“The Post”: il coraggio della scelta (ieri come oggi)

Il sempre prolifico Steven Spielberg porta sul grande schermo un avvincente legal drama che rievoca la durissima contesa che nel 1971 portò alla pubblicazione dei Pentagon Papers sul “The Washington Post”, rivelando per la prima volta i retroscena del coinvolgimento americano in Vietnam. Tanti i pezzi da novanta nel cast, per un film che parla del passato ma getta un’ombra sul presente…

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_ di Alberto Vigolungo

In quasi due secoli e mezzo di storia, l’assassinio del presidente Kennedy e il Vietnam rappresentano due delle più grandi ossessioni americane, tragici spartiacque che si sono fusi (l’uno nella sua spietata immediatezza, l’altro nella sua infinita agonia) al destino di fino almeno un paio di generazioni successive, marchiando a fuoco la cultura di un ventennio. 

L’immagine della guerra in Vietnam è, nei primi anni, quella di una guerra “pulita”, come l’hanno descritta alcuni studiosi, abilmente condotta da soldati “infallibili” equipaggiati dei mezzi di combattimento più avanzati. Raccontata negli studi televisivi con poco materiale a disposizione, il Vietnam rimane a lungo una guerra lontana, e dunque scarsamente affrontata nel dibattito pubblico. Il vento cambia nel gennaio del 1968 quando, con l’offensiva del TET, i contingenti americani arretrano pesantemente di fronte a un attacco su larga scala da parte del Vietnam del Nord, che provoca ingenti perdite: la ritirata rovinosa dall’ambasciata di Saigon ribadisce agli occhi degli alti comandi l’impossibilità della vittoria e l’eco delle mitragliatrici risuona ben oltre le teste dei soldati sul campo.

Filtrano le prime notizie di massacri contro la popolazione civile (My Lai, 1968), i mutilati rientrano in patria con il loro carico di dolore e morte. La situazione inizia a sfuggire di mano al presidente Johnson, il quale d’ora in avanti sulla questione Vietnam prepara discorsi di giustificazione e di difesa di un conflitto il cui conto non è più celabile: giornali ed emittenti, dopo aver ottenuto una copertura più ampia sul territorio, si fanno portavoci di una sensibilità mutata, mentre i veterani si uniscono agli studenti nelle lotte di piazza.

È dunque in un clima mediatico già mutato che si inserisce la vicenda dei Pentagon Papers, il più importante dossier segreto sulle implicazioni politico-militari degli Stati Uniti nel conflitto da Eisenhower a Nixon, passando per JFK e Johnson.

Dan Ellsberg, veterano di guerra entrato in possesso dei documenti, decide di copiare il tutto e di metterlo a disposizione del New York Times, il quale annuncia dalle sue colonne l’imminente scoop, prima di rinunciarvi di fronte alle pressioni del Dipartimento della Difesa. Ben Bradlee, caporedattore del The Washington Post, intuisce uno spiraglio e ci si butta a capofitto: quei documenti devono essere del suo giornale. Tutto questo avviene nei giorni in cui la proprietaria del giornale e amica stretta di Ben, Katharine Graham, decide di quotare in Borsa la testata, da anni in crisi. Bradlee “sguinzaglia” sulle tracce della fonte Ben Bagdikian che, districandosi tra false piste e piccoli indizi, riesce a reperire l’indirizzo del possessore del dossier: a Boston, nella stanza semibuia di un motel, viene ricevuto da Ellsberg, il quale gli affida migliaia di pagine che raccontano il non-detto. E, nell’espressione sempre uguale dell’ex-soldato, lo sgomento di un uomo che ha scoperto, sulla propria pelle, la verità dietro l’assurdo:

“Ho sentito dire: il 10% di questi ragazzi è morto per aiutare il Vietnam del Sud, il 20% per scongiurare la minaccia comunista e il 70% per evitare l’umiliazione di una sconfitta americana. Questo mi ha stupito: migliaia di ragazzi morti soltanto per evitare un’umiliazione.”

Rientrato a Washington con due scatoloni zeppi di materiale, Bagdikian si reca direttamente a casa del suo caporedattore, dove, insieme agli altri colleghi, si mette al lavoro per riordinare migliaia di fogli sparsi e ricostruire un pezzo di storia americana. Mentre alla redazione del “Post” il telefono di Bradlee è preso d’assalto dalle chiamate di avvocati e autorità, Kay decide di incontrare Robert McNamara, figura chiave dei Papers, in qualità di Segretario alla Difesa per circa dieci anni, con Kennedy e soprattutto Lyndon B. Johnson. In nome dell’amicizia che ha sempre legato McNamara con la famiglia Graham, l’ex-vertice del Pentagono non nega le sue responsabilità, ma dopo essere venuto a conoscenza dell’imminente pubblicazione dei documenti esorta la donna a non procedere, senza esitare a definire Nixon come un uomo circondatosi di persone “molto cattive”.

I protagonisti “reali” dell’inchiesta

Quando, in piena notte, tutto è quasi pronto per mandare in stampa i giornali, Ben Bradlee informa la Graham sui pericoli che la loro scelta potrebbe causare, non da ultimo il carcere, lei decide di andare avanti, superando le pressioni di molti consiglieri e in particolare di Arthur Parsons, che non aveva mai apprezzato la sua politica di gestione del giornale. Nel giugno del 1971, pochi giorni dopo la rinuncia del New York Times, il Washington Post rende note le prime pagine dei famigerati Pentagon Papers.

