A Casa Tutti Bene: l’enfasi di Muccino e l’ennesima occasione sprecata?

Due anni dopo il non troppo esaltante “L’estate addosso”, nell’ultima pellicola del regista romano una famiglia si riunisce su un’isola per festeggiare le nozze d’oro dei genitori. Dopo il primo giorno sereno in cui fratelli e cugini si ritrovano dopo anni, nessuno riesce a tornare sulla terraferma a causa del maltempo. Nei giorni successivi trascorsi forzatamente insieme, tutte le tensioni esploderanno minando ogni relazione tra i presenti sull’isola.


_di Nicola Bovio

Sono diciassette gli anni che passano dall’Ultimo Bacio e Gabriele Muccino torna al grande affresco corale di “A casa tutti bene”. Il cast è pieno di bravissimi attori nostrani come Carolina Crescentini, Valeria Solarino, Stefano Accorsi oltre all’immancabile Pierfrancesco Favino e Muccino ha il grande merito di dedicare il giusto spazio ad ogni personaggio in modo da risultare equilibrato, senza lasciare nessuno in secondo piano. Cosa difficilissima senza dubbio frutto della grandissima alchimia tra regista e attori che si è sviluppata negli anni.

Purtroppo il film non riesce a distaccarsi da alcuni elementi che possono essere sì considerati come colonne dello stile del regista, ma sono oramai anche dei cliché.

Diventa quasi un gioco individuare gli aspetti già presenti nell’”Ultimo bacio” e che, a distanza di quasi vent’anni, possiamo ritrovare in “A casa tutti bene”: il cast esteso con Favino e Accorsi, i momenti di alta tensione in cui i personaggi si urlano addosso i peggiori improperi, l’attrazione più che sconveniente che coinvolge il personaggio di Accorsi il quale sceglie comunque di seguire i suoi istinti senza nemmeno aspettare un’occasione più riservata ed il finale in cui le cose alla fine rimangono più o meno le stesse.

Se queste caratteristiche possono essere considerate non come veri e propri difetti, bisogna invece soffermarsi sulla sceneggiatura del film per capire come mai il film non convince pienamente. Le storie che riguardano le coppie sono credibili ed è facile pensare come certe tensioni possano emergere violentemente dopo essere state inespresse a lungo. Il fatto però che siano inserite in un contesto di gruppo cambia il modo in cui lo spettatore le percepisce.

Se la presenza di una coppia disfunzionale risulta piuttosto normale in una riunione di famiglia, il fatto che ogni coppia lo sia, anche se a suo modo, fa pensare che il ritiro sull’isola sia piuttosto parte di una terapia che li coinvolge tutti.

Altra esagerazione è l’escalation emotiva immediata dopo la notizia che il traghetto non può partire: bastano due giorni trascorsi sull’isola per assistere ad un tentato omicidio, il che sarebbe troppo anche in una situazione più drammatica con le persone spinte al limite da circostanze che mettono a repentaglio la loro vita. In questo ambiente il personaggio più razionale ed equilibrato è quello di Giulia Michelini, la fidanzata del personaggio interpretato da Gianmarco Tognazzi, la quale scoppia in uno sfogo contro tutti i membri della famiglia del suo compagno in barba ad ogni forma di educazione verso chi la ospita, ma evidenziando concetti sacrosanti.

In tutta questa accozzaglia di problemi coniugali c’è però una coppia con dei problemi diversi da tutti gli altri. È quella formata dai personaggi di Claudia Gerini e dall’eccellente Massimo Ghini, interprete di un malato di Alzheimer. I momenti dedicati a loro sono quelli più riusciti. La loro storia è davvero seria e drammatica, i dialoghi non banali e la bravura di entrambi gli attori trasmette benissimo allo spettatore le difficoltà portate dalla malattia viste da entrambi i punti di vista del malato e della persona che lo ama e accudisce. Un film solo su di loro sarebbe stato sicuramente più efficace e commovente e avrebbe rappresentato un’evoluzione nella carriera del regista di “Come te nessuno mai”.

Gabriele Muccino dimostra di avere la capacità di raccontare come si deve storie che hanno un forte legame con la realtà anche per la sua immensa bravura nel dirigere gli attori.

Quello che forse continua a mancare è il coraggio di lasciare andare quello che è stato il suo modo di fare film infarcendoli di gruppi di persone disfunzionali che avrebbero serio bisogno di aiuto da parte di uno psicologo. Il tono drammatico di “A casa tutti bene” raggiunge delle vette talmente esagerate che sfocia talvolta nel grottesco: dispiace perché gli ingredienti per fare un ottimo film c’erano tutti. Basta saperli dosare.

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