[INTERVISTA] Simone Alessi: “Scrittura e pittura si fondono nel mio processo creativo”

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’autore di “Blake – Il Divenire degli Dei” – pubblicato da Vertigo nella collana Approdi e segnalato da OUTsiders webzine qui – addentrandoci nella sua poetica in bilico tra scenari gotici e squarci fiamminghi, Urbino e la stregoneria…

OUTsiders webzine – Si tratta del primo capitolo di una saga, (mi) pare di capire. Hai un’idea di insieme dello sviluppo della narrazione o procedi “capitolo per capitolo”, lasciando ispirare dal momento e da situazioni nuove nella stesura?

Simone Alessi – Il grande scrittore Luigi Pirandello disse “Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!”.
Questa citazione rappresenta il fulcro di ciò che è Blake e ciò che sarà. Da sempre la mia immaginazione l’ha nutrito, rendendolo indipendente quanto legato indissolubilmente a me. La sua storia, come la storia degli altri personaggi
, viaggia su due binari: la gelida realtà (dissipativa ed esclusivista) e la fantasia (la realtà vista con occhi diversi) che freneticamente si riflettono in una società povera di contenuti e sempre alla ricerca dell’Insoddisfazione. Una nuova “divinità” che ahimè ci lega tutti. È necessaria l’ispirazione e l’arte, in ogni sua forma, per vivere questo mondo al meglio e Blake prende forma sotto questo aspetto. Io scrivo di lui seppur lui stesso potrebbe scrivere di sé. La risposta che posso darvi dunque è questa: non procedo capitolo per capitolo ma “cammino” al fianco di Blake e lui stesso mi mostra, ogni volta, la strada che sta percorrendo.

Per il seguito posso solo dire che è “una rinascita” prevista molto presto e affronterà tutto ciò che ho lasciato in sospeso nel primo libro. La storia vedrà un’evoluzione dei personaggi e con essi anche la ricerca di sé sotto un punto di vista maturo ma non meno avvincente. Violenza, diversità, esclusione, solitudine saranno nuovamente un punto focale della storia lasciando spazio a nuove coinvolgimenti situazioni.

Se dovessi scegliere un’opera d’arte che descriva/rispecchi questo romanzo, quale sarebbe? 

Amo questa domanda. Potrei parlarvi dei meravigliosi paesaggi fiamminghi di Bruegel, i fiabeschi quadri di John William Waterhouse o l’enigmatico mare di nebbia di Caspar David Friedrich ma in cuor mio sono assai legato alle opere d’arte rinascimentali da Albrecht Dürer a Raffaello Sanzio a Sandro Botticelli a Michelangelo Buonarroti e per concludere con il talentuoso e immortale Leonardo da Vinci. Blake racchiude in sé le pennellate artistiche” di numerosi pittori e in un qualche modo racchiude lo spirito (percepibile o meno) di ogni opera d’arte al quale mi sono affacciato, come se guardassi l’oceano in tempesta. Un oceano colmo di mistero e storia. I dipinti non sono altro che maree di colore ed emozioni che prendono vita e tra le opere immortali risplende soprattutto per Blake la “Vergine delle Rocce” conservato nel Musée du Louvre di Parigi. La Vergine è stata l’ispirazione per il personaggio di Selene e a susseguire tutte le dame dai lineamenti simili a quelli delle principesse delle favole. Diversamente Blake nasce dall’unione del termine Black (nero) e dall’infinita poetica artistica di William Blake che univa lo stile romantico al misticismo delle sacre scritture.

A proposito di ispirazione: quali sono gli autori (ma non solo: film, fumetti, musica) che ti hanno ispirato di più per la creazione del tuo “Blake”?

L’ispirazione nasce con l’oscurità metaforica e anche reale. “Tutto ha avuto inizio in una notte d’inverno, quando la fantasia regnava fra le offuscate nuvole del cielo. La mia vita stava cambiando. Ero giovane e ancora non ne conoscevo le varie sfumature. Blake era celato nei miei sogni. Giorno dopo giorno ho scritto di lui e del suo mondo, del nostro mondo, e così è nato”. Tutto può diventare ispirazione e tutto può essere al contempo il nostro inferno sulla terra.

Sono un grande divoratore di libri e amo immergermi nei classici della letteratura da Jane Austen alle sorelle Brontë e moltissimi altri, ma amo spaziare nei generi per cui mi immergo nella letteratura seducente di Anne Rice e dei suoi vampiri dalla bellezza divina, J. K. Rowling, J.R.R. Tolkien, Roald Dahl e Marion Zimmer Breadley. Ma la mia vera musa è sempre stata Angela Sommer-Bodenburg e le avventure di Vampiretto. Lei è riuscita a trasmettere con le sue storie il percorso di crescita interiore di un bambino che diventa adolescente. E a volte i libri per bambini sono molto più profondi di quello che si potrebbe immaginare.

