“Loro”: Paolo Sorrentino continua a dividere in due il Paese

Fumo o arrosto? Il film ispirato alla vita di Silvio Berlusconi lascia più di qualche perplessità eppure è proprio nei suoi difetti che sembra mostrare la sua grandezza…


_di Mattia Nesto

 

“Non si dovrebbe mai mettere da parte soldi, sentimenti e pensieri. Perché dopo non si usano più” Natalia Ginzburg (“L’unica frase detta da un comunista che mi trova d’accordo” – Silvio Berlusconi/Toni Servillo)

L’attesa per questo film è stata direttamente proporzionale alla sua segretezza. Bravo, anzi bravissimo è stato Paolo Sorrentino, in questi mesi di riprese, a tenere praticamente tutto nascosto a parte quelle quattro o cinque foto che siamo diventati soliti osservare per tentare, senza riuscirci, di carpire qualche segreto. Eppure “Loro – Parte 1” è un film che, proprio per il fatto di essere stato diviso in due parti (decisione, per altro, giunta a poche settimana dall’effettiva uscita, almeno stante la vulgata comune) è profondamente incompleto e lascia nello spettatore, nonostante quasi due ore di film, un senso di incompiutezza. Come si è potuto leggere in numero articoli di giornale che il giorno l’uscita del film ne avevano già rivelato ampi, ma davvero ampi stralci (dall’inizio alle parti centrali con Riccardo Scamarcio, che interpreta il ruolo di Tarantini, alla ricerca di un contatto con Silvio Berlusconi sino al rapporto tra l’ex premier e la moglie Veronica Lario, una solida Elena Sofia Ricci) Berlusconi, un po’ paradossalmente un po’ volutamente, appare poco in questo film, nella parte finale.

Sorrentino e gli sceneggiatori hanno chiaramente lavorato in modo profondo in questo, suscitando un normale quanto sincero sentimento di spaesamento per chi, giunto in sala per vedere un film anche su Silvio Berlusconi, vede sullo schermo Berlusconi per poco più di una ventina di minuti per quasi due ore di film. Ma questo non è il problema anzi è un po’ il cuore di Loro – Parte 1 che si presenta come una specie di “catalogo degli eroi” di omerica memoria, ma rovesciato. Infatti se nella Grecia Antica i grandi elenchi servivano per presentare i grandi personaggi che avrebbero preso ad uno scontro o ad un’impresa memorabile, qui la lista degli “attori in scena” rappresenta una vera e propria corte dei miracoli che attorno a Silvio, entro Silvio e al confine di Silvio si muove e tenta di sopravvivere.

La crudezza, usiamo un termine un po’ forte, forse esagerato ma che può rendere l’idea anche del grado di dettaglio dei corpi ripresi, delle ragazze facili che Tarantini riesce a riunire attorno a sé per ungere gli ingranaggi con imprenditori, faccendieri e politici sono poderosa cifra stilistica di questo film. No, nessun biopic in cui il corpo del “caro leader” è reso silloge e riassunto di un’epoca: qui i corpi si presentano sotto forma di parata, di parata quasi anatomica in cui gli scambi di favori, umori e sentimenti (più o meno sinceri, più o meno interessati) diventano la sostanza e non sono mai solo forma.

Dal punto di vista delle prove attoriali (sulla regia andremo tra poco) si sottolinea, quasi naturalmente, la prova di Toni Servillo. Berlusconi è personaggio ostico da portare sul grande schermo dato che è ormai diventato una sorta di maschera della über italianità. Servillo non ne fa mai una macchietta ma neppure arriva agli apici della totale omologazione come il, giusto per citare un maximum exemplum, Gian Maria Volonté nei panni di Aldo Moro in “Todo Modo”. Servillo sfiora sempre l’effetto parodico ma non ci casca mai dentro e ci consegna, molto probabilmente, la migliore interpretazione dal punto di vista “odontoiatrico” di Silvio Berlusconi possibile: i denti e il sorriso del Silvio di Loro sono i denti e il sorriso del Silvio di Villa Certosa.

Foto di Gianni Fiorito

Già le ville, le case, gli appartamenti del centro di Roma in cui si muovono i protagonisti. Molto si è parlato di Elena Sofia Ricci. Certo la prova è ottima ma la Veronica Lario che ne viene fuori è troppo algida, troppo figurina, troppo intellettuale, troppa icona idealizzata della donna sfruttata e oltraggiata dalla mancanze di cure del marito.

