Caro professor Galli Della Loggia, ecco perché la pedagogia inclusiva non è buonismo

Il famoso storico Ernesto Galli Della Loggia ha fatto pervenire lunedì, attraverso il Corriere della Sera, una lettera aperta al nuovo ministro dell’istruzione Marco Bussetti in cui snocciola un decalogo da utilizzare subito per rimettere in riga la scuola. Mi scuserete se ripropongo ogni punto (in grassetto) per dargli immediata risposta, lasciando per ultimi i commenti più ampi.


_di Elena Fassio


1) Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove siede l’insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni. Ciò avrebbe il significato di indicare con la limpida chiarezza del simbolo che il rapporto pedagogico — ha scritto Hannah Arendt, non propriamente una filosofa gentiliana — non può essere costruito che su una differenza strutturale e non può implicare alcuna forma di eguaglianza tra docente e allievo. La sede propria della democrazia non sono le aule scolastiche.

La sede propria della democrazia non sono le aule scolastiche! E dove dovrebbe nascere la democrazia allora? Forse non dovrebbe se le generazioni future che vogliamo devono essere abituate ad abbassare la testa, a prendere ogni sapere come dogmatico perché calato dall’alto – letteralmente in questo caso – a non dubitare di qualcosa perché detto da un’autorità.

2) Sempre a questo principio deve ispirarsi la reintroduzione dell’obbligo per ogni classe di ogni ordine e grado di alzarsi in piedi in segno di rispetto (e di buona educazione) all’ingresso nell’aula del docente.

Vero, alzarsi in piedi è segno di buona educazione e bisogna farlo, ma non perché sia importante ribadire la distanza tra il ruolo dell’insegnante e quello dell’alunno. Insegnare è essere in continua relazione: nessuno può permettersi di pensare di essere arrivato e di non aver più niente da imparare. Il nostro ruolo non è separato perché un buon insegnante impara ogni giorno qualcosa dai suoi alunni.

3) Divieto deciso nei confronti di tutte le «occupazioni» più o meno simboliche e delle relative autogestioni che ormai si celebrano da decenni come un tempo la «festa degli alberi». Per la semplicissima ragione che esse non servono a nulla se non, assai banalmente, a non studiare. Bisogna cominciare a dire le cose come stanno.

Le cose come stanno, che bella espressione. Beato chi ha la verità in mano. Da studentessa che ha vissuto le occupazioni e le autogestioni credo che mi abbiano insegnato di più di alcune ore di greco o matematica. A comportarmi con gli altri, a far valere le mie opinioni, ad organizzare un’attività, a considerare la musica, il gioco, la danza, la cucina e la politica come materie davvero importanti per la nostra formazione.

4) Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell’istituzione scolastica. Dal momento che non ci sono rappresentanti dei pazienti nelle strutture ospedaliere, né degli automobilisti negli Uffici della motorizzazione, né dei contribuenti nell’Agenzia delle Entrate, non si vede perché debba fare eccezione la scuola. Si chiama demagogia: meglio farne a meno.

Pensare di educare un giovane nelle sole ore scolastiche (6 su 24) non è solo impensabile, è anche ottuso. Se la scuola non aumenterà ulteriormente la sua collaborazione con le famiglie e gli altri luoghi di educazione (sport, corsi di musica, oratori) il suo messaggio resterà sempre parziale e non creerà cittadini migliori. Perché se uscito dall’ospedale un paziente non è più tale, uscito dalla scuola un ragazzo resta un futuro cittadino da educare.

5) Divieto di convocare gli insegnanti ad assemblee, riunioni, commissioni e consigli di qualunque tipo per più di tre o al massimo quattro volte al mese. La scuola non deve essere un riunionificio.

Sarebbe molto bello, purtroppo i problemi da risolvere sono molti di più, le teste pensanti sono altrettante e le decisioni richiedono lunghe riflessioni e dibattiti, perché non si tratta di un’azienda (dove peraltro se riunioni sono ancora di più), ma del futuro di giovani persone in uno dei momenti più delicati della loro esistenza.

6) Sull’esempio del Giappone, affidamento della pulizia interna e del decoro esterno degli edifici scolastici agli studenti della scuola stessa. I quali potrebbero provvedere un’ora prima dell’inizio delle lezioni alternandosi a gruppi ogni dieci giorni. Oltre al piccolo ma non proprio indifferente risparmio economico, sarebbe un mezzo utilissimo per instillare negli studenti stessi il sentimento di appartenenza alla propria scuola e per insegnare alle giovani generazioni il rispetto delle proprietà pubbliche e gli obblighi della convivenza civile (non s’imbrattano i muri!). In fondo, l’alternanza scuola-lavoro non sarebbe meglio iniziarla proprio nella scuola?

