Aperitivo a Teatro: la rassegna estiva del Teatro Stabile del Veneto a Padova

Rinfrescante idea di un aperitivo a teatro, non prima però di essersi gustati una pièce teatrale. Tra dialetto, dramma e commedia, il Teatro Stabile del Veneto, propone una mini rassegna estiva per chi non ha voglia di aspettare la nuova stagione teatrale. E allora cominciamo, drink alla mano, testi, voci, emozioni, davanti agli occhi.


_di Valentina De Carlo

“Cancaro alla roba e a chi la fé!” Maledetta la roba e chi l’ha creata, sputa Ruzante con la rabbia tra i denti, gridando contro i detentori del potere del mondo: il denaro e tutte le sue forme materiali.  

Inizia così il secondo appuntamento di Aperitivo a Teatro, la rassegna estiva del Teatro Stabile del Veneto che a Padova propone cinque spettacoli brevi in orario preserale e, a conclusione, aperó rinfrescante per tutti nel foyer del teatro.  Attenzione, questa rassegna presenta un’ulteriore particolarità: non è dalla platea che si guarda la scena, ma.. dalla scena stessa. È proprio sul palcoscenico che sono state sistemate le sedie, a pochi passi dalla scenografia, con vista sull’ammiccante teatro Verdi, che nel suo tripudio di rosso e di oro, si fa ammirare guardandolo direttamente negli occhi.

Filo conduttore della rassegna la lingua veneta e le sue sfumature dialettali, riprendendo testi di autori del passato e del presente, alterando pièces serie a opere dai toni più leggeri e valorizzando il mondo dei dialetti, tesoro prezioso e fertile della nostra terra.

 

Ed era proprio della terra, quella da coltivare con la fatica e col sudore, che ci raccontava Angelo Beolco detto il Ruzante, poeta rinascimentale padovano che, nelle sue commedie rurali e bucoliche, con toni dall’umorismo sapiente,  ci fa riflettere sulla condizione amara degli ultimi del mondo. Lui, figlio di un medico, cresciuto tra tutti gli agi, raccontava chi vive nel basso, a contatto con la melma del loamaro, (letamaio), nel brulicante mondo di chi arranca per sopravvivere. Con estratti da diversi testi di Beolco, il regista Giorgio Sangati mette in scena uno struggente dialogo tra Ruzante, uomo povero e disgraziato, appena fuggito dal campo militare dove si era arruolato in cerca di fortuna, e Gnua, la sua giovane moglie costretta ai lavori più umili per vivere, nell’attesa di un suo ritorno insperato. Due bancali di legno ed un imponente portone di ferro, che si chiude davanti a noi, rendendoci prigionieri del palco e nascondendoci la vista della platea deserta del teatro, ecco tutto ciò che serve ad una scenografia scarna, svuotata di tutta la roba superflua, per far risaltare nel buio l’unica roba necessaria: le parole, i gesti, i sentimenti.

La lingua del dialogo é il pavano, il dialetto rustico parlato un tempo nelle campagne attorno a Padova, un’antica forma di padovano, che diede vita ad una ricca letteratura bucolica e scherzosa, oggi rispolverata e riadattata per renderla comprensibile ad ogni pubblico. Tra imprecazioni, esclamazioni, grida di rabbia e di angoscia, dopo un inizio forzatamente lento e macchinoso, il dialogo corre veloce con un Valerio Mazzuccato che nella sua comicità naturale sa strapparci un sorriso pur nella condizione di frustrata rassegnazione del suo personaggio, che sa interpretare con la consueta e intemperante maestria, e una Gnua, Laura Cavinato, che con la sua espressiva gestualità, fugge di fronte al marito rincasato, di fronte alla sua povertà, al suo non essere, al suo non avere la roba.  Arrabbiata, urla di fronte al suo amore, alla sua passione, uniche cose che Ruzante può offrirle, gli urla addosso tutta quella disperazione che la pervade, portandola a compiere ciò che non voleva realmente compiere, facendo così precipitare gli eventi verso il loro naturale destino…

In un mélange di drammatico realismo e di surrealismo puro, Ruzante ci getta davanti agli occhi temi di intramontabile attualità, mostrandoci la guerra che da sempre l’uomo è costretto a compiere contro gli inferni del mondo, contro le sue ingiustizie e le sue crudeli verità. Temi alti, vocaboli bassi, argomenti seri, battute umoristiche, realtà cruda, finzione assurda, tutto si mischia facendoci perdere il bandolo della matassa, mentre la roba, quella roba che qualche secolo dopo anche Verga farà protagonista di una sua famosa novella, sovrasta tutto, regna incontrastata, aleggia ovunque, ci respira addosso famelica, nell’attesa, inconsapevole, dell’unico nemico in grado di vincerla. L’amore.

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