[REPORT + PHOTO] Colapesce, (in)fedele al pop

La 43a stagione dell’Associazione Musicale Etnea porta sul palco del Cineteatro Odeon di Catania, il tour di “Infedele” di Colapesce, accompagnato da una band rinnovata.


_di Raffaele Auteri

E’ quasi una prassi, oramai. I primi dischi da cantautore, voce, chitarra, emozione. Poi, pian piano, cadono un po’ tutti nella svolta pop. C’è chi lo fa in modo sfrontato, pensando di trovare più pubblico, c’è chi invece vi arriva con delicatezza e naturalezza: è questo il caso di Colapesce, giunto oramai al suo terzo album.

La scelta di esibirsi in un posto splendido come il Cineteatro Odeon sembrava un’arma a doppio taglio. Da un lato la comodità di poter vedere un’esibizione senza ammassarsi, potendosi anzi rilassare e concentrare sulla musica; dall’altro il rischio di presentare uno spettacolo troppo maturo per il pubblico a cui è abituato l’artista siciliano. Paura infondata. Merito, soprattutto, dell’insieme di ottimi musicisti di cui si circonda Colapesce per questo tour.

La prima parte del concerto è dedicata alla presentazione dei brani di “Infedele”, che dal vivo guadagnano tantissimo in dinamica ed energia. I bassi e le parti di elettronica che spingono, i tappeti di synth e la batteria compatta ci danno l’idea del grande concerto, senza far passare mai in secondo piano le parole di Colapesce, vero cardine della sua musica.
Si inizia quindi da brani più movimentati (come l’inizio coinvolgente con Pantalica) per poi alternare brani più pop nella struttura (Ti Attraverso, Totale) a melodie più dolci e articolate (Vasco De Gama e Decadenza e Panna arrivano dritte al cuore). Stupisce e colpisce l’accompagnamento vocale di Adele Nigro, una delle voci più belle che abbiamo in Italia, che praticamente finisce con l’eseguire un eterno duetto con Colapesce, doppiando strofe, ritornelli e cori.

Se i brani nuovi sono un tripudio di sintetizzatori, è solo quando vengono ripresi brani dei precedenti album che capiamo quanto la band sul palco sia un’unica grande entità che ondeggia tra strumenti diversi. I brani di “Egomostro” risultano essere di una dolcezza e allo stesso tempo di un’energia incredibile che, canzone dopo canzone, arriva fino alle ultime file del teatro. Un pop sicuramente più elegante e coinvolgente, dove le chitarre saltellano gioiose e il sassofono diventa protagonista modesto.

Le strofe di Colapesce da sempre ci riportano a quel pop (dei tempi) futuristico di Battiato, trovando però una poesia più intima e vicina al suo pubblico rispetto a quella eterea del Maestro.

La scaletta è stata perfetta, ingranando subito in quarta, facendo ballare, alternando brani gioiosi a ballate più malinconiche, da lunghi momenti di strumentale al solo cantautore sul palco. Stessa dinamica che si ripresenta per il meraviglioso encore, che si chiude con una meravigliosa interpretazione di Bogotà che strega l’intera sala. Un Colapesce armato solo di chitarra e parole magnifiche, emozionato, per la presenza dei parenti in sala o forse perché non c’è stato un solo secondo in cui il pubblico non abbia trovato un canale empatico con l’artista, che si perde in un coro finale che si insinua nelle labbra di tutti i presenti: cantano tutti, cantiamo tutti, senza rendercene conto, con naturalezza, col cuore in mano e gli occhi chiusi. Cantiamo tutti e vorremmo cantare tutta la notte quel coro, vorremmo tutti un po’ essere Colapesce, con quella voce debole e dolce, che ti parla davvero.

Per una sera, tornato a casa, non penso al tempo che ho perso, ma a quando potrò rivedere di nuovo un concerto di questa eleganza, bellezza e passione. Felice, perché c’è ancora chi sa scrivere canzoni e sa, soprattutto, suonarle dal vivo. Senza per forza creare un concerto patinato e appariscente, ma dove le note e le parole sono le vere protagoniste. Felice, perché decantiamo tanto i festival internazionali e grandi artisti, ma ogni tanto ci ricordiamo che qualche grande artista lo abbiamo anche dietro casa.

Gallery a cura di Martina Manoli

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