Psicologia e storytelling: l’immaginazione come cura concreta

Martedì 5 giugno, presso la libreria Golem, abbiamo partecipato ad un incontro con tre psicologhe esperte nella cura dei loro pazienti attraverso la pratica dello storytelling. Vi raccontiamo perché il loro approccio – maturato in tre contesti molto diversi – si è rivelato quanto mai stimolante e prezioso. 

_ di Beatrice Brentani

L’evento La Cura Dei Racconti: L’utilizzo Dello Storytelling in Psicologia di martedì 5 giugno non è stato certo il primo a essere ospitato presso la Libreria Golem (Via Santa Giulia 16/A): si tratta, infatti, del quarto incontro dell’anno, patrocinato dalle psicologhe Valentina Mossa, Cecilia Allasina e Tanja Di Piano, riguardante queste tematiche. Valentina Mossa, inoltre, organizza spesso eventi di questo genere (veri e propri laboratori tra storytelling e libroterapia, per esempio) – se siete interessati, provate a cliccare sulla sua pagina Facebook.

Perché lo Storytelling in psicologia? Valentina, Cecilia e Tanja lavorano tutte in contesti differenti e adottano, anche, soluzioni e approcci alla  pratica diversi. Più nel dettaglio, Cecilia Allasina ci ha parlato dell’utilizzo dello Storytelling con bambini, genitori e in contesti formativi;
Tanja Di Piano, invece, ha parlato dell’utilizzo dello Storytelling all’interno di un’esperienza lavorativa come psicologa in Ecuador – esperienza che ha permesso la pubblicazione del libro Alhelì, scritto da e per i bambini della fondazione Ecuasol e illustrato da artisti italiani; Valentina Mossa invece ha discusso dell’utilizzo dello Storytelling con adolescenti, adulti e all’interno di contesti istituzionali come scuole ed associazioni.

Lo Storytelling può essere utile ad adulti, adolescenti e bambini, senza discriminazioni: è uno strumento utile per la crescita personale del proprio sé, per una maggior acquisizione delle proprie capacità, per una più vasta consapevolezza della propria persona, ecc. Ma c’è di più.
Le storie che curano permettono a ogni paziente di costruirsi da sé, con l’aiuto (più o meno intensivo, a seconda dei casi) dello psicoterapeuta, un personale percorso verso la guarigione e il superamento delle proprie debolezze, difficoltà, paure.

Le storie sono dotate di un linguaggio internazionale di tutta l’umanità, di tutte le età e di tutte le razze e civiltà

– Marie Louise von Franz

Come si crea una “storia che cura”, però? La spiegazione di Valentina, a riguardo, ci ha incuriositi parecchio. Per creare una buona storia, in grado di servire come “medicina” al paziente, occorrono alcuni ingredienti fondamentali come, per esempio, una scelta accurata del tema emotivo della storia (devo, cioè, scegliere un racconto con un significato che sia in stretto rapporto con il malessere del paziente, in modo tale che egli possa immedesimarsi); l’utilizzo di immagini metaforiche; mostrare errore, soluzione e cambiamento: tutte  componenti che devono essere inserite in maniera logica e scrupolosa nella narrazione; non dimenticare mai il lieto fine, ma sempre mantenendo i contatti con la realtà delle cose (evitando, cioè soluzioni magiche e poco credibili); e così via.

Le storie narrate rappresentano un problem solving ideale per l’interiorità dei pazienti, perché esse stesse fungono da specchio di questa stessa interiorità, permettono di mettere a fuoco, in maniera indiretta, i problemi del nostro interno che fatichiamo ad affrontare a viso aperto.

Talvolta, se il paziente fatica a creare, insieme allo psicologo, una storia che “cura”, può essere  utile l’utilizzo di alcuni giochi, come gli story cubes o le carte dixit, oppure ancora le carte di Propp, strumenti utilissimi anche quando gli appigli alla fantasia divengono più stretti ed è necessario un input in più per la crescita e la progressione logica del racconto.

