[REPORT] Andrea Poggio: Teatro Kabuki per theremin e voce

Il songwriting raffinato e visionario dell’artista alessandrino, accompagnato da un ensemble in stato di grazia. Il racconto della data milanese dell’ex Green Like July al Circolo Ohibò, con un’ospite d’eccezione: Adele Nigro degli Any Other. 


_di Mattia Nesto

Che il concerto al Circolo Ohibò di Milano dovesse essere realizzato su un vero e proprio proscenio è stato chiaro a tutti sin dal primo momento in cui, Andrea Poggio, avvocato da Alessandria ed ex membro dei Green Like July, è salito sul palco. Movimenti sicuri, incedere elegante, Poggio, vestito da perfetto esistenzialista con “lupetto” nero e pantaloni grigi, si è posto al centro di una formazione che più iconica (e programmatica per le proprie intenzioni) non poteva essere: ovvero Yoko Morimyo al violino, Caterina Sforza alla voce e Gak Sato alle tastiere e al theremin, tutti quanti vestiti di nero.

Eleganti appunto, un po’ freddi certo ma di quella freddezza che non trasborda mai nell’alterigia ma che si trasforma in perfetta sintesi di “teatro&musica”, quasi come se fossimo di fronte ad un procedimento alchemico.

Ed è proprio stato così, l’altra sera in Ohibò: Andrea Poggio ci ha condotto senza mai scomporsi ma con perfetta perizia e conoscenza dei propri mezzi, attraverso un viaggio, anzi un procedimento alchemico che dal buio del suo maglione ci ha portato al lucore del suo “Controluce”, il magnifico album uscito l’anno scorso per La Tempesta.

“Mediterraneo”, “Visioni metropolitane”, l’apprezzatissima “Vento d’Africa” si sono succedute con una grazia rara al giorno d’oggi: e non si fa fatica quindi a capire perché Francesco Bianconi e i suoi Baustelle l’abbiamo chiamato ad aprire il loro nuovo tour (infatti Poggio era proprio reduce dalla data bolognese L’amore e la violenza – Vol. 2”).

Tuttavia non si potrebbe tentare di dare una quanto più possibile esatta della percezione del concerto di Andrea Poggio se, oltre al dato musicale (che sarà ulteriormente sviscerato più avanti), non ci si ferma un attimo ad analizzare i movimenti, per meglio dire la prossemica del cantante alessandrino. Andrea Poggio pone una cura esagerata nei movimenti, studiati, sinuosi, quasi liturgici, come se fossimo davanti, più che ad un concerto di musica pop (che è quello, alla fine, che fa Poggio), ad una rappresentazione da teatro kabuki, dove ogni gesto, ogni azione, ogni movimento ha, giustappunto, un preciso e diretto rimando sacrale.

In questa sacralità, perfettamente teatrale e godibile per l’occhio dello spettatore, si inseriscono le canzoni, scarne e allampanate come il loro interprete che però, allo stesso modo dei testi di “Controluce”, donano tutta la loro debordante profondità, proprio nella loro semplicità.

Così i gesti sono elementari e schematici, così le canzoni, giustappunto scarnificate di inutili orpelli, si presentano solo apparentemente nude al pubblico. Ma oltre a questo, alla bellezza della “carne nuda” della canzone, si inserisce il supporto dei già citati Morimyo, Sforza e, soprattutto, Sato.

Sato in particolare, ma anche gli altri due componenti, infatti si occupa di rivestire le canzoni del disco di una piccola, ma deliziosa, patina sperimentale (il theremin diventa un’arte, anzi una religione nelle sue mani), mettendo in pratico un sapientissimo lavorio che fa migrare i pezzi dal pop al più puro design sonoro, perfettamente in assonanza con la settimana milanese che verrà.

In questo gioco di gesti, suoni ed ombre, perfetto per il nome dell’album, il concerto di Andrea Poggio è stato eccezionale, perché eccezione in un mondo, quella della musica (ex) indie ormai ancorato a certi stereotipi.

Certo Poggio non fa musica sperimentale tout court e sa cosa siano le regole dello spettacolo: ecco in questo l’ospitata di Adele Nigro, leader degli Any Other (che tra l’altro ha registrato i cori e i backing vocals in Controluce) e l’hommage, veramente ben fatto, a Paolo Conte (reale “stella polare” di Poggio, molto più del maggiormente scontato ma non perfettamente aderente Franco Battiato) con “La ricostruzione del Mocambo”.

Insomma, “incorniciato” da un pubblico di volti nuovi che andavano da Alessandro Baronciani a Francesco Mandelli sino a Colapesce, il concerto di Andrea Poggio all’Ohibò di Milano è stato uno dei migliori concerti della stagione. Va da sé che la primavera musicale di Milano è iniziata alla grande: elegante, sinuosa e “inesorabile” come una pantera che caccia la notte. O come una canzone di Paolo Conte, fate voi.

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