Epicureo e dissacrante: il Don Giovanni di Binasco tra modernità e tradizione

Quanto è bello uscire dal teatro Carignano alle dieci di sera e trovarsi di fronte la meravigliosa piazza illuminata dalle luci dei lampioni e dagli ultimi bagliori del sole che ad aprile inizia a tardare la sua uscita di scena? È ancora più bello se quello che hai appena visto è stato uno spettacolo capace di mischiare la tradizione dell’opera di Molière e il sentire moderno, di parlare direttamente a me, nel 2018.


_di Elena Fassio

Il “Don Giovanni” diretto da Valerio Binasco, nuovo direttore artistico dello Stabile, è un personaggio scavato nella sua imperscrutabile ironia, che non lo abbandona neanche nel momento della morte, pur macchiata dalla colpa che neanche l’apparizione di Dio in persona riesce a convertire.

In una scenografia “dal vivo”, cambiata durante le cinque scene dagli stessi attori coperti solo da un telo semitrasparente, si muovono personaggi il cui rapporto è in continua evoluzione: il portatore del buon senso popolare, il servo Sganarello, è inizialmente terrorizzato dal blasfemo e crudele Don Giovanni, molto lontano dal leggero libertino dell’opera di Molière.

Le musiche, incastonate nel punto giusto con il dialogo degli attori, accompagnano il linguaggio e i costumi anacronistici dei personaggi: arcaicizzanti e letterari quelli del protagonista e dei suoi servi, ipermoderni e popolari quelli degli abitanti della Napoli del primo atto.

È proprio a Napoli, nelle prime due scene dalle incantevoli scenografie e atmosfere luminose, che don Giovanni spiega allo spettatore tutta la sua filosofia epicurea: più che della morte e dell’aldilà quello di cui ha paura è di non vivere appieno l’aldiquà, con tutte i piaceri che offre.

Gianluca Gobbi impersona un Don Giovanni arrabbiato con Dio, materialista all’estremo, dissacrante perfino davanti alle apparizioni miracolose del Commendatore da lui stesso ucciso, senza scrupoli nel sedurre, sposare e abbandonare una ragazza dopo l’altra per il suo unico piacere, nonostante non sia il bellimbusto che ci immagineremmo.

Una volta finita la caccia e appagata la voglia, però, il divertimento finisce, e poco importa che Elvira sia scappata da un convento per amor suo o che Charlotte non possa più sposarsi finendo destinata a una vita di miseria: questo Don Giovanni è poco più che un delinquente, sicuramente non degno del suo nome, un demolitore.

A lui, dal secondo atto in poi, inizia a contrapporsi sempre più violentemente uno Sganarello, interpretato da Sergio Romano, ironico ma convinto nel suo ruolo di portatore della coscienza cristiana popolare, anima buona che cerca di avvertire le povere sventurate sedotte, salvo poi imprecare contro il pubblico, uscendo addirittura dal sipario, alla morte del padrone, perché “Ora chi me la dà la paga?”.

Un dramma sempre sull’orlo dell’equivoco, sempre sull’orlo della conversione verso un lieto fine, ma che all’ultimo si rivela per quel che è davvero: un ragionamento istintivo e carnale, senza traccia di intellettualismo o malinconia, ma solo irriverente e seducente, sincero nel suo continuo inganno, fisico nel suo rispondere all’unico stimolo del piacere presente.

Non preoccupatevi, avete tempo ancora fino al 22 aprile per andare a vederlo. E un consiglio, se volete sapere che ne pensa il regista, prendete il libretto.

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