[INTERVISTA] Uzeda, un viaggio lungo 30 anni

Gli Uzeda hanno raggiunto il traguardo dei 30 anni e hanno deciso di festeggiare in grande quello che hanno adesso, senza nessuna vena malinconica e senza guardare al passato. Il modo migliore per celebrare la loro storia è trascorrere due giorni di musica insieme agli amici. 

_di Emanuela Castorina

In tutti questi anni hanno avuto la fortuna di conoscere musicisti di tutte le nazionalità, personaggi legati al mondo musicale ma anche il pubblico che li ha seguiti nel tempo. E per l’occasione, almeno in parte, tutti questi amici saranno con loro il 25 e 26 maggio all’Afrobar di Catania.

Una domenica pomeriggio, Giovanna e Agostino mi hanno invitato a casa loro tra chitarre e altri strumenti e una tazza di tè. È stata una piacevole chiacchierata più che un’intervista nel senso più tradizionale del termine. È stato come raccontarsi e confrontarsi con i propri ricordi, ripescando aneddoti, ripensando le origini ispiratrici e le difficoltà che ci sono dietro ogni inizio. È stato un viaggio nella storia della musica, quella degli Uzeda e di tutti i musicisti che hanno incontrato durante il loro percorso e che hanno fatto sì che ci fosse un compleanno così importante da festeggiare.

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Con quale spirito state vivendo questo compleanno/traguardo?

Giovanna: Siamo cresciuti, lo spirito è quello di festeggiare quello che abbiamo adesso. Non è guardare indietro a quello che abbiamo fatto nel passato. Celebriamo quello che abbiamo adesso, quello che abbiamo ottenuto in tutti questi anni, affetti, amicizie, la gente che ci segue con cui è come se ci fosse un’amicizia, perché le persone che vengono anche per una sera ai tuoi concerti ti dedicano il tempo della loro vita. Celebriamo e festeggiamo questo perché non è mai dato per scontato, non è detto che dopo tanti anni tu possa ancora gioirne e goderne. Quindi è un’occasione di festa. Quando abbiamo iniziato non avremmo mai pensato di arrivare a quello che abbiamo ora, abbiamo vissuto giorno per giorno, anno per anno concentrati e occupati su quello che volevamo fare. È stato un cammino naturale, siamo stati fortunati ad arrivare fino a qua. Nel frattempo abbiamo vissuto le nostre vite personali perché la musica e la vita personale non sono state separate, è stato un tutt’uno.

Agostino: È il primo compleanno che festeggiamo come band, se si considera che non festeggiamo neanche i nostri compleanni, ma questo è un segno di gratitudine verso quelle persone che ci seguono da poco e quelle che ci seguono da tanto tempo, gli amici, le famiglie, le band che sono state per noi importantissime e ci sono state vicine. Questa festa non ha nessuna connotazione malinconica o retrospettiva. Per noi è importante il presente, quelli che siamo ora.

Per noi è diventata la festa dell’amicizia e dell’accoglienza. I nostri amici saranno accolti in questa città, in questa terra che loro amano tanto, perché sì, è vero che noi siamo i festeggiati, e di solito chi lo è sta al centro di tutto, ma per noi non sarà così. Noi suoneremo per primi in tutte e due le serate, anche prima dei gruppi locali.

Le vostre vite personali hanno quindi influito sul progetto Uzeda?

G: Certo, si sono influenzate l’un l’altra, non c’è stato un programma per la musica e un programma per la vita. È stata un’unica cosa e questa unica cosa è stata spesso molto faticosa ed elaborata. Ma adesso che ci rendiamo conto che sono passati tutti questi anni, pensiamo che sia stata una fortuna.

Com’è nata l’idea di organizzare una festa di compleanno?

