Il racconto di una stagione: Il Giardino d’Inverno dell’Orchestra Filarmonica di Torino

Enrico Dindo, tra i più talentuosi violoncellisti italiani, sulle note di Strauss, di Šostakovič e di Čajkovskij e con la guida di Giampaolo Pretto ci mostra come, al quinto appuntamento dell’Orchestra Filarmonica di Torino. Quando la musica incontra l’inverno, la primavera non sembra più così lontana.

A tu per tu, il gelo in volto io fisso:
lui fissa il nulla, e io fisso dal nulla.
Stirata, pieghettata senza grinze,
respirante miracolo, pianura.
E in povertà bianco-àmido, il sole strizza gli occhi –
il suo strizzare è tranquillo, placato…
Foreste a dieci cifre: simili a quelle… E crocchia
-pane fresco- la neve dentro il mio sguardo, intatta.

(O. E. Mandel’štam)
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Un giardino di bruma respira e appanna i vetri di una casa, dove germogliano nuove ispirazioni e favole di voci lontane: si sente forse il passo di un viandante in cerca di tepore quello che cadenza i Sogni di un viaggio d’inverno di Čajkovskij, primo movimento della Sinfonia n.1 in sol minore op.13, o il raggelarsi della brina della Terra desolata (secondo movimento) che riduce al minimo i colori strumentali, pronti a erompere nella danza dello Scherzo per poi propiziare, nel Finale, l’arrivo della primavera (suggerita anche dall’uso di una melodia popolare, Sbocciavano i fiori, riutilizzata più tardi dal compositore nel finale della Sinfonia n.4). Nell’orizzonte atemporale di questa rêverie inverno e primavera possono convergere in un punto e condividere lo stesso spazio.
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Enrico Dindo (direttore dei Solisti di Pavia ed ex allievo del Conservatorio G. Verdi di Torino) c’invita ad assecondare l’onomatopea della musica, mettere un poco da parte l’interpretazione affettiva della natura e lasciarsi guidare, semplicemente, dall’orchestra e dal violoncello, vero principe del concerto: la Romanza in fa maggiore di Richard Strauss, dedicata ad Hans Wihan, amico violoncellista del padre che suonava presso l’Orchestra di Corte di Monaco di Baviera (e presumibilmente solista molto stimato, se anche Dvořák gli dedicò il suo Concerto per violoncello e orchestra). Qui lo strumento solista è chiamato a tirare fuori il meglio di sé, senza tuttavia smarrirsi in ardite tessiture e mettendo in risalto le potenzialità espressive dello strumento: e proprio qui Dindo accoglie la sollecitazione straussiana e regala un concerto potente e aggraziato insieme.
Giampaolo Pretto
E se la dedica di Strauss s’inserisce nel complesso degli eventi a lui dedicati in giro per la città sabauda (vedi il Festival Strauss → http://www.teatroregio.torino.it/manifestazioni/festival-richard-strauss) anche Šostakovič fa la sua personalissima dedica a Mstislav Rostropovič, che insieme hanno vissuto il lungo inverno della Russia Sovietica e delle sue operazione di epurazione e censura intellettuale. Secondo Mstislav (non casualmente soprannominato dagli amici Slava, “gloria”) il talento poteva costituire uno scudo alle pressioni del potere: Šostakovič era più cauto, e fece della sua prigione un autentico giardino.
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Dell’amico violoncellista amò la Sinfonia Concertante per violoncello e orchestra op. 125 (lo spartito è di Prokof’ev), e ne percorse le tracce, dando rilievo tra l’altro a due strumenti insoliti, il corno e la celesta: quest’ultima si sente distintamente verso la fine del secondo movimento di quello che diverrà il Concerto n.1 op. 107, in cui la vigorosa maestria di Slava e l’originalità del compositore s’addentrano in una partitura fitta ma indimenticabile. Non solo: l’ascoltatore più attento sentirà che tutto il testo è percorso dalla firma musicale. Le quattro notte che si ripetono sono, nella notazione internazionale, le iniziali dell’artista: D come Dmitrij (re) e SCH come Schostakovich (mi bemolle, do e si). Dindo presta fede alla vena buffonesca ma severa del compositore dandoci prova del perché, alla fine, per le giovani generazioni di musicisti russi sia Šostakovič più che Prokof’ev ad essersi fatto guida e maestro.
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Con l’allegro vivo dell’ultimo movimento čajkoviskiano si chiude la passeggiata: si torna al calore degli applausi dalla platea, grati per il piccolo viaggio, lieti di aver assaporato inverno e primavere insieme. «Ho freddo, sono felice» (Mandel’štam)
Silvia Ferrannini

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