[INTERVISTA] Lorenzo Kruger: “Canto i Nobraino, ora da solo”

In pausa dai Nobraino, Lorenzo Kruger sta suonando le canzoni del gruppo romagnolo solo piano in giro per l’Italia. Abbiamo parlato insieme a lui di questo nuovo corso.

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_di Giorgia Salerno

E’ una delle personalità più particolari e istintive nel panorama musicale italiano: Lorenzo Krüger, voce e autore dei Nobraino, si è esibito sul palco del Color Fest (nella winter edition bolognese) con una performance piano solo da togliere il fiato. Con il suo profondo timbro da narratore di fiabe ci ha raccontato come è per lui suonare e soprattutto scrivere canzoni, quali sono le maledizioni di questi tempi moderni e altre cose preziose che vi lasciamo scoprire direttamente attraverso le sue parole.

Com’è suonare a Bologna? Che rapporto hai con questa città?

“Il mio rapporto con questa città è fondamentale in quanto emiliano-romagnolo, sempre se non dividono l’Emilia e la Romagna nei prossimi mesi. Bologna rappresenta per noi la nostra città di riferimento, per cui ha un senso già solo quello. In quanto tale l’abbiamo presa come punto di riferimento sempre per fare il passo successivo, dalle prime mosse: i nostri primi concerti a Bologna sono quelli a cui poi siete più legati, in maniera anche mitologica nella nostra testa. Adesso, questa sera è tutta un’altra cosa, nel senso che sono qua in maniera, non so come dire, extra-bolognese”.

Questa sera suoni da solo, giusto?

“Si, ora sono in giro da solo e lo sarò per un po’ di tempo”.

Il progetto dei Nobraino è in pausa?

“Si, i Nobraino saranno in pausa per qualche anno. Suonavamo insieme da vent’anni, da quando ero ragazzino, per cui sicuramente è un buon momento per ispezionare altri cassetti della questione”.

Ti senti più ispirato a pensare un live diverso, con soltanto te sul palco? Com’è?

“No, il mio essere solo sul palco è veramente solo una condizione funzionale, io sto bene con una band o comunque con altri musicisti sul palco: nel senso, sono un cantante non sono uno strumentista, per cui sto bene in piedi, sto bene con un microfono, libero di fare un po’ quel che mi pare. E francamente non vedo l’ora di tornare a quella condizione là, però è probabile che debba passare qualche mese. Questo tour piano solo è quasi un percorso di punizione che devo fare, espiare! (Ride) per poi mettere su un nuovo spettacolo”.

“Cantare è un gesto che pecca anche di eccessiva leggerezza, eppure, come si fa a rinunciarci?”.

Immagino che il rapporto che hai con il tuo pubblico cambi molto anche in base al live che porti in giro.

“Si, anche troppo. Però non c’è neanche uno standard, non seguo un format, vado a braccio ogni volta. E’ un esercizio molto formativo ed è anche faticoso”.

Mi piacerebbe sapere quando è stato il momento in cui hai deciso di dedicare la tua vita alla musica.

“Mah credo dal primo momento, ma più che alla musica allo scrivere canzoni. Dalle prime volte che sono salito su un palco, è stato un colpo di fulmine”.

Non hai mai avuto paura o esitazioni nel buttarti in questo progetto escludendo un percorso di vita che vent’anni fa, quando hai iniziato, avremmo definito più “tradizionale”?

“No, l’incoscienza non sarebbe tale se si cercasse di prevedere qualcosa, no?”.

Qual è il pezzo che hai scritto che ti racconta meglio?

“C’è un pezzo contenuto nell’ultimo disco che si chiama “La Statua” che è una canzone a cui sono molto legato, racconta molto di quello che sento”.

È difficile mettersi a nudo scrivendo canzoni?

“Si, è difficile mettersi a nudo anche cantandole, nel senso che… qui cito Paolo Conte che è sempre un grande maestro per me, che dice “Un uomo che canta ha sempre qualcosa di un po’ strano”. Ed effettivamente lo è, se ci pensi è un po’ contraddittorio rispetto alla sua natura, alla natura animale dell’uomo che poi è quella lì. Cantare non è una cosa che ci fa sopravvivere, piuttosto inventare una formula fisica, ecco. Einstein è un sopravvivente ma un cantante non lo è, per quanto sia molto più astratto scrivere formule di fisica o di astrofisica. Cantare è un gesto che pecca anche di eccessiva leggerezza, eppure, come si fa a rinunciarci?”.

Lo vedi anche come uno sfogo?

“In realtà è più una trance, sei in trance totale quando entri dentro a quella cosa lì”.

A proposito di quest’ultimo disco dei Nobraino, l’idea di chiamarlo come un numero di telefono attivo, che mettesse in contatto la band e il pubblico, da dove viene?

“Sicuramente dalla frustrazione che ho provato io, ma immagino anche tutto il gruppo dopo l’esperienza dello scandalo sociale in cui ci eravamo in battuti qualche anno fa. Avevamo voglia di comunicare a voce con le persone che avessero avuto qualcosa da dirci, nel bene e nel male. Era un’idea che mi ronzava in testa da qualche tempo”.

Qual è stata la cosa più curiosa che vi hanno chiesto tramite questo numero di telefono?

“L’esistenza di Dio! Piuttosto che qualche altra domanda del genere. Ma si può parlare veramente di tutto, è stato divertente, anche perché io poi sono uno terrorizzato dei tempi morti, ma come immagino che siano un po’ tutti. È un male modernissimo questo e devo dire che in furgone, durante il tour, abbiamo passato molto tempo in modo piacevole grazie a questo giochino”.

Cosa ascolti ultimente?

“Ah. Ecco un altro male moderno: ascoltiamo canzoni e non sappiamo chi le ha scritte. È un male da playlist. L’ultima cosa che ho fatto prima di andare in studio a novembre è stato mettere insieme dei brani che mi piacessero. Comunque indie internazionale, però molti nomi non li so, sai”.

Usi Shazam ?

“No, no faccio ricerca tramite Spotify o vado su YouTube a cercare cose, mi imbatto in delle traiettorie e le seguo!”

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