[REPORT] Dai Gorillaz a Liberato: l’identità sempre più forte del Sónar Festival

È possibile riuscire a rinnovarsi continuamente senza abbattere le colonne portanti del proprio successo? All’estetica del less is more il festival spagnolo affida lo straordinario esito della sua 25esima edizione.

Da poco salutata l’edizione 2018, leggo tra i commenti al post di ringraziamento finale sulla pagina del Sónar alcuni commenti scettici. “Per essere un 25esimo anno ci aspettavamo qualcosa in più”. A seguire, un’infinità di osservazioni che vertono sullo stesso tema “È stato un grande Sónar, come sempre.”

In quel “come sempre” giace, a mio avviso, la definizione di come questo marchio sia ormai diventato sigillo di qualità, definendo un’esperienza in cui festa e festival tornano a essere sinonimi, ma non solo. Questo riconoscimento rappresenta la giusta ricompensa per lo spirito pionieristico con cui il giornalista musicale Ricard Robles e i musicisti nonché artisti visuali Enric Palau e Sergio Caballero diedero vita nel 1994 alla prima edizione, a cui assistettero 6000 persone. Un numero interessante per una creatura neonata, che dimostra come i tre abbiano saputo cogliere un’esigenza di un pubblico vivace e curioso. Oggi che i partecipanti sono ben 126.000, provenienti da 119 paesi diversi al Sónar viene lanciata una sfida duplice: rinnovarsi continuamente, come gli intenti promettono, ma mantenendo costanti gli elementi che costituiscono la formula vincente.

Innovazione: non solo musica

Il programma Sónar + D, la serie di congressi su creatività e tecnologia, ha accolto con favore quasi 6000 professionisti da 61 paesi, dando voce ad artisti, imprenditori, finanziatori, scienziati, progettisti uniti dal desiderio di condividere e decifrare nuove sfide culturali, sociali ed economiche.

Tra i progetti degni di nota di quest’anno ricordiamo i software relativi a educazione e apprendimento coadiuvati dall’intelligenza artificiale, le app che consentono agli utenti di ascoltare o creare musica attraverso vista e tatto, la tecnologia a supporto della creazione di prodotti audio e video a 360 gradi e le cuffie nanosatellitari che si adattano al modo in cui gli ascoltatori percepiscono il suono.

Liberato e il marketing delle emozioni

Vi è mai capitato, da bambini, di commuovervi per la pubblicità della Barilla, quella della bimba e dei gattini? O di trovare divertente quel piccolo capolavoro della Puma in cui gli ultrà di varie nazioni interpteravano canzoni d’amore in occasione di San Valentino?

Quando viene rivolta a Liberato, in senso negativo e non come semplice di osservazione, la critica più comune (¨è un prodotto di marketing¨) da addetta ai lavori ma anche da fruitrice mi domando cosa ci sia di sbagliato nell’idea, più o meno esplicitata, che qualcosa venga creato per essere venduto. È del resto la sorte di tutti i beni, materiali o immateriali, rivolti ad un pubblico. Eppure basta che le intenzioni si facciano un po’ più esplicite o visibili per rendere questa volontà bersaglio dello snobismo.

Senza dubbio la posizione di chi non trova la produzione del misterioso producer partenopeo affine alla propria sensibilità è oltremodo lecita – fosse anche solo perché si tratta di una proposta altamente targetizzata. Viene da domandarsi se al giorno d’oggi lo è altrettanto escludere dai propri ascolti un artista che vuole vendere la propria musica o che vende attraverso la propria musica.

Nella SonarHall, complice il sole che batte sui capannoni e sugli esterni del Sónar Village, il caldo è insostenibile. La presenza di circa 3000 persone, che occupano tutto lo spazio a disposizione, non aiuta in tal senso ma la curiosità rende l’aria ancor più densa.

Liberato entra in scena, con la sua cricca mascherata, anticipato dai visual curati dai Quiet Ensamble – una linea luminosa che rincorre se stessa, sussulta, si disfa, crea ed incrementa l’attesa.

