La “Palestra” all’Orchestra Filarmonica di Torino

L’Orchestra Filarmonica di Torino ci invita non solo ad ascoltare, ma anche a muoverci un po’ sulle note dell’effervescente e virtuosistica tromba di Marco Pierobon. Andare in palestra non è mai stato tanto facile.


_di Silvia Ferrannini
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Quando la musica si fa ginnastica, l’esecuzione diventa virtuosismo. Perché certamente il brano intimo ed essenziale piace, ma ogni tanto qualche acrobazia ci vuole, per rinvigorire l’ascolto e il coinvolgimento.
Questo è il principio alla base del programma del terzultimo appuntamento della stagione 2017/2018 dell’Orchestra Filarmonica di Torino, ambientato nella Palestra. Per un paio d’ore si lascia perdere l’idealizzazione della forma e si gode di musica muscolare, agile, che sfida la gravità.

Il concerto assomiglia così a uno spettacolo al cui centro c’è il solista, in questo caso la tromba di Marco Pierobon (primo premio nei concorsi internazionali di Passau, Imperia ed Aqui Terme, per dieci anni prima tromba delle Orchestre del Maggio Fiorentino e dell’Accademia di Santa Cecilia, collaboratore con la Chicago Symphony Orchestra e l’Orchestra Filarmonica della Scala). Con una verve e un’energia quasi bambinesche Pierobon esegue una serie di composizioni che sono anche performances, un po’ à la Paganini e Liszt.

Come fosse un match sportivo (giocato con tutta la serietà dell’ottimo musicista) Pierobon ha adattato alcuni pezzi per il suo strumento: così erano soliti fare George Gershwin e Leonard Bernstein, che ri-orchestravano i loro lavori guardando al jazz, uno dei prodotti più genuini e vitali della musica americana.

Le Songs per orchestra di Gershwin sono robuste, espressioni della «scienza emozionale» di cui il compositore era sempre alla ricerca. Non solo: l’arte gerswhiniana racconta grandi storie, come quella di Porgy and Bess, di cui qui si riproduce la Suite. Nel 1926 il compositore aveva letto il libretto di DuBose Heyward, originario di Charleston, e innamoratosi della travagliata vicenda di Catfish Row decide di trarre dal dramma l’incredibile opera che ascoltiamo noi oggi. Quello di Gerswhin è canto popolare americano, brioso e dinamico: per Porgy and Bess il compositore si documentò sui «spiritual songs» e sui costumi del proletariato di colore negli stati del Sud, appoggiandosi tra l’altro anche ai modelli operistici pucciniani.

Bernstein, così come il balletto di Jerome Robbins West Side Story Suite, non hanno bisogno di presentazioni. La versione US di Romeo e Giulietta è davvero moderna proprio per la geniale dissonanza e per l’energia plasmante della musica di Bernestein, che non può raccontare questa storia dì’amore con il solito svenevole valzerino.

Le presenze più sorprendenti della serata sono Paul Hindemith e Johann Baptist Georg Neruda. Nei Cinque pezzi per orchestra d’archi op. 44 n. 4 del primo rivive in parte la concezione eroica del romanticismo tedesco, ma sotto atteggiamenti provocanti di contemporaneità. Il Concerto in mi bemolle maggiore per tromba ed archi del secondo esalta tutta l’agilità della tromba -e d’altra parte è esercizio anche la modulazione del soffio dentro lo strumento, il respiro del musicista è allenamento del diaframma.

In tutti i casi ci troviamo ad ascoltare una musica robusta e sana, frutto dell’impegno inarrestabile del ritmo, marce e capriole eseguite con vibrante rapimento. La salubrità della tecnica è, d’altra parte, il segreto della pratica esecutiva di Pierobon e del suo spirito, così lontano dall’affettazione a cui i concerti spesso ci abituano. Per questo motivo il musicista non perde occasione di regalare a tutti un momento davvero up suonando a (grandissima!) sorpresa Jump dei Van Halen. E il pubblico ringrazia di cuore con risate genuine e qualche accenno di danza.

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