Ifigenia: il capro espiatorio e la violenza antropologica ieri come oggi

Ieri sera sono entrata al teatro Carignano e ho pensato di aver sbagliato orario o posto. Le luci in sala erano accese, gli attori stavano chiacchierando sul palco tra di loro e con le prime file del pubblico. Solo quando il regista, l’attore Tindaro Granata, ha iniziato a parlare ho capito che “Ifigenia, liberata” sarebbe stata un’enorme sala prove, un dramma che voleva muoversi su due piani: quello del teatro e quello della sua rappresentazione.


_di Elena Fassio

Ma il concetto che voleva essere portato in scena andava molto al di là della tragedia di Euripide. Attraverso il personaggio della drammaturga, Mariangela Granelli, sono state citate tutte le fonti usate per rappresentare questo basilare concetto: l’uomo è un animale violento.

La ricerca di un capro espiatorio su cui far convogliare le nostre colpe, il bisogno di chiudere il cerchio come un branco di lupi attorno al membro più debole della comunità per sfogare il bisogno di violenza che altrimenti ci distruggerebbe a vicenda, uno solo che si sacrifica per stoppare il circolo di vendette che altrimenti sarebbe interminabile. Non sono forse queste le basi di tutta la ritualità, la sacralità e il populismo della storia?

A partire da Caino e Abele, attraverso l’interessante utilizzo di una telecamera dietro le quinte per far percepire la presenza di un mondo “altro”, attraverso la passione di Cristo, mediante le tecniche cinematografiche di Kubrick, Carmelo Rifici porta in scena il dramma degli Atridi, di Clitemnestra e di Ifigenia come anello di una catena antropologica, di una struttura che si ritrova ancora oggi nel nostro modo di relazionarci.

Ifigenia Liberata. Foto ©Masiar Pasquali

Per quanto fastidiose, le continue interruzioni da parte dell’attore/regista vanno a sviscerare in profondità i sentimenti del personaggio, che finiscono col trascinarsi dietro anche quelli dell’attore. Nel mostrare con sincerità la genesi di una pièce teatrale, e distruggendo in questo modo anche la tensione emotiva che è punto cardine della tragedia, Rifici vuole costruire una riflessione oggettiva e sofisticata sulla natura violenta di tutte le relazioni, siano esse con gli dei o tra uomini.

Questo non snatura però il geniale testo di Euripide “Ifigenia in Aulide”. Il coro delle donne della Calcide mantiene, scenograficamente più moderno, il suo ruolo di portatore del sentire popolare e di spiegazione del sentimento tragico, le scene tra Agamennone, Clitemnestra e Ifigenia mantengono quell’eros incestuoso celato ma neanche troppo che rende i personaggi lievemente sporchi, un po’ odiabili, molto umani.

La bonaccia che impedisce alle navi greche di salpare verso la guerra di Troia fa impazzire gli uomini, e l’unico modo per calmare l’ira di Artemide, che altro non è che l’odio da sfogare del popolo, porterà anche sta volta alla morte di Ifigenia per mano del suo stesso padre (anche se sostituita all’ultimo con una cerva dalla dea).

Come potrebbe essere altrimenti? Come potrebbe altrimenti Agamennone mantenere il suo potere? Come potrebbero altrimenti i soldati non ammazzarsi tra loro? Solo sfogando la loro rabbia contro una ragazza che non c’entra niente con Elena e Menelao, con Troia e le poleis greche, ma che è stata scelta come capro espiatorio. Ifigenia è così liberata non solo dal peso della colpa, ma anche dalle preoccupazioni del futuro, ottenendo gloria eterna nel sacrificarsi per quella della Grecia.

Una tematica, quella della violenza antropologica, di cui è assolutamente necessario parlare e che, se si riesce a seguire il filo del discorso annegato in una marea di riferimenti intertestuali, si rivela chiara e immutata dalle origini della nostra specie alla più contemporanea politica.

 

Ifigenia Liberata. Foto ©Masiar Pasquali

Comments