Metal Gear 3 Snake Eater: quando il sangue scorre tra le giunchiglie bianche

La boss-fight finale di Metal Gear 3 Snake Eater è una delle più epiche di sempre. In attesa che Hideo Kojima ci mostri al prossimo E3 qualche novità in più su Death Stranding, ripercorriamo uno dei capolavori assoluti del medium videoludico.


_Mattia Nesto

Si sa come nel mondo videoludico l’inizio di giugno sia sempre un periodo in cui “il libro dei sogni” di produttori, sviluppatori e appassionati videogiocatori si riempie di nomi, suggestioni e speranze (non sempre mantenute). Tra i grandi nomi del prossimo E3che si svolgerà a Los Angeles dal 12 al 14 giugno prossimo sicuramente vi è Hideo Kojima, il geniale artista nipponico il cui nome è legato alla saga di Metal Gear Solid e che, dopo aver divorziato in modo burrascoso con Konami, sta realizzando in totale autonomia il misterioso Death Stranding, gioco di cui si sa molto poco a parte un paio di trailer (non in-game) usciti negli anni scorsi.

Non sappiamo ancora se vi saranno novità sensibili in merito a questo gioco (che vede già la partecipazione, come personaggi principali, di nomi del calibro di Mads Mikkelsen, che da quanto si sa dovrebbe impersonare il grande antagonista, Norman Reedus, Guillermo del Toro e alcuni hanno vociferato in merito ad una comparsata perfino di Diane Kruger), tuttavia l’attesa e l’hype sono già alle stelle.

Questo però ci consente di porre l’attenzione sulla precedente produzione di Kojima, in particolar modo al terzo capitolo della Metal Gear Solid Saga (almeno considerato gli episodi canonici), ovvero Metal Gear 3: Snake Eater, titolo apparso tra la fine del 2004 e l’inizio del 2005 per Playstation 2 e poi riproposto, nel 2011, su Playstation 3. Da molti considerato come il migliore Metal Gear mai concepito (specialmente per le scelte di gameplay e per l’importanza che questo capitolo ha nella legacy), presenta, senza ombra di dubbio, uno dei vertici assoluti del medium videoludico, latamente inteso: ci stiamo riferendo alla boss-fight finale, una delle più belle di sempre e che oggi in questo articolo andremo a dissezionare, per comprenderne al meglio la sua grandezza attraverso cinque “punti forti”. Ovviamente per chi non ha avuto modo di giocare il titolo avvertiamo che d’ora in avanti vi saranno spoiler e sensibili disvelamenti di trama. Per chi invece è curioso di avere un “bignamino” dell’intero percorso narrativo di Metal Gear Solid consigliamo questo filmato di Nero Wolfe:

Il luogo

Partiamo da un presupposto: la battaglia finale tra The Boss, aka The Joy o Voyevoda (“militare” nel gergo dell’esercito russo) e Naked Snake, futuro Big Boss, non ha alcun connotato epico o magniloquente, ma è giocata per sottrazione, ovvero scarnificando gli elementi che danno pathos e facendoli esplodere in tutta la loro intima grandezza. Quindi dimenticatevi scenari mozzafiato e vagamente post-apocalittici con grattacieli distrutti e palazzi crollati (ogni riferimento a “Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty è voluto) o nemici dalle dimensioni colossali.

Qui ci troviamo nei dintorni di un bel prato di giunchiglie bianche in riva ad un lago, una sorta di locus amoenus più adatto per un conversare di filosofia o per un pic-nic, piuttosto che per una battaglia mortale. Eppure i fiori che si muovono sfiorati dal vento, l’erba fresca che fruscia sotto i piedi dei protagonisti e il fuoco che, piano piano, divampa e divora la natura circostanze, sono un fattore di grande cifra stilistica, che coinvolgono il giocatore in un’esperienza totalizzante e indimenticabile.

La regia

Come racconta tutto ciò Kojima? Anche in questo caso la parola d’ordine è sottrazione per moltiplicare l’emozione. Il giapponese infatti spesso e volentieri si sofferma sui volti, sofferenti e stanchi, dei due contendenti, entrambi coinvolti emotivamente in questo scontro dato che, a tutti gli effetti, questo è un duello sia tra un maestro ed un allievo ma anche, in un certo qual modo, tra una madre e un figlio che non ha mai avuto ed anche, linea narrativa appena accennata, tra due innamorati. Ecco allora che le labbra dei due fremono, gli occhi lampeggiano e i muscoli sono tesi, colti il momento prima di scattare per evitare i colpi degli avversari. Nessuna epicità, un po’ caciarona, alla God of War: qui siamo all’altezza ideologica di uno scontro finale di un film di Sergio Leone.

La musica

Lo ha insegnato Wagner a suo tempo: la musica è uno dei metodi migliori per veicolare le emozioni. Questa lezione Kojima e i sound-designer l’hanno appresa a menadito e infatti ogni giocatore che si è cimentato in questa battaglia non potrà mai dimenticare l’emozione provata nell’accorgersi, dopo aver schivato i primi colpi di The Boss, della tonale assenza di musica. Dopo questa sorpresa a poco a poco si sente, prima soltanto flebilmente, poi man mano sempre più, la musica che prorompe e nello scenario e nella partita del giocatore. Questo è proprio un tuffo al cuore se si considera che la musica cresce di pari passo con i colpi esplosi da The Boss. Azione e estetica in sinergia. 

«La perdita del bianco dei fiori è il simbolo
della perdita dell’innocenza del nostro personaggio»

Un villain? No, una madre

Come se già non fosse abbastanza, almeno a livello emotivo, questa battaglia finale riveste anche un grandissimo senso per quanto concerne la filosofia che sta dietro all’intera di Metal Gear. Infatti, sulle rive del lago, come se fossimo in una storia del medioevo giapponese o in uno shonen di grande qualità, The Boss parlerà del perché delle azioni perpetrate fin qui, dei motivi che stanno dietro il suo doppio/triplo gioco, del figlio partorito praticamente in trincea e strappatole dal grembo, dei dolori, delle umiliazioni subite e, soprattutto, del destino del mondo. The Boss infatti, lungi dall’essere un villain stereotipato, appare come una vera e propria eroina, una “madre coraggio” che ha nel cuore il destino di un mondo in pace, senza confini e senza conflitti. Il fatto che poi noi, ovvero Naked Snake, siamo legati sensibilmente a lei, non fa che aumentare il carico da novanta.

Il pathos

Via via che lo scontro va e ci si avvicina all’epilogo il campo delle giunchiglie bianche si tinge di rosso, il rosso del sangue che The Boss perde, in una sorta di ideale trasfusione, sia a livello di eredità (parola chiave in questo senso) sia a livello di capacità di combattimento nei confronti di Naked Snake. Il quale riuscirà sì a prevalere contro la sua mentore/madre/compagna ma a costo di una perdita di innocenza praticamente senza fine. La perdita del bianco dei fiori è il simbolo della perdita dell’innocenza del nostro personaggio. Chiudere con una metafora visiva floreale una scena del genere è il meglio che ci si poteva aspettare. Ecco perché questa battaglia finale è uno dei vertici assoluti del medium videoludico.