Psicologia clinica e letteratura non sono affatto due ambiti totalmente separati ma, anzi, la discussione ha mostrato come questi due campi possano, insieme, creare un mezzo potentissimo per risolvere tutte quelle problematiche che la psicoterapia (che, non a caso, nasce proprio come “talking cure”) non può risolvere lavorando autonomamente, senza l’ausilio delle narrazioni.

E ancora, secondo Cecilia, le storie possono comunicare  con i bambini a un livello più profondo e immediato rispetto al linguaggio letterale. La fiaba consente l’utilizzo della fantasia per stabilire un rapporto attivo con il reale, un vero e proprio sentiero per il bambino attraverso cui può imparare a prendere la propria strada nel mondo vero. Talvolta, la fiaba è utile per trasferire, in essa, il peso delle emozioni quando quest’ultimo è ormai divenuto troppo forte da sorreggere. Dalla fiaba si può trarre la forza creativa per trovare soluzioni e aprirsi a nuove possibilità.

C’è chi dice “cercasi persone creative” perché il mondo resti così com’è, ma nossignore, sviluppiamo la creatività di tutti, perché il mondo cambi.

– Gianni Rodari

Ogni psicologa, durante il proprio intervento, non ha solamente parlato della propria esperienza personale ma ha anche dato alcuni consigli di lettura utili a chi volesse conoscere qualcosa di più su questo mondo ancora tutto in fase di sperimentazione.

Valentina ha consigliato, tra i tanti libri, Le storie che curano di James Hillman; Il mondo incantato. Uso, importanza e significati picoanalitici della fiabe di Bruno Bettelheim; Il viaggio dell’eroe di Cristophen Vogler. Cecilia ha consigliato Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie di Gianni Rodari; Non stancarti di andare di Stefano Turconi e Teresa Radice; Ogni vita merita Un Romanzo – Quando Raccontarsi è Terapia – di Erving Polster. Tanja ha consigliato Alelhì; La prima volta che sono nata di Vincent Cuvellier; Nuvola di Alice Brière-Haquet e Monica Barengo; Tell me again about the night I was born di Jamie Lee Curtis e Laura Cornell. 

L’esperienza, però, che più ci ha colpiti – e che vi abbiamo riservato per ultima, per farvela gustare fino in fondo, dopo avervi infarinato di informazioni utili per comprenderla al meglio – è stata quella di Tanja. Si è recata in Ecuador, più precisamente Tiwintza, dove ha lavorato per Ecuasol,  una Fondazione avente l’obiettivo di aiutare più di 50 bambini dai 6 ai 20 anni nella loro crescita mediante un approccio a 360 gradi sulla loro vita e le loro problematiche. Tra le attività che svolge la Fondazione, vi sono il supporto all’istruzione; la regolamentazione del cibo; il supporto psicologico (aspetto di cui si occupava Tanja); visite mediche specialistiche; attività ludico-creative di vario tipo; ecc.

Grazie a questo lavoro è nato un progetto utile per aiutare lo sviluppo della fantasia nei bambini, così da far aprire loro i pensieri verso nuovi orizzonti, un po’, forse, meno opprimenti della realtà difficile in cui sono costretti a vivere tutti i giorni, realtà che li costringe, sempre, a inibire la loro immaginazione, rinunciando al gioco e al divertimento in nome di una crescita troppo precoce. Il progetto aveva anche lo scopo di finanziare il supporto scolastico e medico per l’anno 2016. I bambini e ragazzi sono stati suddivisi in sei diversi gruppi: da ogni gruppo è nata una storia, l’insieme di queste sei storie è andata a creare il libro Alelhì – termine spagnolo per definire quei fiori spontanei variopinti in grado di crescere in qualsiasi ambiente, anche sfavorevole, come le pietre, le fessure dei muri, gli spazi angusti e difficili. Perché anche le avversità sono in grado di creare delle formidabili occasioni.

Che dire, siamo ancora più curiosi, adesso, di conoscere gli sviluppi di questa nuova pratica terapeutica ancora tutta da scoprire ed esplorare. E siamo anche emozionati.

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