Sono anche un grande appassionato di film e telefilm, alcuni sono cresciuti con me, altri invece sono stati punti di riflessione per comprendere meglio il mondo e il suo cambiamento. Buffy l’ammazzavampiri e Streghe sono stati i telefilm cardine, mentre Hocus Pocus, High Spirits – Fantasmi da legare e i classici di Tim Burton mi hanno sempre accompagnato nella crescita e di riflesso ciò è anche parte di Blake.

La musica d’ispirazione è anch’essa varia e va dalle sinfonie di Tarja Turunen, Loreena McKennitt, Lindsey Stirling e i toni enigmatici di Lacrymosa degli Evanescence. L’arte come la vita è in continuo mutamento e ogni sua emanazione viene racchiusa in piccole perle in questo romanzo.

Qual è stata la “scintilla” che ti ha portato a scrivere le prime parole di questo libro? Ti ricordi il momento esatto in cui hai detto “Ok, inizio, ho un incipit”?

L’inizio del libro è nato molti anni fa. Non ricordo di preciso. Fin da piccolo tenevo un diario con tutti i sogni e visioni che facevo. Tangibili. Reali. Giorno dopo giorno lessi quelle storie e mi resi conto che non erano sogni astanti ma una vera e propria storia che cresceva con me giorno dopo giorno. Blake era fra quelle pagine. Blake era un amico che conoscevo meglio di me stesso. Vedevo le sue gesta, le sue avventure e conoscevo i suoi amici che divennero col tempo miei amici. Ero assai più giovane, se non per meglio dire piccolo, ma non ho mai abbandonato quel mondo e tutt’ora continua con me e in me. Questo romanzo, nato da un semplice sogno o per meglio dire da un flusso di visioni è diventato col passare del tempo un’ombra della realtà e al contempo un faro per chiunque volesse immergersi in un mondo differente. Ovviamente questo libro presenta i miei amici ed è solo la punta dell’iceberg di qualcosa di molto più profondo: la vita.

E rimanendo sul processo creativo in senso stretto: come/dove ti piace scrivere?

Amo scrivere di notte, specialmente quando il freddo invernale trasforma di bianco le forme del mondo. Quando tutto è silenzioso e la luna splende algida nel cielo mi rannicchio in un angolo della stanza e senza pensieri inizio a dipingere con le parole le pagine bianche di un quaderno senza quadretti né righe. Lascio che la fantasia mi trascini a sé, scordando il mondo, scordando chi io sia. Solo il caldo della stanza, in opposizione del vento invernale mi stanno accanto fin quando non mi addormento e mi inoltro nel mondo che fino ad allora ho scritto. Spesso dipingo ciò che vedo e lascio ai segni del carboncino delineare quei paesaggi che poi descriverò in seguito. Scrittura e pittura si fondono insieme creando un vero e proprio racconto, spesso a me sconosciuto.

Si tratta – tendenzialmente – di una scrittura “di getto” o di un labor limae prolungato?

Direi scrittura di getto ma sarebbe il termine sbagliato. Sembrerà strano ma io vedo la storia davanti a me e scrivo solo ciò che vivo e vedo. Di getto sarebbe riduttivo visto che ogni parte del libro, come la vita reale, si proietta in un susseguirsi di eventi, metaforici o meno, che ognuno di noi può incontrare. Alcuni possono avere un inizio, altre una fine ma in un qualche modo nella vita reale c’è sempre qualcosa di sospeso e indecifrabile ed è questa la scrittura che ho usato. Studiata perché vissuta ma di getto perché sentita.

Dato che tocchi entrambi i temi, quanto mai attuali, ti chiedo: quanto pensi la tecnologia (e l’eccesso di quest’ultima) stia influendo sul mondo dell’arte?

Credo che la tecnologia quanto la scienza siano essenziali per il nostro futuro ma è l’abuso a renderla venefica. La società è composta da esseri umani e la comunicazione è alla base di ogni rapporto ma quando si tende a sopravvalutare tale “arte” si ha il suo effetto opposto. Mi piace intendere la tecnologia come un’arte degli uomini, perché di fondo è così se vista con gli occhi di un bambino di oggi. In cuor mio spero che le persone abbandonino un po’ l’assurda ricerca del virtuale per ritrovare sé stessi, mostrando il loro vero volto: i libri hanno perso l’odore diventando e-book; le persone eternamente insoddisfatte traggono piacere a modificarsi con filtri di ogni funzione e colore; i ragazzi e le ragazze si nascondono dietro ad un cellulare per conoscersi, seppur davanti avrebbero potuto avere l’amore o l’amico/a della loro vita; la televisione rapisce la mente delle persone con notizie scadenti e per lo più fittizie e potrei continuare così per lungo tempo fino ad arrivare alla tecnologia distruttiva delle armi atomiche e chimiche.

