Qualcuno volò sul nido del cuculo: la riflessione sulla malattia mentale

Come si fa a stabilire un contatto umano con un malato di mente? Questo contatto può essere la cura per essere reinseriti nella società o davvero servono vagonate di farmaci? Se un assetto mentale diverso è definito “malato” è colpa della loro debolezza o delle nostre regole intransigenti?


_di Elena Fassio 
A 40 anni dalla legge Basaglia-Orsini (13 maggio 1978), che riformò l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera portando alla chiusura dei manicomi, sono queste le domande a cui cerca di rispondere Alessandro Gassman nel suo adattamento del romanzo di Ken Kesey “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, dal quale nacque nel 1975 anche la fortunata pellicola di Milos Forman che fece incetta di Oscar con Jack Nickolson e Danny De Vito.
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Un racconto, quello in scena al Carignano fino al 6 maggio, che denuncia la sorte di quei detenuti nei manicomi giudiziari per reati anche minimi, mai più usciti di cella perché dimenticati da tutti o perché ridotti al silenzio.
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Uno straordinario Daniele Russo, napoletano doc, nei panni del protagonista Dario Danise ci accompagna attraverso le contraddizioni e le disumanità dell’ospedale giudiziario psichiatrico di Aversa, provincia di Caserta, dove è stato rinchiuso nel 1982, durante i mondiali di calcio, fingendosi pazzo per evitare l’ennesima permanenza in galera.
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Non aveva però fatto i conti con un altro tipo di ergastolo, vissuto tra camicie di forza, letti di contenzione, elettroshock e lobotomie, un mondo diviso tra malati cronici, rinchiusi in minuscole celle senza spiragli, e malati acuti, “curabili” con ingenti dosi di medicinali.
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Il vero problema di questi ultimi è però la paura del mondo esterno, inculcata con sedute giornaliere dall’incorruttibile suor Lucia, interpretata da Elisabetta Valgoi, che aumenta la loro insicurezza scaricando su di loro la colpa di tutto, e brandendo il regolamento, nell’osservazione del quale è lei la vera maniaca, fino a spingere il debole Fulvio a suicidarsi per la vergogna di aver fatto l’amore.
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All’interno dell’imponente scenografia a scena unica, il solo non pazzo sembra proprio Danise, non perché non abbia manie, tutti ne abbiamo, anzi forse lui ne ha più degli altri, ma perché si rende conto di avere davanti degli esseri umani di cui il sistema sta piallando lo spirito, se li prende a cuore e lotta con loro per mantenere la sua umanità nonostante i mille difetti e i mille sbagli.
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La pièce diventa così una storia universale di amicizia, come quella tra l’imponente sordo-muto Ramon Machado e Dario Danise, che porterà nel finale a una totale inversione dei ruoli: Dario, entrato nell’istituto come esuberante salvatore, finisce lobotomizzato per aver portato troppo in là l’escalation di rabbia da parte di suor Lucia, che vedeva minato l’ordine costituito, Ramon invece viene risvegliato dall’amico, inizia a parlare e trova la forza di porre fine alla vita vegetativa di Dario prima di evadere dal manicomio e dal palco.
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Attraverso l’espediente di un velo trasparente steso davanti alla scena fino alla fine, il regista ha sapientemente messo in scena le visioni e i ricordi dei personaggi, scavando dentro la scorza di apparente incomprensibilità del loro malessere, anche grazie alla impeccabili interpretazioni di Mauro Marino, nei panni dell’omosessuale Muzio, Giacomo Rosselli, alias Adriano che soffre di doppia personalità, Emanuele Basso, l’iperattivo e compulsivo Giacomo e Alfredo Angelici, il visionario pittore Manfredi.

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