Ostrava ed il mondo cecoslovacco negli scatti di Viktor Kolar alla Norma Mangione Gallery

Nell’orbita di Fo.To, uno dei più importanti fotografi cechi porta in mostra un nutrito corpus di opere, mostrando il passaggio e lo sviluppo della recente storia della Repubblica Ceca.


_di Alessio Moitre

Da Ostrava un passo e sei in Polonia, poco oltre si deve attendere  se ci si reca a sud ovest e sud est, dove s’incontrano rispettivamente Austria e Slovacchia. Il luogo di partenza è la Moravia (o Moravia-Slesia) regione irta di facce spigolose e mischiate che potremmo aver incontrato lungo la Mala Strana praghese per mano di Jan Neruda, nella musica classica di Smetana, Dvorak e Janacek oppure uscendo verso i complicati assetti sociali polacchi, nei ricordi austriaci dei tempi grandiosi, imperiali, verso infine la solita Russia ed il suo cinema socialista senza tralasciare la Slovacchia nata, come la stessa Repubblica Ceca, dalla scissione della Cecoslovacchia (anno 1993).

La fotografia di Viktor Kolar (1941) s’inserisce dentro al pregresso storico, culturale e civile appena espresso aggiungendoci la storia della repressione degli anni settanta. Vi torna a Ostrava, sua città natale, dopo cinque anni vissuti in Canada, siamo nel 1973. Scatta fotografie a ruota libera con la stessa frenesia che colpisce chiunque sia in possesso della conoscenza del fenomeno magico che genera un immagine. Lo sfondo è la città presa in un necessario bianco e nero. Quali colori potrebbe in fondo concedere la città, acquartierata in mezzo alle fabbriche, i vicoli scuri, i viali ampi, le case simili. Gli uomini e le donne, in massa o singoli protagonisti, appaiono davvero come in una quinta teatrale, senza orpelli o costruzioni d’inquadratura che avrebbero senza dubbio impreziosito la visione.

L’estetica è per gli insicuri e il fotografo ceco giustamente non ne ha bisogno. Lo stesso è avvenuto per la disposizione nella Galleria Norma Mangione. Ferrea e tanto vicina alle facciate delle abitazioni delle periferie cecoslovacche. Una similitudine che potrebbe apparire denigratoria ma che ho apprezzato per la coerenza e la mancanza di smania da parte della gallerista di voler prevaricare il lavoro, sunteggiato anche da accenti fantastici. Le favole, i racconti, le piccole annotazioni di straniante invenzione sono russofone quanto slave in generale e soprattutto si mostrano negli scatti di Kolar quasi avvenuti, apparsi in un istante di distrazione della normalità, peraltro ben attenta a non venire meno al suo ruolo di prima donna.

Come nel dialogo tra due uomini, ripresi nell’atto di una conversazione o così possiamo immaginare in quanto ci vengono mostrati solo dalla vita in giù. Costituzione simile ma abbigliamento assai diverso, ben vestito, dirigenziale l’uno, più consunto ed operaio il secondo. Entrambi stringono nelle mani (di cui una con guanto) una borsa. Lisa e accartocciata la prima, raffinata e cuoiata la seconda. Siamo alla fine degli anni settanta, in un nazione gestante. Annotazione: utile per la comprensione della mostra, il testo vergato da Giulia de Giorgi e che si connota come scrittura critica.

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