[REPORT] Il concerto-evento di Liberato a Milano: Masaniello è tornato?

In attesa di vederlo al Sonar Festival di Barcellona, siamo andati a sentire lo scugnizzo 2.0 approdato nella periferia milanese per un karaoke collettivo con una scenografia spaziale. Al netto di una operazione di marketing sempre più “massiccia” targata Converse, l’artista napoletano senza volto sta davvero riuscendo ad alimentare un culto generazionale?


_di Mattia Nesto

Molti lo sapevamo, alcuni avevano ottenuto il qr-code senza però presentarsi e in tanti, maledicendo la sorte, erano sprovvisti di ingresso ai cancelli ma, come in una perfetta spy-story con il twist finale, ecco che verso le venti ogni porta si è aperta e c’è stato un “dentro tutti” generale. Questo per sommi capi la cronaca, vista dal pubblico del concerto (ma forse, per una volta, sarebbe più corretto definire evento) di Liberato lo scorso 9 nove giugno in piazzale Donne Partigiane, cuore della Barona, uno dei quartieri meno “fashion” di Milano (tuttavia entrato nell’immaginario rap grazie a Marracash, che qui è nato e cresciuto). 

Parte da qui il racconto di OUTsiders, una giornata di inizio giugno molto strana, dove, per una volta, la periferia è diventata centro: questo forse era nel volere dello staff di Liberato che, lavorando in perfetta sinergia con il brand dell’evento, Converse, ha tappezzato le vie limitrofe del concerto da enormi cartelloni pubblicitari inneggianti al nuovo paio di sneakers, ovviamente griffate da Liberato. Si scoprirà poi, ma intanto già lo si sapeva, che le scarpe sarebbero state vendute all’interno dell’area del concerto (ad un prezzo, per non altro, non esattamente basso ma neppure così alto da impedire l’assoluto sold-out calzaturiero…!).

Sì ma il live? Ora ci arriviamo ma non si può parlare solo di questo perché non è stato SOLO questo ma anche e SOPRATTUTTO altro. È stato un lento avvicinarsi al momento nel quale l’eterno giorno pieno di sole di giugno volgesse il capo ad una notte priva di stelle di luna, quella l’avrebbe portata, ovviamente, Liberato sul palco. Palco allestito, davvero in maniera eccepibile e con un impianto audio all’altezza di un grande, grandissimo evento proprio sotto “l’astronave” ovvero l’enorme struttura avveniristica che domina  il Barrio’s, il teatro della Barona sede anche dell’omonimo circolo.

E così, sotto quell’enorme cupole che ci parla di un futuro forse già passato, ci siamo assiepati accorgendoci di come, mano a mano che il pomeriggio diventava sera, i numeri dell’evento non fossero enormi: certo lo spazio è notevole ma la risposta del pubblico milanese non è di quelle da far tremare le vene ai polsi. Ma in fondo sia sa come nelle grandi città vanno le cose: tutti mettono “partecipa” all’evento, tutti si sbattono a trovare l’ingresso e poi, alla fine delle fiera, specie durante un sabato di inizio estate, preferiscono Bergeggi o Camogli al cemento della Barona.

Già ma non tutti sono del centro e di sicuro da Liberato erano la minoranza. La maggioranza, non sappiamo dirvi se silenziosa o meno, era formata da ragazze e ragazzi di San Donato, di Corvetto, di Rozzano o luoghi limitrofi, appena toccati dalla Grande Milano dell’Expo e di Sala e che, magari proprio originari di Napoli e dintorni, trovano in Liberato un vero e proprio “credo laico”, una nazionale locale per cui fare il tifo in un mondiale che si gioca dalla stazione di Greco-Pirelli fino a quella di Porta Romana.

Ed eccolo, finalmente, dopo un pre-show durato pure troppo: ma in fondo Liberato che, a differenza di Proteo, non deve mai mutare la sua forma perché la forma non ce l’ha, celandola sempre dietro al cappuccio nero d’ordinanza, ha bisogno solo di un po’ di buio, per poi “accecare” con luci e fari il pubblico e rendere immediatamente impossibile l’uso dei telefoni per le foto (ma al pubblico poco importa e la selva di smartphone si erge più rigogliosa che mai).

Quello a sorprendere però, e a marcare la differenza con le precedenti esibizioni di Liberato (quella del MI AMi 2017, “la grande truffa del rock&roll parte seconda) e quelle, più recenti del Club to Club di Torino e di Napoli dello scorso nove maggio, è l’impianto scenico: i visual sono qualcosa di eccezionale, con un rimando astronomico alla luna, cantata chiaramente dallo stesso Liberato e declinata in vari modi.

Non sappiamo neppure bene il perché ma mentre il pubblico aumentava sensibilmente di numero (i cancelli erano stati, sapientemente, aperti a tutti e l’atmosfera, sotto la Luna, diventava elettrica e piena di vita) abbiamo subito pensato al “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” scritto dal nostro Avenger della poesia, Giacomo Leopardi.

Così come il protagonista della poesia rimane a chiedersi, domandando alla Luna “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?”. Perché in fondo è questo il fascino che ha rivestito, nei secoli, la luna ai poeti: non soltanto la sua irraggiungibilità, ma anche la sua incomprensibilità, aliena com’è a tutte le vicende terrene. Ed eccolo allora il ponte, lunare e terrestre, tra il Canto notturno e il concerto di Liberato: Liberato, che saluta il pubblico con un “ciao milanè” che più perfetto di così si muore, è esattamente un abitante della Luna il quale, come in un film di George Melise, ci fa una fugace visita. Certo sappiamo che è tutto finto, che è un’arlecchinata e niente di tutto quello che vediamo davvero sta accadendo davanti ai nostri occhi: ma noi ci crediamo, perché è fatto, perché è figo e perché, per la nostra percezione della realtà, è bene continuare a credere alla fantasia.

E così, nella notte della Barona che sembra Mergellina per una volta, le canzoni di Liberato si mescolano con le nostre fantasie più infantili e l’hype diventa festa, festa di breve durata ma festa, forse troppo tranquilla e compassata per chiamarla party ma tant’è. Alla fine si torna a casa pigliando il bus, con ancora le ragazze e i ragazzi delle periferie del mondo che cantano in napoletano, parlando di Liberato1926, non solo il nome del profilo Instagram dell’artista ma anche l’anno di nascita del Napoli Calcio: neppure fossimo in un libro Malaparte ambientato però nel 2077.

“E la faccia nera l’ho dipinta per essere notato”.

 

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