Ai successi con cui ha rapidamente sedotto il suo pubblico, alterna intermezzi musicali degni di grandi producer europei. Se da una parte non si tratta di certo dello show del millennio, non si può negare che l’operazione compiuta da Liberato sia oltremodo interessante. La tendenza a riprendere stilemi della tradizione italiana, a trasporli in un linguaggio moderno, a innovare la tradizione affinché la parola “classico” torni al suo significato originario di “adattabile a tutte le epoche” e non “sclerotizzato in una forma” sono le cifre distintive di questa produzione, in linea con lo spirito del Sónar.

Il live costituisce in questo senso la dimensione ideale per dimostrare come il mondo cantato e riflesso nell’immaginario dell’artista risponda all’esigenza del pubblico di abbattere le barriere che separano dagli artisti. Anche questo è marketing? In un mondo in cui vogliamo che persino la Coca-Cola ci chiami per nome, non possiamo negarlo. Né possiamo non considerare il fatto che esistano due tipologie di arte, entrambe validissime: quella che ti trasporta altrove e quella in cui puoi identificarti. Liberato è campione nella seconda. E tutto sommato credo che l’unica cosa che conti sul serio sia il fatto che durante “Tu t’è scurdat ‘e me” non c’è una sola persona in sala, compresa la sottoscritta, che non stia cantando.

 

Gli headliner

Altra cifra caratteristica che resta invariata, come da tradizione, è l’ottima proposta per quanto riguarda gli headliners. I Gorillaz, supportati da una band enorme in senso qualitativo e quantitativo, si esibiscono in uno show impeccabile, sia da punto di vista musicale che da quello visuale – il lavoro grafico inconfondibile, vessillo di un’epoca che parla ai cuori dei presenti, ma anche la straordinaria energia di un Damon Albarn che cerca continuamente il contatto con il pubblico.

LCD Soundsystem: Murphy è composto sul palco, come chi sa che non è necessario strafare. Al soffitto di stelle che i giochi di luce disegnano, la sua band contrappone una sobrietà cosciente, di chi sa che un buon concerto è fatto essenzialmente di buona musica, suonata da sette elementi che conoscono le proprie capacità e le esplorano nel crescendo di una scaletta che attinge al presente senza trascurare il luminoso passato.

Con Bonobo la Fira di Barcellona smette di essere poco più di un capannone industriale e si riempie di poesia, tra voci femminili e sogni elettrificati. La sua presenza nel cartellone rappresenta una scommessa vinta, dimostrazione del fatto che il pubblico del Sónar è aperto alla diversificazione della proposta anche nella versione serale del festival.

Dolorosa invece la presenza di Thom Yorke, per me artista più atteso e più deludente, non per la scarsa qualità del live, bensì per quello che considero un errore organizzativo. La sua esibizione alle 2 di notte, di fronte ad un pubblico che ballava da ore, ha smorzato il naturale desiderio di festeggiare dei presenti. Un concerto che sarebbe stato molto più gradito in un contesto distinto, come chiusura o evento speciale distaccato.

Il potere femminile dell’elettronica

I visual ispirati alla natura, quasi psichedelici, riflettono la disinvoltura con cui TokiMonsta – la prima donna a firmare un contratto discografico con la Brainfeeder di Flying Lotus – ci fornisce una vera e propria lezione sulla storia della musica elettronica. Le sue mani si muovono sapienti sulla consolle: ciò che ne consegue è un fiume sonoro che trova origine in un r&b che non si pone limiti né confini.

Charlotte de Witte rappresenta l’impossibilità di distinguere una regina da un caterpillar. Cassa dritta che scuote corpo e anima, incalzante e quasi erotica, a contrasto con una presenza delicata ma consapevole – una combinazione che consacra la producer belga al ruolo di artista più interessante dell’edizione 2018 del Sónar.

Viene da domandarsi dunque se, per un festival che cerca costantemente di scandagliare universi sonori poco esplorati e di proporre novità di ogni tipo nell’ambito della tecnologia, abbia davvero senso cercare di stupire il pubblico con (ulteriori) effetti speciali in occasione del compimento del quarto di secolo, o se forse la poetica del less is more (se di less possiamo parlare) abbia la meglio sugli eccessi. A me piace pensare che sia stato un grande Sónar, come sempre.

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