A: Per quanto mi riguarda, nel momento in cui si è incominciato a parlare di questa idea ero contrario, ho detto “no, non mi interessa”, se penso sempre al mio di compleanno e al fatto che non amo festeggiarlo, se non in situazioni intime tra pochi amici ma rimanendo sempre un po’ in disparte con la mia chitarra acustica. Non mi piace vivere lo stress del mio compleanno. Ma qualcuno ce l’ha proposto dicendo che dovevamo farlo perché è un’esperienza di vita e allora mi sono detto: “se è una cosa che può essere anche da stimolo per le nuove generazioni, dato che abbiamo notato che ai nostri concerti abbiamo un pubblico composto da persone molto più giovani di noi, allora che ben venga”. Non è una forma di egocentrismo, noi con la musica abbiamo un rapporto che io chiamo “speciale”, ma non perché sia speciale rispetto agli altri, ma proprio perché è speciale per quella forma di intimità che ognuno ha con la musica. Io e Giovanna siamo presi al 100% nell’organizzazione di questo evento, perché una buona parte della nostra vita è stata dedita anche al lavoro organizzativo. Io mi occupo dei concerti degli Uzeda come mi occupo dei concerti dei gruppi di amici, con i quali esiste un rapporto intrinseco e di amicizia. L’organizzazione di questa festa ci sta mettendo su tanta adrenalina e voglia di fare. Per noi è diventata la festa dell’amicizia e dell’accoglienza. I nostri amici saranno accolti in questa città, in questa terra che loro amano tanto, perché sì, è vero che noi siamo i festeggiati, e di solito chi lo è sta al centro di tutto, ma per noi non sarà così. Noi suoneremo per primi in tutte e due le serate, anche prima dei gruppi locali. Questa fase organizzativa, per quanto mi porti a dormire poche ore a notte, non mi pesa perché mi sta gasando. Le mie energie da una parte le spendo e dall’altra le recupero, perché è una passione.

Celebriamo quello che abbiamo adesso, quello che abbiamo ottenuto in tutti questi anni, affetti, amicizie, la gente che ci segue con cui è come se ci fosse un’amicizia, perché le persone che vengono anche per una sera ai tuoi concerti ti dedicano il tempo della loro vita.

Ci sono delle band che avreste voluto avere con voi ma per vari motivi non saranno presenti?

G: Una marea! Dobbiamo precisare due cose: primo, se avessimo avuto la forza economica avremmo invitato altre venti band e secondo, avendo sempre questa forza economica e se fossimo stati molto ricchi sarebbe stato gratis per tutti. Ma purtroppo non è stato possibile soddisfare né l’una né l’altra cosa.

A: I gruppi che saranno presenti, proprio perché amici, non hanno imposto nulla. Ci hanno detto che è la nostra festa e quindi liberi di invitare chi vogliamo. Noi avremmo voluto idealmente invitare tantissime altre band e farlo gratis. Abbiamo dovuto in maniera moderata e responsabile concentrare la festa in due giorni, non potevamo fare un evento che durasse una settimana. Non avrebbe avuto senso.

Lui [John Peel, ndr] è stato una persona chiave perché i suoi inviti e poi la proposta di pubblicare la Peel sessions sono serviti a dare fiducia in noi stessi che in certi momenti, come per tutti, vacilla. È stato un riflettore che si è acceso e ha dato la possibilità agli Uzeda di farsi notare dalla gente.

In questi 30 anni ci sono state persone determinanti che hanno lasciato un segno importante per la storia degli Uzeda?

G: Ce ne sono state diverse, a vari livelli e per vari motivi. Per la vita della band ci sono state delle persone diventate personaggi chiave nella nostra storia. Il primo che dobbiamo nominare, perché senza di lui non sarebbe cominciato nulla, è Massimo Rendo. Con la sua etichetta creata negli anni 80, la A.V.Arts, ci ha permesso non solo di far uscire il nostro primo disco ma ha anche finanziato i primi tour. È stato fondamentale, perché grazie alla sua disponibilità e generosità noi abbiamo potuto invitare a Catania per la prima volta Steve Albini e registrare il nostro disco. Ovviamente anche Steve è un’altra persona per noi fondamentale, conosciuto proprio qui a Catania quando venne a registrare il disco. Un’altra persona importante è stato John Peel che però non abbiamo mai potuto conoscere di persona. Se fosse stato ancora in vita, sicuramente l’avremmo invitato e sarebbe venuto perché era una persona molto umile e modesta. Lui è stato una persona chiave perché i suoi inviti e poi la proposta di pubblicare la Peel sessions sono serviti a dare fiducia in noi stessi che in certi momenti, come per tutti, vacilla. È stato un riflettore che si è acceso e ha dato la possibilità agli Uzeda di farsi notare dalla gente. Corey Rusk, il proprietario della Touch and Go Records, è stata la persona grazie alla quale abbiamo potuto fare una miriade di cose da quel momento in poi. La prima tra queste è andare in tour negli Stati Uniti, perché avevamo un disco in uscita per un’etichetta americana. Max Prestia, che sarà presente alla festa e si occuperà delle selezioni musicali durante le due serate.

