[REPORT] 30 anni di Uzeda: un compleanno indimenticabile

Siamo stati alla “festa in spiaggia” organizzata per il trentennale di carriera della band sicula. All’Afrobar di Catania sono arrivati un po’ di amici: Shellac, Black Heart Procession e molti altri…

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_di Federica Garozzo

“Apertura porte ore 19 il primo giorno, ore 16 il secondo”, annunciava il comunicato sulla pagina dell’evento. Perché la festa si terrà in spiaggia e potersi godere un po’ di sole col mare davanti e l’Etna ben in vista, è un pre-concerto gustoso. Hanno pensato davvero a tutto, gli Uzeda, perché gli ospiti accorsi si possano sentire coccolati e trattati con ogni riguardo. Alle 20.00, venerdì, la fila è lunga quanto tutta la passerella in legno che disegna una L sulla sabbia della Playa fino all’ingresso dell’area concerti, dove le selezioni musicali di Max Prestia accolgono chi arriva.

Siamo davvero tanti, abbastanza da occupare l’intera area che separa il palco dal mare. Gli Uzeda salgono sul palco un po’ dopo rispetto alle 20,30 previste, ma d’altra parte dar inizio alla festa senza attendere l’arrivo di tutti gli invitati non sarebbe corretto. Sono tutti e quattro visibilmente emozionati, di un’emozione che dà la giusta carica e che spinge a dare il massimo, a godersela fino in fondo.

Le costruzioni ad alte frequenze metronomiche delle ritmiche di Agostino Tilotta sfidano gli incastri con il basso di Raffaele Gulisano e la batteria di Davide Oliveri, mentre Giovanna Cacciola, come una sacerdotessa del caos, sprigiona la sua voce ancestrale, a tratti sublimata in dei sussuri carichi di un’energia che si prepara ad esplodere. Stomp, This Heat, Sleeper Deeper sono alcuni dei pezzi diventati ormai classici del loro repertorio, emblematici delle traiettorie sonore ad alta tensione che i Nostri sono in grado di creare.
Gli Uzeda riescono a smantellare ogni preconcetto sul tempo che passa; si scambiano sorrisi complici, si divertono fino all’ultima goccia di sudore, suonano verrebbe da pensare “come se avessero 30 anni in meno”, ma forse sono proprio quei 30 anni in più che fanno la differenza.

Non si contano gli applausi ricolmi di gratitudine tra un pezzo e l’altro, innumerevoli “grazie” suonati dal battito di mani dei presenti. Vibrazioni positive aleggiano nell’aria per tutta la durata di queste due giornate, su coloro che trent’anni fa erano poco più che adolescenti, abituati a vivere in una Catania con un fermento musicale ben diverso da quello di oggi, ma anche su quelli che di quel tempo lì invece ne hanno solo sentito parlare come di una sacra leggenda; sui tanti siciliani presenti ma anche sulla gente accorsa dal Nord Italia o da altri paesi come la Germania con i loro piccoli bambini al seguito, preservati dalle cuffie ma vicino al palco assieme a mamma e papà.

Photo by Simona Strano

Ognuno dei gruppi che è salito sul palco ha reso il proprio personale omaggio agli Uzeda, non solo proponendo delle perfomance musicali d’impatto ma profondendo parole di gratitudine, riconoscenza e profonda condivisione. Il ritorno sulla scena del trio math-rock dei Three Second Kiss, che per l’occasione hanno suonato dei nuovi brani, il caleidoscopio musicale psych-punk degli Stash Raiders, le cavalcate sonore dei Tapso II, hanno preparato il palco ai loro fratelli d’oltralpe e d’oltreoceano: i Black Heart Procession e gli Shellac la prima sera, i June of 44 e The Ex la seconda.

I Black Heart Procession sono probabilmente il nome più “eccentrico” tra i convitati della festa, Pall Jenkins e Tobias Nathaniel sono infatti ben lontani dalle asperità musicali proprie agli altri gruppi presenti. Le due anime fondatrici della band sono accompagnate sul palco da altri due musicisti serbi, alla batteria/violino, e all’organo. Le atmosfere si rarefanno come ad abbassare l’intensità delle luci, declinando progressivamente verso un buio rischiarato soltanto dal flebile conforto della malinconia. Un corredo elegiaco imbastito ad arte dalla voce di Pall e dal piano di Tobias, dagli ululati fantasmatici della sega domata dall’archetto del violino in The Old Kind of Summer. I volti tra il pubblico sono rapiti da questa cupa malìa che travolge e commuove.

Gli Shellac di Steve Albini, Bob Weston e Todd Trainer spezzano senza indugi l’incanto, facendoci ripiantare ben saldi i piedi in un presente fatto di convulsioni post-hardcore, di rasoiate sonore affilate e lamierose, dando la possibilità a chi se li era persi 3 anni fa, nello stesso posto, di redimersi. Uno Steve Albini particolarmente propenso al dialogo col pubblico racconta di “defenders e killers of fun”; dell’assurdità degli aerei quando un tempo si poteva volare solo con la propria immaginazione: quegli stessi aerei che sorvolando di frequente sulle nostre teste sono stati “intrattenitori” involontari delle due serate, sintesi perfetta della roboante potenza che si consumava sul palco. Albini si cimenta anche con varie bestemmie in italiano su The End of Radio, poi rivolge parole d’affetto agli Uzeda, “the perfect band”, ringraziandoli “for surviving for so long”.

Una delle presenze più attese di questi due giorni era sicuramente quella degli alfieri del cosidetto “post-rock” dei kentuckiani June of 44, di nuovo sul palco a distanza di 18 anni dall’ultima volta. Un concerto evento che ha richiamato la fedele fanbase da diverse parti d’Europa. Sean Meadows ha preparato un discorso in italiano, per esprimere la riconoscenza della band nei confronti degli Uzeda e il forte impatto che hanno avuto su di loro. Il concerto dà prova di una coesione e di una grinta che sembra non aver risentito per nulla della lunga pausa e i pezzi suonati (Sink is Busted, The Dexterity of Luck, Of Information & Belief, per citarne alcuni) ricordano tutta la loro seminalità per molti dei gruppi che col genere si misureranno negli anni a venire.

Gli olandesi The Ex, infine, hanno l’arduo compito di accompagnare la festa al suo termine. Lo fanno nel migliore dei modi, reggendo ritmi sostenuti e incalzanti che scacciano via ogni pensiero malinconico, tenendo desta l’attenzione sul momento. Sono gli unici fra gli ospiti ad avere più candeline degli Uzeda da soffiare, ma come per gli amici etnei, sul palco il tempo per loro sembra essersi fermato e il mordente punk dei loro esordi continua a innervare ogni singola nota.

Salutiamo questi due giorni con almeno un paio di pensieri. Il primo, che il regalo più grande ce lo hanno fatto i festeggiati, quello di restituire alla loro città la speranza che non tutto è perduto; il secondo, la consapevolezza, per chi c’è stato, di aver preso parte ad uno di quei momenti che un giorno passeranno alla Storia. Ah, dimenticavo, ultimo, ma non meno importante: la felicità è reale solo se è condivisa.

 

Gallery fotografica a cura di Corrado Lorenzo Vasquez

 

 

 

 

 

 

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