Mostre d’arte a Torino: le prossime inaugurazioni da segnare in agenda

A poco più di una settimana dall’inizio dell’anno, le gallerie e i musei della città inaugurano nuove esposizioni di artisti internazionali, nazionali e locali, celebrando il nuovo e (perchè no) onorando il passato. Di seguito, una selezione delle prossime nuove mostre da non perdersi.

_di Miriam Corona

1) Remix 02 – Manuel Portioli presso Opere Scelte Gallery, dal 25.1 al 3.3

“Io attraverso il mondo della pittura  senza  alcuna  idea preconcetta,  con mente aperta  e   volontà  di  sperimentare.  Continuamente.  Irrequieto.” Queste  sono  le  parole  con  cui  l’artista  descrive  il  suo  approccio  alla  pittura  e  si  paragona poi ad un’antenna  capace  di  decifrare  una  varietà  di  segnali,  trasformandoli  in  immagini   comprensibili. Da  dieci  anni  Manuel  Portioli  (Reggio  Emilia, 1987)  dipinge  riuscendo  a  coniugare, con   esiti  inaspettati, un’attitudine  da  street  artist  a  tecniche  tradizionali. Il  suo lavoro  è  una  continua  ricerca  visiva:  elementi kitsch,  pornografia,  arte  di  strada,   spray,  etichette,  paesaggi  sublimi  dipinti  a  olio  e  scritte vengono  costantemente   mescolati,  e, in Remix 02, Portioli  ha  progettato  per  la  galleria  Opere  Scelte  degli   interventi  site  specific  che  racchiudono  tutti  questi  aspetti.   Nelle  sue  ultime  produzioni infatti i limiti si  espandono,  abbracciano le  pareti  circostanti  e   creano  spazi  tridimensionali  inclusivi. Nella  mostra  Remix  02  l’artista “attiverà”  lo  spazio  espositivo,  trasformandolo  in  una   macro­‐pittura,  che  richiama  l’installazione  contemporanea  e  le  classiche  sale  affrescate.

Via Matteo Pescatore, 11/D

2) Filippo de Pisis al MEF dal 24.1 al 22.4

“La mostra intende porre in luce il rapporto a lungo intercorso tra Filippo de Pisis e le fonti pittoriche del presente e del passato. L’approccio alla pittura da parte dell’artista nasce grazie all’amore e alla passione per la storia dell’arte, il culto per la tradizione ferrarese del Costa e del Francia, e si sviluppa nell’arco di un trentennio secondo varie passioni di volta in volta inseguite, percorse, collezionate e ritrovate. De Pisis, visitando e studiando le opere nei musei, ritrova le proprie radici legate al naturalismo e alla pittura francese, scopre se stesso e la propria ispirazione.

Dal confronto con i contemporanei de Chirico, Savinio e Carrà, in gioventù egli focalizza la propria attitudine a collezionare il mondo come pratica cosciente di riflessione metaforica e metastorica, in senso metafisico. Dall’incontro con la passione pittorica di Soutine, con il pastello rapido di Toulouse-Lautrec, riceve a Parigi lo stimolo per svincolarsi dalla lezione di Manet, pittore a lungo amato in gioventù e da sempre ritenuto un modello, e per approdare al libero segno sulla tela, a quella libertà espressiva che negli anni Trenta preannuncia gli esiti di certa pittura informale. Il dialogo con le fonti artistiche, la frequentazione dei musei europei, la pittura dei contemporanei, lo portano a elaborare un personale approccio alla tela che rimarrà negli anni inconfondibile, come una cifra indelebile nella storia dell’arte italiana del Novecento. La mostra, che raduna circa 150 opere tra dipinti e disegni, intende porre l’attenzione sul complesso mondo che caratterizza le passioni d’arte e la cultura dell’artista: l’inclinazione poetica, la passione antiquaria e collezionistica, il mondo musicale della lirica, l’indole del botanico naturalista e l’amore per il museo e le civiltà del passato. Queste costanti, che lo seguono per tutta la sua straordinaria parabola creativa, costituiscono delle tappe fondamentali e divengono i cardini attorno a cui si snoda il suo maggiore impegno nella pittura. Il concetto alla base della mostra consiste infatti nel far ruotare attorno alle opere depisisiane una costellazione di riferimenti di altri autori, proponendo al pubblico un percorso articolato in sezioni.”

Via Cigna 114

3) Valeria Dardano alla Fusion Art Gallery dal 13.1 al 27.1

 

“Valeria Dardano intravede nella costruzione scultorea la possibilità di porre l’accento sulle alterazioni etiche nei confronti degli individui. Un radicale ridimensionamento di valori è reso noto anche attraverso la natura, e deve essere posto, secondo l’artista, nelle pratiche quotidiane della vita. Una profondità deve essere cercata in particolar modo nelle nuove visioni contemporanee, dove la futilità e la superficialità dell’esistenza sembrano aver sostituito i valori primordiali appartenenti all’anima. 