Bello. Stiamo attenti a non cadere nel lavoro minorile imposto dall’alto come la scuola-lavoro.

7) Per superiori ragioni di igiene antropologico-culturale divieto assoluto agli studenti (pena il sequestro) di portare non solo in classe ma pure all’interno della scuola lo smartphone. Possibilmente accompagnato dalla proposta di legge di vietarne comunque la vendita o l’uso ai minori di 14 anni (divieto che evidentemente non vale per i semplici cellulari).

A parte l’incipit da pulizia etnica e l’anacronismo del cellulare “semplice”, che non esiste più, la scuola non dev’essere sentita come una punizione. È la cosa che più si allontana da un ambiente sano per l’apprendimento. Sarebbe meglio forse modernizzare le attività affinché siano interessanti ed acquistino senso pratico nella mente dell’allievo. Solo così saranno metabolizzate.

8) Obbligo per tutti gli istituti scolastici di organizzare e tenere aperta ogni giorno per l’intero pomeriggio una biblioteca e cineteca con regolari cicli di proiezioni, utilizzando, se necessario, anche studenti di buona volontà. L’adempimento di tale obbligo deve rientrare tra gli elementi basilari di valutazione della qualità degli istituti stessi. Ai fondi necessari si può provvedere almeno parzialmente dimezzando l’assegnazione di 500 euro agli insegnanti che utilizzano tale somma non per acquistare libri. Il motto della scuola diventi: «Il buon cinema e la lettura della pagina scritta innanzi tutto!».

Bellissimo, la tecnologia però non è una bestia di Satana, si possono aggiungere anche dei computer e degli e-book.

9) Alle gite scolastiche sia fatto obbligo di scegliere come meta solo località italiane. Che senso ha per un giovane italiano conoscere Berlino o Barcellona e non aver mai messo piede a Lucca o a Matera? L’Europa comincia a casa propria.

Quest’ultima frase ricorda molto il “Io stesso ho tanti amici gay”: non può che corredare un’asserzione in qualche modo razzista. Perché mai bisognerebbe conoscere prima Lucca e poi Barcellona? Esiste un ordine? Non sono forse tutte città in cui si arriva con poco più di 2 ore di viaggio? In effetti, conoscere una grande città ben organizzata, in cui si possa scoprire un’altra cultura, altri modi di vivere che aprano la mente, insegnino qualcosa e anche, perché no, un po’ di un’altra lingua, è del tutto riprovevole. Molto meglio continuare ad avere paura dell’“altro”. Senza contare che per alcuni ragazzi le gite all’estero sono l’unica occasione per mettere piede fuori dall’Italia.

10) Istituti e «plessi scolastici» devono essere intitolati al nome di una personalità illustre e devono essere designati in tutte le circostanze e in tutti i documenti con tale nome, non già (come avviene oggi più di una volta) con un semplice numero o l’indicazione di una via. In fin dei conti anche ai più giovani forse non dispiace avere un passato.

Cantiamo anche l’inno alla bandiera e torniamo in classe a passo di marcia. Ai giovani non dispiace avere un passato, ma è bene che sappiano che non tutto il passato è positivo e da imitare solo in quanto tale.

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Sembra una drammatica rappresentazione di un clima reazionario da anni ’20, in cui si immagina una scuola dove gli alunni entrino a testa bassa, riscoprano la vecchia e gloriosa favola dell’autoritarismo come igiene educativa, si alzino in piedi dinanzi all’insegnante, si levino il cappello, cantino in coro e recuperino i valori dell’italianità.

Citando perfino Hannah Aarendt, Galli Della Loggia ci propone di tornare ai bei vecchi tempi dei maestri con la bacchetta, ai tempi gloriosi dei balilla. Predica la sottomissione delle nuove generazioni. E questo fa paura, perché sembra una campanella che segna la fine dell’intervallo: sono finiti i giorni della sinistra, ora si torna alla disciplina!

Cinquant’anni fa don Lorenzo Milani scriveva un’altra sorta di manifesto, “Lettera a una professoressa”: quello però sperava in una riconquista della cultura, della lotta per essere più liberi e per far funzionare il valore dell’uguaglianza, dove l’importante non sia la valutazione o la competenza, ma lo sviluppo totale dell’individuo, di qualunque colore o sesso sia. Ancora oggi non ce l’abbiamo fatta. Il percorso è tortuoso ma il decalogo d’antan di Galli Della Loggia non sembra affatto un passo avanti…

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