Nelle stesse ore, Katharine Graham e Ben Bradlee affrontano un processo che li vedrà uscire scagionati da ogni responsabilità penale. Riportando all’attenzione del pubblico un evento che ha segnato un importante precedente nella storia del giornalismo, Spielberg affronta in “The Post” un tema quanto mai attuale, quello della libertà di informazione, in un’epoca in cui non si sente più parlare di censura (oggi nient’affatto scomparsa, ma certamente più limitata) ma dell’istituzione di comitati pubblici che vigilino sulla circolazione delle cosiddette “fake news” in rete; in sostanza lo stesso problema, perché sia censura che “fake news” sono orientate a un unico obiettivo: la manipolazione dell’informazione, senza dimenticare che le famose “bufale” non sono nate certo con Internet.

Tuttavia, prima ancora di deflagrare come caso mediatico ante-Watergate, la vicenda dei Pentagon Papers si inserisce per la verità nel solco di una tradizione radicata in una parte della stampa americana sin dai primi tempi, orientata verso un certo giornalismo investigativo (merce sempre più rara, oggi), ben lontano dal sensazionalismo da tabloid, che vede da alcuni anni a questa parte negli esponenti del New Journalism i più attenti osservatori; l’atteggiamento che ha contraddistinto la stampa come strumento della vita democratica, “al servizio dei governati, non dei governanti”, come si dice nel film. E’ questo principio a costituire infatti la base del primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che deriva proprio da una causa simile, risalente a più di un secolo prima. In tal senso, la battaglia portata avanti da Kay Graham e Ben Bradlee assume davvero i contorni di una presa di posizione forte: essa va ben oltre i meri interessi “di testata”, ribadendo i principi per cui un giornale viene concepito, prima ancora che scritto.

L’affermazione di questo diritto si intreccia con la vicenda umana di una donna che, dopo la tragica morte del marito, si trova a reggere le sorti di un’azienda in gravi difficoltà, affrontando tutti i giorni schiere di investitori diffidenti. Quattro sono le persone più vicine alla signora Graham: i due figli poco più che adolescenti, il fedele consigliere Fritz Beebe e Ben Bradlee, giornalista della “vecchia scuola”, deciso e carismatico. Un aspetto importante lega i due protagonisti: la frequentazione con persone di potere che il dossier trafugato da Ellsberg smaschera inesorabilmente. Al di là della posta in gioco professionale (di per sé già alta), entrambi sono risucchiati in un vortice che li tocca anche sul piano affettivo: Bradlee era stato amico di gioventù di Jack Kennedy, nonché uno dei primi a parlare con Jacqueline dopo i fatti di Dallas, Kay conosceva da anni Robert McNamara.

Sia l’uno che l’altra sono messi a fare i conti con il proprio passato, con ciò a cui avevano sempre creduto. Da questo dissidio, che esige un confronto diretto, scaturisce uno dei momenti più intensi del film, quello del colloquio fra la donna e l’ex-Segretario alla Difesa, duro e senza sconti. Meryl Streep interpreta egregiamente la figura di una donna coraggiosa, in bilico tra le sue incertezze di imprenditrice (la Graham è stata la prima donna ai vertici di un’azienda nel settore dell’editoria) e una grande forza d’animo che porterà la stessa a imporre la propria scelta, così come Tom Hanks (Ben Bradlee), al ritorno sul set con Spielberg tre anni dopo “Il ponte delle spie”.

Da sottolineare anche la prova di Bruce Greenwood nei panni di un algido McNamara, bene Tracy Letts in quelli di Fritz Beebe e Bob Odenkirk in quelli del risoluto Ben Bagdikian. Spielberg dà ritmo al suo film procedendo attraverso uno scansione temporale classica che abbraccia un periodo di tempo compreso tra l’ultima battaglia del soldato Ellsberg in Vietnam (1966) e l’alba del Watergate (1972), con una sospensione più importante sulle ore che precedono la pubblicazione dei documenti segreti; scansione sulla quale si modella un montaggio dinamico, a tratti da “action movie” (vedi prima scena: preparazione di un reparto dell’esercito alla battaglia, accompagnato da un adrenalinico pezzo dei Creedence Clearwater Revival in suono-off, quasi a ripercorrere le soluzioni del Kubrick di “Full Metal Jacket), mentre la rappresentazione delle telefonate e dei caustici dialoghi faccia a faccia che si conforma più chiaramente alle soluzioni tipiche del genere. La macchina da presa si muove spesso e volentieri riproponendo in alcuni casi soluzioni “navigate”, come nella cinepresa alle spalle del soldato che avanza nella foresta prima dello scontro, o nei piani “tremolanti” che rendono la violenza dello scontro.

Quando il film entra nel vivo, in un tourbillon di riunioni di redazione e di incontri rapidi, i movimenti sul piano filmico si legano a un’idea di incombenza, rendendo la corsa dei vari personaggi contro il tempo (i giornali un  tempo si costruivano letteralmente con le mani): qui il regista muove la cinepresa secondo soluzioni differenti, come si può osservare nel carrello “a seguire” in del caporedattore verso Bagdikian o nel movimento verso destra a più riprese sul volto Ben e altri due colleghi al momento della propria battuta, nella breve sequenza dell’attesa in strada dei corrieri del mattino. Dopo un film per la televisione trasmesso quindici anni fa e un documentario sulla figura di Daniel Ellsberg uscito nel 2009, la vicenda dei Pentagon Papers viene definitivamente illuminata da Spielberg con questa pellicola fedele alla storia, inesorabilmente legata a un altro caso, più rumoroso, che porterà per la prima volta alle dimissioni di un presidente americano: nel finale, in quell’inquadratura in campo totale che ritrae Nixon, di spalle, un po’ curvo nel rettangolo della finestra, si agita già lo spettro del Watergate.

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