Tornano i The Breeders, outsiders dell’alt-rock

La cult band nata come side project di Kim Deal torna in tour con la formazione originale e un nuovo disco ancora animato da uno spirito aspro e inquieto, più verace che nostalgico. DNA Concerti porta i Breeders in concerto in Italia per due date: la prima nell’orbita del festival Ferrara sotto le Stelle (il 5 giugno), la seconda al Santeria Social Club di Milano (6 giugno). 


_di Filippo Santin

“Hey, there’s nothing in my art / I’d rather be cool than be smart / Hey, what I’m thinking of / I’d rather be cool than be loved / Here’s what I feel, ba ba ba ba / Just want a girl as cool as Kim Deal…”
The Dandy Warhols  – “Cool as Kim Deal”

Ogni volta che si parla di alternative rock anni ’90 si finisce per citare Kurt Cobain, è cosa nota. Leviamoci subito il pensiero, quindi, ricordando che le Breeders erano uno dei suoi gruppi preferiti in assoluto, così come lo erano i Pixies, capaci di influenzare massicciamente il suono dei Nirvana. Di entrambi i gruppi fa/faceva parte Kim Deal, figura fondamentale del rock-indie degli ultimi trent’anni. Nella seconda metà degli Ottanta ha contribuito a definire il suono di un’intera scena musicale, tra punk, classic rock e pop, con i Pixies, dai quali si prende una pausa nel ’90, formando una band di nome Breeders – assieme a Tanya Donelly delle Throwing Muses – con cui poter esprimere più liberamente le proprie aspirazioni cantautorali e poter anche alzare la voce in un ambiente dominato da musicisti uomini.

Da sinistra: MacPherson, Kelley Deal, Kim Deal e Wiggs nel 1994

Ne nasce un piccolo gioiello di nome “Pod”, prodotto da Steve Albini, al quale seguirà nel ’93 “Last Splash”, autentico successo commerciale grazie al singolo “Cannonball” (il cui video, iconico del periodo, è stato girato da Spike Jonze e Kim Gordon). Tra continui cambi di formazione e vari problemi di dipendenze, la band ritrova oggi la propria line-up classica, che nel 2018 dà alle stampe “All Nerve”, quinto album caratterizzato da certe sonorità di un tempo, ma che non s’immerge troppo nella nostalgia o nel retrò, lasciandosi piuttosto trascinare dalla semplicità e dall’autenticità. Reduce da un generale successo di critica, è questa l’occasione per vederlo suonato dal vivo, consapevoli, nel caso, di essere davanti ad un gruppo che ha saputo parlare a un’importante fetta di generazione. E non soltanto a quella di Kurt Cobain, ma magari anche a quella degli adolescenti d’oggi che, tendendo un orecchio verso sonorità non proprio contemporanee, potrebbero comunque trovare un linguaggio capace di raccontare anche le loro inquietudini.

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