividono metodi, modi di pensare e lavorare, costruendo di conseguenza una sensibilità altra che permette la creazione di qualcosa di nuovo.

Nella loro pratica collaborativa, gli artisti creano una serie di alter ego che permette loro di giocare con le identità individuali, lavorando con tematiche legate al linguaggio, allo spazio vuoto, al potere, alla trasformazione, all’appartenenza, al dislocamento, all’esilio, alla sofferenza e alla distruzione.

Queste creature – così come gli artisti stessi le definiscono – vivono in video documentari sul loro processo creativo e in performance video, vere e proprie opere d’arte.

Questi personaggi, antropomorfi, fito o zoomorfi, sono caratterizzati da un qualche tipo di limitazione sensoriale o motoria, considerata dagli artisti punto di partenza per affinare gli altri sensi.

Piccole persone con nasi e orecchie da roditori, code da pesce o teste di lattuga diventano quindi protagoniste di un mondo fittizio che entra nella vita degli spettatori come performance live o installazione di opere create dalle creature stesse. Reinterpretando la pratica dell’objet trouvè, quando diventano creature e desiderano raccontare la loro storia, gli artisti selezionano una serie di oggetti quotidiani. Oggetti indossati, malconci o dimenticati sono reinventati in un mondo parallelo e connotati da nuovi significati. Nel loro materializzare un immaginario, nel loro riuso di oggetti abbandonati, le creature offrono una sottile, a volte opaca, lettura della società contemporanea.

La mostra non vuole essere una retrospettiva dell’opera degli artisti. Forgive me, distant wars, for bringing flowers home desidera essere una dimostrazione del come Ramin, Rokni ed Hesam sviluppino il loro senso eterogeneo di creazione, un racconto del lavoro da una prospettiva che ne osserva il meccanismo e ne esalta la filosofia basata sulla condivisione della realtà e l’inclusione degli altri.

 

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