A: Max Prestia è stato fondamentale per la sua personale attitudine nello sviscerare e scannerizzare la musica, come solo lui sa fare. Secondo me dopo John Peel, c’è lui. Giornalisticamente parlando lui è stato quello che ha parlato degli Uzeda alla radio in una forma musicale e spiegando alle persone, non spiegando la musica, perché la musica non si spiega ma si ascolta. Spiegando le origini di un suono che non era altro che la sommatoria di caratteri di ognuno di noi.

G: Max è stato quello che ci ha aperto le porte a generi musicali che noi non conoscevamo quando abbiamo iniziato e nei quali ci siamo riconosciuti. Ci siamo appassionati, abbiamo visto un linguaggio perfetto per noi, sembrava fatto a pennello per la tipologia di vita che facevamo qui, era perfetto. Lui ci ha fatto ascoltare il primo disco dei Big Black, il primo disco dei Wire, Dead Kennedys. Ha spiegato la band, attraverso la radio, in maniera ineccepibile perché sapeva cosa c’era dietro. Altri personaggi chiave sicuramente le nostre famiglie.
Un’altra persona importante, tanto quanto John Peel, Steve Albini e gli altri, è stata Emma Anderson dei Lush. Lei è arrivata nel momento in cui noi Uzeda avevamo perso un po’ di fiducia nel solito iter che bisogna percorrere nel momento in cui esce un disco.

E in che modo Emma Anderson è stata fondamentale per voi?

A: Avevamo registrato il disco con la A.V.Arts e ci chiedevamo come procedere per promuoverlo e quindi rivolgerci a un ufficio stampa e una serie di persone che devono aiutare una band a farsi notare. Però non riuscivo a vedere delle prospettive e fiducia nelle persone con cui mi relazionavo. Quello che importava erano i numeri, ma noi non avevamo cifre grosse da spendere. Avevamo la musica che era la forma di massima espressione di libertà e poi facevamo tutt’altro per mantenerci. Quindi volevamo mantenere questa stessa libertà e non subire censure. Per noi era una giungla e dovevamo diventare degli esploratori. Inoltre a quei tempi non avevamo i mezzi di comunicazione di adesso, c’erano solo il telefono e il fax.

G: In quel periodo avevamo fatto un tour come band di supporto dei Lush qui in Italia , nel momento in cui i Lush erano all’apice della carriera.

A: E attraverso loro abbiamo cominciato a capire cosa vuol dire essere parte di un management, di essere parte di una grossa struttura. Loro viaggiavano su un autobus a due piani, gli strumenti li accordavano altri. Noi invece facevamo tutto da soli.

G: Così abbiamo conosciuto Emma che ci ha dimostrato molta amicizia, è venuta in vacanza in Sicilia ed è stata con noi un paio di giorni. Negli stessi giorni Massimo Rendo aveva provato a trovare un distributore per noi in Inghilterra attraverso strade un po’ più mainstream, però senza risultati positivi. Emma leggendo i fax che ricevevamo non riusciva a capacitarsi, era rimasta contrariata da queste risposte negative. Guardò e ci disse: “ora vi faccio vedere che non è sempre così”. Questa sua decisione ci ha incoraggiati moltissimo.
Ed è stata lei che ci ha permesso di ottenere un secondo invito da John Peel, e anche una bellissima recensione su Melody Maker del disco “Waters”. Tutti questi eventi ci hanno dato di nuovo fiducia in noi stessi.

