Vent’anni di Afghanistan nelle foto di Lisa Abdul alla Galleria Giorgio Persano

La vita di un Paese controverso raccontata tramite i volti dei propri abitanti, in un costante rimando tra Storia e presente. La mostra fa parte del progetto Fo.To. – Fotografi a Torino, promosso dal Museo Ettore Fico e curato da Andrea Busto.


_di Alessio Moitre

La casa editrice Adelphi nell’anno 2016 ha riproposto (prima stampa anno 1984) un libro di nicchia, sovente marginale nelle discussioni letterarie ma considerevole: Vite minuscole di Pierre Michon, una narrazione colta di fatti e personaggi vissuti in modo consono e normale, meritevoli insomma di essere considerati comuni e dunque privi di attenzioni particolari. Il testo del letterato francese (che invito a leggere) mi è sembrato, per presenza temporale e allure, un alleato sorprendente nella lettura della mostra di Lida Abdul (Kabul,1973) presso la Galleria Giorgio Persano (in esposizione sino al 27 luglio) e che ha un’estrema pulizia e semplicità espositiva.

Due pareti che si specchiano. Alla sinistra un lungo testo e alla destra volti, a centinaia, di soggetti caucasici ed asiatici. Sono cittadini afgani impressi nel momento di posa, nella modalità di una fototessera. Sono scatti presi direttamente dall’artista da una vecchia macchina ritrovata di un fotografo locale e che portava con se un tesoro etnico e culturale inestimabile. Ritratti perlopiù di uomini dai venti ai settant’anni, alcuni bambini, rare donne, in attesa tutti dello scatto per il passaporto. L’arco temporale è quello delle grandi tragedie dei conflitti, vent’anni circa, partendo dagli anni Ottanta. La forbice ottenuta per scavare quel solco con il mondo che ancora oggi ha fatto dell’Afghanistan un problema di politica interna ed internazionale allo stesso tempo.

Time, Love and the Working of Anti-Love II

Time, Love and the Working of Anti-Love II segue il primo capitolo, se così possiamo osare definirlo, dello stesso lavoro ma non ancora sviluppato su formato A4 e che si era ammirato anche presso la Fondazione Merz nel 2015. Nella rassegna di volti liberati dall’anonimato, almeno visivo, non c’è la necessità di sforzarsi a trovare un filo conduttore, la semplice presa in carico delle suggestioni che comporta è un forte collante umano ed umanizzante. Anche ignorando le sventure del paese che la Abdul narra con così chiara comprensione, si è portati a giocare con le facce, ad avvicinarle per età, sesso, cipiglio, allegrezza, preoccupazione, divenendo attori di un’identificazione prima ancora di interpretare delle emozioni umane.

Storie sconosciute che al pari del testo di Michon ci appaiono così banali da possederne almeno una particella di vicinanza, una scheggia di rassicurante umanità, che si chiami abitudine o convenzione. Impossibile soffermarsi su ogni sguardo, sfuggevole dopo un po’ e che ognuno dei protagonisti getta verso il centro della sala espositiva, incontrando il testo dell’artista scritto sulla parete opposta, il quale racchiude in un canto la conoscenza della propria gente.

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