Non siamo più capaci di guardarci negli occhi e “uccidiamo” a distanza senza remore e rumore. L’arte tecnologica e l’antica arte possono andare di pari passo a mio parere ma bisogna rammentare che per comprendere la magia dell’arte bisogna sempre conoscerla di persona perché ciò che trasmette un dipinto come un brano ben eseguito o uno spettacolo teatrale, nessun simulatore o proiettore hanno la capacità di infondere le stesse emozioni. Consiglio di visitare le bellezze del mondo. Conoscerle ed amarle non solo adattandole alla storia che ci insegnavano a scuola ma vivendole con i personaggi che l’hanno abitata. La storia non è altro che la vita di persone come noi. Vissute prima di noi. Hanno amato, odiato, respirato e sognato. Non siate indifferenti al nostro patrimonio artistico e culturale perché è da esso che nasciamo e abbiamo il dovere di tutelarlo abbandonando le immagini codificate di uno schermo.

Nel libro ci sono molti “affreschi letterari” di città nostrane o che sembrano tali: quanto ti sei ispirato alla “tua” Urbino? E in generale quanto la tua città ha influenzato la tua poetica?

Vrbi Road è in parte Urbino e Urbino in parte è una piccola finestra di Vrbi Road. Molti luoghi sono stati ispirati alla mia adolescenza come Munrim che non è altro Rimini. Da ragazzo tutto ti sembra difficile, non che ora sia semplice ovviamente, ma il peso che un adolescente porta dentro è assai diverso e spesso percepito maggiormente che da adulto. Urbino è la mia città, lo sarà sempre ma è stata anche il luogo nel quale ho perduto col tempo l’ispirazione ricercandola altrove. Io vivo d’ispirazione” e non accetto i dogmi dettati dalla pura sufficienza. È mia opinione che ogni essere umano arrivato ad un punto della propria vita abbia il bisogno di ritrovare sé stesso lontano dalla propria casa natale, seppur celata sempre nel cuore e in questa società non è assai lontano il concetto di città natale e nazione.

Vista notturna di Urbino

L’Italia è un paese meraviglioso, dove la natura e l’arte coesistano in armonia, seppur negli ultimi secoli sono emersi come mostri terrificanti dei caseggiati fatiscenti di cemento e strade labirintiche di asfalto. Il nostro paese si è sfregiato come la stessa “bellezza”, pilastro dei nostri avi, per un mondo che reclama solo esigenze e doveri. Potrei parlarvi della splendida Mantova, o dell’affascinante Firenze e migliaia di altri luoghi come l’incantevole Sarnano, San Leo, San Marino o Gradara ma seppur ricerco la bellezza in ogni luogo, trovo come un fantasma cieco sul mio cammino l’ignoranza e lo scempio di una società che non rammenta le sue antiche glorie passate. Tutti noi potremo respirare arte e allo stesso tempo viverci se le cose fossero diverse. L’arte non è morta né passata. L’arte siamo noi e nessuno ha il diritto di renderci diversi da ciò che siamo. Non dobbiamo mai scordarci dei grandi scrittori che hanno reso celebre le nostre terre né i grandi architetti e artisti. Ognuno di loro ci ha donato parte della loro esistenza. Noi abbiamo il dovere di ricordarli senza distruggere la nostra identità.

“Sogna ancora” dici nella chiosa dell’intro-sottotitolo del libro. Si tratta di un messaggio molto forte. Cosa sogna – ora e ancora – Simone Alessi? 

Come è scritto nell’Amleto di Shakespeare “Potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e tuttavia ritenermi Re di uno spazio infinito, se non fosse che faccio brutti sogni”.
Simone sogna un mondo nel quale non bisogna essere costretti ad assumere una sembiante di “felicità”. Ignoranza, ostentazione, arroganza, saccenza sono parte della realtà che ci circonda, dove le generazioni passate sono in eterno conflitto con le generazioni presenti e future. Il mio più grande sogno è conoscere il mondo nella sua egocentrica diversità facendomi ispirare in un’eterna spirale, per dare vita a nuove storie e nuovi dipinti senza l’ombra dell’obbligo dettato da una società decadente che premia la regressione culturale e psicologica. La vita è fatta per essere vissuta e noi siamo i protagonisti della nostra esistenza. Noi siamo un mondo nel mondo.

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