Quello che importava erano i numeri, ma noi non avevamo cifre grosse da spendere. Avevamo la musica che era la forma di massima espressione di libertà e poi facevamo tutt’altro per mantenerci. Quindi volevamo mantenere questa stessa libertà e non subire censure.

Un gruppo come il vostro 30 anni fa che difficoltà trovava, che risposte riceveva dagli addetti ai lavori in Italia?

A: Per come noi avevamo strutturato l’idea di band e per quello che volevamo fare sapevamo già che sarebbe stata difficile, ma era difficile per milioni di motivi, il primo perché eravamo un gruppo che cantava in inglese e all’epoca in Italia un gruppo che cantava in inglese non era preso in considerazione, in Italia non ci supportava nessuno.

G: C’erano stati altri gruppi eroici prima di noi, band che avevano fatto un percorso simile che erano molto conosciuti negli Stati Uniti e di cui noi ci siamo accorti quando eravamo là. Primo fra questi i Negazione, una marea di gente quando veniva ai concerti ci chiedeva se li conoscevamo. Ovviamente noi abbiamo avuto la felicità e l’onore di conoscere Marco Mathieu. Anche lui è stato una persona per noi importantissima perché ci ha dimostrato stima, affetto, attenzione. Quando abbiamo fatto il primo tour negli Stati Uniti ci ha chiesto di scrivere un diario di viaggio che ha pubblicato su Rockerilla e siamo finiti pure in copertina. L’unica copertina che abbiamo avuto in Italia insieme a quella di Freak Out grazie a Giulio Di Donna.

A: Con il tempo ci siamo resi conto che la gente ci seguiva, ovunque andassimo, Francia, Germania, Inghilterra e per non parlare di quando siamo arrivati in America. Al primo concerto a Chicago (la città della nostra etichetta) la sala era stracolma perché la gente aspettava con ansia questa nuova band (album for) che veniva dalla Sicilia. Ci hanno accolto benissimo. E anche se noi ancora ci mostravamo timidi nello stesso tempo questo calore ci dava adrenalina e ci faceva superare le critiche che ricevevamo in Italia, perché cantiamo in inglese, perché non abbiamo radici. Invece lì in America erano innamorati di noi.
Fino a che, a un certo punto ci siamo trovati a dover scegliere tra diverse etichette. Cherry Red, un’etichetta inglese molto importante a quei tempi che era la stessa dei Dead Kennedys, si era interessata a noi. In quel periodo noi stavamo diverso tempo in Inghilterra facendo concerti in diverse città e nello stesso tempo conoscevamo tanta gente.
Una volta c’erano i talent scout o gli stessi giornalisti musicali che venivano ai concerti pagando il biglietto ma soprattutto non mostrandosi a nessuno. Venivano in incognito, nessuno sapeva che c’erano loro in sala. E poi dopo qualche giorno potevi leggere una recensione, su melody maker o new musical express. Appunto c’era questo ragazzo della Cherry Red, che dopo il nostro concerto al Garage di Londra, si è presentato. Si chiama Toni Fischer, un ragazzetto biondo carino, non me lo dimenticherò mai. Si era totalmente innamorato di noi e non ci ha mollato per giorni, veniva la mattina e facevamo colazione insieme e ce lo trovavamo ovunque. Ci ha offerto pure un contratto con la Cherry Red ma noi ormai eravamo con la Touch and Go. È stato con noi sempre, ci ha seguito nei nostri concerti e ci ha presentato pure le band della loro etichetta con cui siamo diventati amici. È stato davvero un bel periodo quello.

G: Ci ha contattati pure un’etichetta di Boston. Si sono presentate tutte in una volta ma quando Corey Rush ci ha detto che volevano pubblicare il nostro disco noi non abbiamo esitato un secondo.
Perché erano i nostri eroi.

