Philip K. Dick’s Electric Dreams: prima e dopo Black Mirror

Channel 4 gioca la carta di una serie sci-fi che vanta un cast di tutto rispetto e potrebbe mettere d’accordo nerd sci-fi e fan della fantascienza dell’ultimo minuto. E portare via una fetta di pubblico a Black Mirror? 


_di Gianmaria Tononi

Philip K. Dick non è esattamente uno qualunque, uno scrittorino di fantascienza che si è inventato due cosette e ci ha guadagnato da vivere. Ha influenzato più film, serie TV ed immaginario collettivo forse di chiunque altro (Stephen King escluso, ma stiamo parlando di due campionati diversi) ed il suo lavoro è alla base di cose da niente come Blade RunnerTotal Recall (oAtto di Forza che chiamarlo si voglia), Minority Report, A Scanner DarklyThe Man in the High Castle.

Ha creato un mondo da molteplici futuri e presenti distopici, in ognuno dei quali qualcosa è andato storto e l’umanità è inciampata sulla via della gloria, finendo spesso ad essere causa del proprio fallimento. Poche cose vanno per il verso giusto nella mente di Philip K. Dick, al punto da portare una parte della letteratura di genere a descrivere come “dickiane” quelle realtà in cui qualcosa non quadra, qualcosa è arrivato ad interrompere il regolare andamento di un futuro tutt’altro che scontato.

Questo il bagaglio con cui l’emittente inglese Channel 4 ha deciso di partire portandosi dietro un cast di attori penta-stellati, registi dai nomi risonanti e produttori che da soli bastano a ricordare la grandezza di altri show: ritrovarsi Steve Buscemi o Bryan Cranston sparsi qui e là, come tocco finale ad un prodotto incredibile, non può che farci contenti.

Channel 4 fino ad oggi era nota, al di fuori del Regno Unito, soprattutto per una cosa, le prime due stagioni di Black Mirror. Quelle stagioni che hanno fatto contenti tutti, che sono state assorbite nella cultura quotidiana senza pensarci due volte, che hanno colpito tanti spettatori offrendo al grande pubblico un’idea di futuro sbagliato, distorto da un degenero di causa umana che non potremmo mai perdonarci.

Questo il punto di partenza, e di arrivo fondamentalmente, con cui approcciarsi alla serie: sebbene sia sbagliato pensare di ritrovarsi un’altra Black Mirror, quella dei vecchi tempi, alcuni episodi non potranno fare altro che ricordarcela.

Altri andranno oltre, spronati da un’analisi più approfondita, dove l’umanità non si è consegnata da sola nelle mani di una tecnologia distruttiva ma è evoluta fino ad essere irriconoscibile basandosi sull’unica caratteristica che da sempre ci guida, la capacità di sopravvivere.

Se gli umanoidi artificiali di Crazy Diamonds e la realtà virtuale capace di farci dubitare della nostra stessa vita di Real Life ci ricordano che alcuni limiti possono essere sorpassati dal progresso prima che la mente umana sia in grado di adattarsi ad essi,Autofac ci espone al fatto che la vita umana è irrilevante, una presenza sul pianeta totalmente assoggettata dalle macchine da noi create.

I lati umani e psicologici toccati in The Commuter non hanno probabilmente uguali, così come il colpo di scena finale di Human Isci ricorda che la nostra coscienza ha ben poco valore se non sfruttata in modo adeguato.

Il tutto dà vita ad una prima stagione composta da 10 episodi, in Italia reperibili sulla piattaforma Amazon Prime che si occupa della distribuzione al di fuori degli UK, ognuno sconnesso l’uno dall’altro, dieci racconti dalla mente totalmente fuori dal comune dello scrittore.

Una carrellata di futuri, più o meno compatibili con la realtà, più o meno possibili o vicini, tra i quali perdersi senza un ordine preciso, per provare ad allargare il proprio immaginario ed andare oltre lo stereotipo della vita umana degenerata per colpa dell’umanità stessa e del suo progresso inarrestabile.

La serie potrebbe essere soddisfacente per tre tipi di persone: quelle a cui piaceva Black Mirror all’inizio, quelle a cui piace ora e quelle a cui non è mai piaciuto.

Le prime troveranno episodi in grado di lasciarci con il fiato sospeso, schiacciati da una tecnologia che ha preso il sopravvento e da una società degenerata al punto da non riporre nessuna speranza nel genere umano.

Le seconde possono essere attratte dalla capacità di esplorare il lato umano dei protagonisti senza per forza ricorrere a tragedie pendenti sulla testa di tutti, alternate a tratti di momenti che lasciano lo stomaco contorto per l’ansia che riescono a generare.

Le terze potranno godersi la visione senza limiti di una mente geniale, capace di pensare a cosa potrebbe andare storto anche se niente andasse storto, a cause esterne che portano al degenero della vita quotidiana senza la possibilità di attribuire la colpa alla società stessa.

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