Chiamami col tuo nome: la bellezza della nascita di un sentimento

Basato sull’omonimo romanzo di André Aciman, Chiamami col tuo nome è l’ultimo (e più riuscito) capitolo della “trilogia del desiderio” di Guadagnino, cominciata con Io sono l’amore e proseguita con A bigger splash. Candidata agli Oscar come miglior film, la pellicola del regista italiano riesce nel più difficile degli intenti: raccontare visivamente l’innamoramento.


_di Giulia Scabin

Estate italiana 83: Elio Perlman (Timothée Chalamet) è un talentuoso, intelligente e acculturato diciassettenne che vive con la famiglia di origini statunitensi in una villa settecentesca nella campagna del Nord Italia, dove il padre lavora come professore di archeologia. Il signor Perlman invita il venticinquenne Oliver (Armie Hammer), studente americano in procinto di scrivere la sua tesi di dottorato, a trascorrere l’estate con la famiglia.

Inizialmente freddo e quasi infastidito dalla presenza di Oliver, Elio attraverserà un percorso di scoperta di sé e dell’altro, e attraendosi e respingendosi i due protagonisti scopriranno un sentimento di rara bellezza.

La percezione del contesto è quella di un visitatore (la sceneggiatura, candidata agli Oscar, è dello statunitense James Ivory), mediata da un regista italiano: ciò che ne emerge è quella visione bucolica e amena che tipicamente gli statunitensi hanno dell’Italia, che per una volta però non sfocia in una messinscena fasulla e costruita che risulta imbarazzante agli occhi di uno spettatore italiano (vedi Il talento di Mr. Ripley). La rappresentazione dell’estate italiana nella campagna del Nord Italia è quindi perfettamente godibile indipendentemente dal fatto che vi sia o meno una conoscenza diretta del luogo.

Inoltre, il contesto aristocratic-chic è coerente con il racconto e mai fastidioso. È proprio del desiderio di rappresentare il bello, un comportamento cinematografico che mostra una chiara dichiarazione di intenti del regista (così come dello scrittore prima di lui). Questa bellezza a tratti quasi irreale mira proprio a raccontare qualcosa tutt’altro che banale: mira a trasmettere allo spettatore l’eccezionalità del rapporto che è andato a crearsi tra Elio e Oliver, qualcosa di prezioso e rarissimo. Ed è quindi come se tutto il bello che circonda il racconto, dalla campagna dove non piove mai, ai frutti sempre coloratissimi e succosi, dalle statue greche alla musica classica, fino alla bellezza stessa dei due attori protagonisti, servisse a riflettere LA bellezza prima, che è (come ha detto lo stesso Guadagnino) “la bellezza della nascita di un sentimento”.

Il contesto di una famiglia di intellettuali benestanti senza nessun problema nella vita è utile proprio a concentrare l’intera attenzione dello spettatore sulla scoperta sentimentale e sessuale del protagonista.

Diversamente da molti altri racconti incentrati su una storia d’amore (specialmente se a tema omosessuale) la vita del nostro protagonista è tranquilla, sicura e circondata di calore familiare: l’unica sfida che Elio deve affrontare è quella con la propria identità.

Il tema dell’amore omosessuale ha ovviamente una sua importanza, ma minima in confronto alla rilevanza di uno dei temi fondamentali del film: la scoperta dell’attrazione e della propria sessualità.

L’atto sessuale non è tuttavia un semplice generico atto sessuale, ma è proprio dei due protagonisti, figlio del loro sentimento. Le scene di sesso in questo film non sono mai superflue o voyeuristiche, ma necessarie al racconto del loro legame.

L’amore di Chiamami col tuo nome non è un colpo di fulmine, ma un avvicinamento graduale e di reciproca osservazione, attrazione e curiosità. Ne scaturisce quindi un film volutamente lento che, come accade ai due protagonisti, ti coinvolge gradualmente.

Il sentimento che nella prima parte del film è sussurrato ma mai detto, ad un tratto sboccia e si trasforma in complicità. Sono entrambi amato e amante, perfettamente interscambiabili nell’intimità del loro rapporto, dove non esistono più due singoli ma l’uno si confonde con l’altro: Elio e Oliver non sono più solo Elio e Oliver, ma Elio è Oliver e Oliver è Elio. 

Tra i due attori, così diversi in ogni senso, si instaura una chimica perfetta.


Armie Hammer dà prova della sua capacità in veste di attore drammatico, e ci regala la migliore interpretazione della sua carriera (la scena in cui balla sulle note degli Psychedelic Furs con quella camicia azzurra è favolosa).
Candidato agli Oscar come miglior attore protagonista, il ventiduenne Timothée Chalamet è semplicemente straordinario nel saper raccontare il tormento tra la confusa fragilità e il violento risveglio della sessualità in adolescenza.
In quegli ultimi minuti del film, mentre i titoli di coda iniziano a scorrere, a Chalamet viene concesso un ultimo, lungo e dolcissimo primo piano, retto magnificamente dal giovane attore: è la chiusura dell’arco emozionale di Elio, siamo lì con lui, sentiamo quello che sente lui, i nostri occhi diventano lucidi insieme ai suoi.

Tra il desiderio di cedere alla tentazione e la paura di ferire ed essere feriti, tra la dolcezza di un primo amore e l’amarezza della separazione, Chiamami col tuo nome è un film senza antagonisti, senza lotta, senza “noi contro di loro”: una pura celebrazione dell’amore in tutta la sua meraviglia. Una storia semplice, intensa e viscerale, che ha il raro dono di saper coinvolgere completamente.

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