[INTERVISTA] La “carnale essenzialità” dei Dunk

Sonici, elettrici, brutali ed essenziali: i Dunk, supergruppo italiano composto dai fratelli Ettore e Marco Giuradei, protagonisti del mondo indie bresciano, Luca Ferrari dei Verdena e Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi e O.R, sono già oggi una delle più interessanti novità del 2018. 


_di Mattia Nesto

Al di là delle mode e delle correnti musicali dell’ultimo momento, i Dunk sono granitici eppure sfuggenti: poche ore prima del loro concerto al Serraglio di Milano, abbiamo raggiunto Marco Giuradei per un’intervista in esclusiva.

Quando si leggono certi nomi nella line-up di un gruppo la prima domanda è davvero scontata, anzi “le” prime domande sono scontate: quando, come e “perché” vi siete incontrati e avete deciso di mettere su una band?

(Marco) Ho conosciuto Luca Ferrari a Bergamo. In maniera del tutto naturale, abbiamo cominciato a jammare insieme: a livello artistico e personale, si è subito manifestata una grande sintonia. Ettore, mio fratello, è l’autore dei brani del disco, che inizialmente erano solo chitarra e voce. E’ stato ovvio, per me, coinvolgerlo in queste “prove informali” insieme a Luca… A sua volta, Ettore ha sempre stimato molto Carmelo Pipitone e l’ha convinto a passare a trovarci in studio. È un musicista eccezionale: eravamo tutti d’accordo che sarebbe stato bellissimo fare qualcosa insieme!

Insomma, a differenza di quanto si potrebbe credere, i DUNK non sono frutto di un ragionamento o un considerazioni di “marketing musicale”: nascono solo dalla voglia di suonare.

Una delle prime cose che si notano del vostro album d’esordio, anche se di certo non siete gli ultimi arrivati, è una sorta di “gioia adolescenziale” nel mettersi insieme a fare musica, musica, scusa l’iterazione, fortemente suonata e viscerale, in controtendenza con i suoni molto sintetici che vanno di moda oggigiorno. È qualcosa di voluto tutto questo? E la scelta dei testi in italiano come è scaturita?

La domanda andrebbe fatta a Ettore, che ne è l’autore, in realtà! Mio fratello ha sempre scritto in italiano: credo sia naturale… Ha una penna molto poetica; è in grado di tradurre in canzone quello che legge, che vive: un sacco di suggestioni, sfumature ed emozioni che -forse- si perderebbero, se non usasse la sua lingua madre! A livello di suoni… Sicuramente noi mettiamo in musica quello che siamo. Come dicevo sopra: il marketing non è roba per noi. Non ci interessa “cosa va” o “cosa non funziona” in questo momento: vogliamo suonare, vogliamo stare sul palco… Speriamo e crediamo che questo si senta nell’album e che si veda ad ogni live!

Qualche giorno fa avete fatto il vostro esordio alla Latteria Molloy, significando, ancora di più, il vostro legame/amore con la scena musicale bresciana: come è andata quella serata?

Eravamo molto emozionati: tanta adrenalina ma tutto è volato via con leggerezza… fantastico! La scena musicale bergamasco/bresciana, negli ultimi anni, è molto vivace: ci sono diversi di bei posti in cui suonare e moltissime band valide. Rimane, probabilmente, “underground” rispetto alla situazione delle grandi città ma sempre più musicisti che riescono ad emergere a livello nazionale. Non possiamo che esserne felici: se c’è fermento nel sottosuolo vuol dire che è una realtà viva!

Vi intervistiamo a qualche giorno di distanza dal vostro live al Serraglio di Milano: come è andata? Quale l’accoglienza del pubblico milanese? 

Probabilmente è stato il nostro miglior concerto: noi ci sentivamo in forma e il pubblico è stato eccezionale… una serata perfetta! Il Serraglio è un bellissimo posto e la gente ci ha fatto subito sentire a casa. E’ emozionante suonare di fronte a chi crede nel tuo progetto: anche per musicisti “non di primo pelo” come noi, non è affatto scontato. Sentirsi accolti aiuta sicuramente ad esprimersi meglio, a voler dare il tutto sul palco.

Una delle canzoni che più hanno colpito (soprattutto la coda, quasi cosmica nella sua fredda psichedelia) è la terza, “Mila”, in cui cantate: “Siamo specchi/ Siam vicini/ Siamo strani/ Siam perfetti”. Quella che, almeno ad un primo ascolto pare essere una ballata abbastanza standard, dimostra personalità per una specie di brutale armonia, di carnale essenzialità: era questa l’intenzione dietro al testo di Mila?

Sicuramente sì: non solo dietro al testo ma a tutto il progetto della canzone. Nella sua “emozionalità”, Mila è una canzone molto diretta: definendola come “di carnale essenzialità” hai colto il punto. Non posso parlare per Ettore (lui l’ha scritta e lui solo conosce il senso esatto delle sue parole) ma a me personalmente restituisce proprio quel senso quasi animalesco di vicinanza, di amore che va oltre le convenzioni, di sguardi e vibrazioni.

Ho seguito da un po’ la vostra pagina è una cosa che si nota fin dai vostri primissimi post è l’intenzione, ma magari ci si sbaglia, di volervi presentare come, intimamente e in maniera diretta, band, e non soltanto come serie di quattro grandi “nobili” della musica indipendenti messi assieme. È un po’ questo il senso ultimo dei Dunk?

Più che “il senso” è proprio la verità: in questo progetto siamo forti insieme ed è stato naturale. Non siamo personaggi troppo social: non amiamo esporci troppo, raccontare le nostre vite. Forse è una questione generazionale: non siamo ragazzini e passare troppo tempo su Instagram e Facebook non è cosa per noi. Ovviamente, oggi i social network sono mezzi di comunicazione importanti e permettono un rapporto diretto con le persone, il che solo poco tempo fa non era possibile: è interessante e positivo poter interagire con il pubblico senza troppi filtri.

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