Di ben altra pasta, anche se non pare che la stampa se ne sia troppo accorta, la prova di Fabrizio Bentiviglio nei panni di Santino, una sorta di fusione tra Sandro Bondi e Formigoni. Tra una camicia dalle bizzarre fantasie e un paio di pantaloni dai colori bizzarri, Santino è un po’ il principe dei clientes berlusconiani, talmente adusi ad indicarsi di fronte al vero e unico padrone da arrivare a meditare il tradimento. Santino/Bentivoglio è un personaggio squallido che replica in modo minore e più ottuso i modi e le passioni del leader maximo, ovvero le donne, le amanti, il sesso sempre chiodo fisso e unico grande pensiero.

Già il sesso, al centro anche della regia di Sorrentino che ci offre una parata di corpi, soprattutto di corpi femminili, di grandiosa bellezza. Non soltanto a livello oggettivo ma anche e soprattutto a livello fotografico con una serie di “fermi-immagine” che potrebbero essere benissimo utilizzati in spot di profumi o videoclip musicali. Ognuno, tra le varie attrici intrepretanti questi “similOlgettine” hanno le proprie favorite, sia per ragioni estetiche che per motivi attoriali. Siamo rimasti folgorati e dall’avvenenza e dalla particolare interpretazione di Alice Pagani, giovane ascolana. Pagani è in grado di trasmettere con poche battute una ragazza particolare, eccentrica rispetto alle altre: vuole l’attrice, studia Lettere alla Sapienza, non fuma e soprattutto non si droga. Certo arriva ad accettare le richieste di Tarantini, ovvero di, diciamo così, appartarsi con uomini facoltosi e seguirlo alla volta della Sardegna per fare la conoscenza di “Lui” (forse addirittura scritto in questo modo LVI), però è sempre laterale, lascia sempre un piccolo margine di non sorda accettazione, di non essere fino in fondo d’accordo. Ecco perché, oltre i suoi occhi di impressionante bellezza, ci piace e ci piacerà vederla nuovamente sul grande schermo.

Stavolta gli animali – molto presenti – funzionano male e non lasciano quel grado di poeticità riscontrato ne “La grande bellezza”. Molte scene sono pleonastiche, ci sono solo perché sono belle in senso lato ma questo, lo sappiamo, è anche “il cinema di Sorrentino”. Quello che sorprende è il grado di volgarità, o se si preferisce di gretto realismo, di alcuni frangenti: piccoli dettagli per carità, un rivolo di sudore, il segno del costume sulla pelle, le mani che stringono avidamente i corpi. Ma un grado di dettaglio e di oggettività, anzi carnalità che non eravamo abituati in Sorrentino.

Ma, tutto sommato, questa è solo la prima parte di un dittico: ci si ferma un attimo prima che la vera azione inizi. Una specie di Telemachia, i quattro libri di incipit dell’Odissea, interpretati da un buffo signore di, allora, più di settant’anni. Nonostante le già citate lentezze e i già citati tecnicismi un po’ fini a se stessi, si fa fatica a distogliere lo sguardo da Loro: forse perché si vuole ancora osservare la seducente bellezza di Kasia Smutniak, oppure si vuole capire il perché Berlusconi si travesta da odalisca, con tanto di trucco e parrucco, per fare gli auguri alla moglie o ancora si è morbosamente curiosi di quando il castello di inganni e piccole/grandi disonestà di Tarantini crollerà su se stesso.

Non c’è un grande motivo preciso per il quale questo film incuriosisce e merita di essere visto e rivisto: non è la fotografia de La Grande Bellezza o la sceneggiatura de L’Amico di famiglia o le atmosfere de L’Uomo in più. No, qui c’è una serie di piccole ragioni, un po’ inconfessabili che ci vergogniamo anche un po’ di provare ma che pure abbiamo: molto frivole, un po’ kitsch, anche cafone talvolta, e soprattutto legate a pulsioni “animalesche” e dionisiache, proprio come, del resto, gli anni targati Berlusconi. E comunque un film con “Us v Them” degli LCD Soundsystem non potremo mai bocciarlo del tutto, no?

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