Un aneddoto divertente che vi è successo in tour o in altre occasioni?

G: Di eventi divertenti ce ne sono stati un sacco, me ne viene in mente uno successo nel 2004 e lo definirei divertente tra virgolette. Eravamo a Londra e dovevamo suonare con gli Shellac nel live club “Scala”, un locale bellissimo che una volta era un teatro. Noi eravamo tutti galvanizzati ed esaltati di suonare lì e tra l’altro mancavamo da Londra da tanto tempo. Avevamo mollato l’Inghilterra per dedicarci di più agli Stati Uniti quindi ci faceva doppiamente piacere tornare a suonare lì. Avevamo noleggiato una macchina in Belgio perché avremmo continuato il nostro giro in Europa. Arrivati vicino al club e il problema era il posteggio, non è facile trovarlo a Londra di pomeriggio ma per fortuna ci siamo riusciti. Arriviamo al locale, facciamo il soundcheck e poi finalmente il concerto. Come sai a Londra i live club chiudono presto, e durante il live degli Shellac noi già eravamo intenti a preparare tutti i nostri strumenti da caricare in macchina. Io rimango davanti al backstage del locale e loro tre vanno alla ricerca della macchina, sperando che almeno uno di loro si ricordasse dove fosse posteggiata. Nel frattempo il concerto degli Shellac finisce e loro non erano ancora arrivati. Era già trascorsa un’ora e mezza e rimanevo io, gli Shellac sul loro furgone e gli uomini della security del club. Ho pensato due cose: “o sono morti o li hanno arrestati”. A un certo punto li vedo spuntare da lontano a piedi, non hanno trovato la macchina perché se la sono portata con il carro attrezzi.

A: Avevamo camminato per circa 5 km e con passo veloce pensando di sbagliare strada tutte le volte. Quando siamo tornati abbiamo visto Giovanna con tutti gli strumenti in strada e per fortuna gli Shellac erano rimasti con lei, nonostante dovessero fare diversi chilometri per raggiungere un’altra città. Non sapevamo cosa fare e neanche dove andare, non avendo la certezza che la macchina fosse l’avessero davvero rimossa. Il ragazzo della security che era un armadio, ci ha dato la conferma che la nostra macchina, con una targa belga e in una strada residenziale l’avevano di certo rimossa. Ci disse che a Londra i cops sono bastardi. Ci consigliò quindi di prendere un taxi e di andare a una centrale di polizia. Iniziamo a fare i segnali ai taxi che passavano e ci ignoravano totalmente vedendoci con tutti quegli strumenti al seguito. Allora sempre lui, il ragazzo della security, ha bloccato letteralmente un taxi mettendosi in mezzo alla strada e dicendo al taxista di portarci alla centrale di polizia, quasi litigando.

G: Ci hanno caricato in macchina con tutti gli strumenti quasi a pressione per poterci entrare tutti e quattro. Noi siamo entrati mentre loro che ci caricavano gli strumenti addosso. Il “ragazzo armadio” spiega al taxista dove avrebbe dovuto portarci e dopo chilometri finalmente arriviamo. In pratica i soldi guadagnati quella sera li abbiamo lasciati al comune di Londra.

Anche se noi ancora ci mostravamo timidi nello stesso tempo questo calore ci dava adrenalina e ci faceva superare le critiche che ricevevamo in Italia, perché cantiamo in inglese, perché non abbiamo radici. Invece lì in America erano innamorati di noi.

Avete mai pensato di scrivere un libro di tutte queste avventure?

G: Ce l’hanno chiesto, e anche un nostro amico ha detto lo dovete scrivere! Abbiamo sempre divulgato le nostre avventure sotto forma di racconti tra amici. Sono davvero tantissime le storie da raccontare.

A: Non dico che sarebbe impossibile, però sicuramente sarebbe difficile.

L’appuntamento è per il 25 e 26 maggio all’Afrobar di Catania. Intanto, facciamo un piccolo omaggio alla band, a modo nostro, con l’illustrazione-ritratto di copertina realizzata ad hoc dall’artista torinese Andy McFly.

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