La gentrificazione non è un muro di odio e mattoni

Siamo tutti potenziali agenti gentrificatori. Ma cosa vuol dire sentirsi tale in un quartiere che sta cambiando volto? Una riflessione su un concetto “ipercool”, applicato ad una realtà concreta: il bar sotto casa.


_di Irene Maddio

La prima volta che sentii parlare di gentrificazione fuori dai libri di sociologia fu del tutto inaspettato. Stavo sorseggiando il solito Spritz Campari senza ghiaccio da Sasha, il comodo bar sotto casa, punto di partenza e arrivo di ogni notte più brava. Il locale prende il nome dal gestore, un moldavo modesto e del tutto inconsapevole della forza attrattiva che emana, in grado di spazzare via differenze di età, ideali, grado di studi. Un crogiolo di stili di vita differenti che ogni sera vengono mischiati insieme ai bicchieri di alcool economico e sigarette.

Quando ricevetti il metaforico pugno dritto in faccia, stavo tenendo tra le mani la strabordante coppa rossa di vetro lucido pagata 1.50€: la violenta accusa di star contribuendo alla riqualificazione di un luogo che non vuole perdere le proprie autentiche origini mi colpì in pieno volto, arrivando a scontrarsi con la mia coscienza.

La parola gentrificazione deriva dall’inglese gentrification, che a sua volta rimanda a gentry, “piccola nobiltà”. Coniato dalla sociologa inglese Ruth Glass nel 1964, il termine sta ad indicare un fenomeno per cui un luogo abitato e frequentato dalle classi sociali più povere in termini economici suscita l’interesse della classe borghese, che frequentandolo avvia un processo di riqualificazione che porta con sé mutamenti fisici, economici, sociali e culturali del luogo stesso. Il concetto è stato rielaborato ed arricchito negli ultimi anni, dando luogo ad una gentrification literature molto dibattuta.

Probabilmente l’agente scatenante che ha portato l’abitudinario frequentatore del bar Sasha ad accostarmi alla middle class gentrificatrice è stato il cappotto color cammello firmato Marella che amo indossare per compiacere il mio senso estetico e ripararmi dal rigido inverno torinese. Quello che non salta immediatamente agli occhi è che quel cappotto l’ho acquistato per pochi spicci in un negozio dell’usato, seguendo quel senso etico e morale che da tempo guida le mie azioni di consumo. Che l’abito non faccia il monaco è un dato di fatto, ma proverbi a parte vorrei riflettere su cosa si nasconde dietro l’uso del termine gentrificazione.

Quello della gentrificazione «è un fenomeno molto controverso che ha aspetti positivi e altri negativi» leggiamo su uno dei primi libri italiani che affronta l’argomento, “Gentrification in parallelo – Quartieri tra Roma e New York” (Aracne editore, 2014), di Irene Ranaldi. Da un lato, quando il processo di riqualificazione urbana è deciso a tavolino dagli investitori, esso comporta un aumento
dei costi degli immobili e delle attività che popolano il quartiere, sfociando inevitabilmente nell’allontanamento di chi non ha sufficiente potere d’acquisto.

È seguendo questa linea interpretativa che nasce il risentimento del solito frequentatore del bar Sasha, che si sente messo da parte dall’arrivo di quei radical chic che colonizzano il quartiere dormendo in loft da 100 mq con travi a vista. Indubbiamente il processo di gentrificazione mette a confronto classi sociali differenti e spesso nei localssi genera un sentimento di rifiuto verso tutto ciò che potrebbe ridefinire i confini della propria identità e abitudini.

Ma, invertendo la prospettiva, accade anche che l’individuo accusato di essere un potenziale agente gentrificante non si senta tale. Dove collocare allora lo straniero che frequenta il bar Sasha alla ricerca del radical cheap senza distruggere le tradizioni del luogo? L’errore consiste nello schierarsi a priori a favore di una posizione categorica che non vede margine di confronto e discussione.

Riprendendo le parole della Ranaldi, quello che ci salverà sarà la «mescolanza tra classi ed etnie», basata sulla curiosità verso ciò che è nuovo e diverso, senza dimenticare le tradizioni del luogo. Per quanto riguarda il quartiere, ciò significa dividerne l’anima in due parti: una, composta dai gruppi famigliari e le attività commerciali di origine, l’altra aperta alle forze gentrificatrici.
Pensato in questo modo, il melting pot di Sasha non potrà che essere arricchito da nuovi stimoli, senza perdere l’autenticità originaria che lo rende interessante. Ciò non porterà necessariamente ad un aumento del prezzo dello Spritz, ma sicuramente potrebbe generare nuovi legami sociali basati sulla condivisione invece che rafforzati dalla creazione di un nemico esterno. Unico vincolo che legittima l’utilizzo del condizionale: abbandonare gli stereotipi autoreferenziali.

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