I concetti di individuo e di identità finiscono sullo sfondo, corrosi dal nichilismo, che intrappola l’uomo in uno stato di vacuità e perenne insoddisfazione. L’interesse di Valeria Dardano risiede nel rendere visibili aspetti soppressi e repressi della personalità, nella fase “pre-linguaggio”, in cui ogni oggetto è capace di suscitare misteriose sensazioni. La concretizzazione delle idee dell’artista si concentra su un processo della memoria che sottolinea il potere dell’oblio, teso a esaltare il dialogo costante fra visibile e invisibile, in cui il mondo reale è tenuto definitivamente a distanza, dove ogni immagine è estranea a se stessa.

Le opere contengono in sé il desiderio di vedere a cosa somiglia il mondo oltre la fine, oltre il soggetto, oltre il significato, oltre l’orizzonte della sparizione, un mondo in cui ciò che scompare continua a condurre una vita clandestina e a esercitare un’ influenza occulta. Essi sono animati da una stessa passione per l’inconoscibile e dallo stupore di fronte a ciò che è oscuro e inspiegabile, costituiscono il simulacro di una dimensione ormai scomparsa e dimenticata da tempo, forse mai esistita, dove si incontrano e si intrecciano forme e concetti legati alla percezione del tempo e alle tracce di una presenza in transito nel vuoto di uno spazio, che invita farsi indagare grazie ad una propria perversa articolazione. Nel lavoro dell’artista si evidenzia la volontà di creare una dimensione estranea, che da vita a presenze provenienti da mondi sconosciuti, sommersi, mai esplorati, le quali interrogano lo spettatore sull’ipotetico percorso che le ha spinte ad arrivare fin qui, dando vita ad un nuovo viaggio: quello nella propria mente. Forme organiche emergono dal disordine infangato, troppo spesso occultato, di una dimensione che apre le porte alle reminescenze inconsce delle memorie perdute.

Più che sulla realtà l’accento ricade sulla sua assenza, sulle vite parallele di immagini e di oggetti, su visioni di un mondo inesistente, ma che vero e vivo si manifesta nelle profondità più oscure dell’io.

P.zza Amedeo Peyron 9/G

4) LE FORME DELL’ATTESA presso lo Spazio Don Chisciotte della Fondazione Bottari Lattes, dal 30.1 al 3.3

Israele, Italia, Macedonia, Portorico, Russia. Provengono da cinque Paesi diversi e si confrontano con tecniche differenti i cinque artisti della collettiva Le forme dell’attesa, in mostra a Torino allo Spazio Don Chisciotte della Fondazione Bottari Lattes  da martedì 30 gennaio a sabato 3 marzo 2018.

Gli artisti Patricia Fraser Silva (Portorico, 1969), Angelo Iodice (Barletta, 1980), Ben Livne Weitzman (Gerusalemme, 1990), Stefan Nestoroski (Struga, 1989), Ilia Yefimovich (Mosca, 1988) sono stati selezionati dalla Fondazione Bottari Lattes e da Areacreativa42 tra i vincitori e finalisti dell’Art Prize CBM 2017/2018. A Torino i cinque artisti portano opere inedite, mai esposte prima in città. Una ventina di lavori realizzati nel 2016 e 2017 che indagano sotto vari aspetti il tema dell’Attesa, tema a cui era dedicata anche la IV edizione del Premio, prendendo spunto da un’opera dello stesso Carlo Bonatto Minella (a cui è dedicato il premio), la Donna ebrea, realizzata nel 1877 e conservata alla Galleria d’Arte Moderna di Torino.

Il mondo corre sempre più veloce. L’attesa altro non è che l’altra faccia della fretta, dell’improrogabilità, dell’ansia di concludere un progetto o un’azione. Oggi tutto viene fatto nella fretta, nell’agitazione. Condizione transitoria, stato mentale di sospensione, legato alla gioia o all’angoscia, l’attesa si nutre dell’incertezza. Ma è nell’attesa stessa che meditiamo, valutiamo possibilità, imbastiamo i semi del futuro, ci prepariamo per l’avvenire. In Leopardi l’intensità emotiva di questa dimensione trova rappresentazione nel canto Il sabato del villaggio. Per Freud l’attesa “possiede un carattere di indeterminatezza e di mancanza d’oggetto”. Mentre Seneca rammentava che “il più grande ostacolo al vivere è l’attesa che dipende dal domani, ma perde l’oggi”.

L’impalpabilità di questa condizione psicologica viene affrontata con stili e tecniche diverse dai cinque artisti in mostra e sfocia in espressioni inaspettate.

INAUGURAZIONE: martedì 30 gennaio 2018, ore 18, Via della Rocca 37/B

5) Santo Leonardo al MAU, dal 12.1 al 5.2 

“Esponente tipico, anagraficamente e stilisticamente parlando, di quella “generazione di mezzo”, caratterizzata dall’essere venuta alla luce successivamente all’Arte Povera e prima della Transavanguardia, estranea formalmente ad entrambe,  da me più volte presa in esame, singolarmente e collettivamente, negli scorsi anni, e posta a confronto con successo, data l’indubbia sintonia, con la scena italiana più giovane. La prima impressione è quella di trovarsi davanti ad una forma di astrazione “dolce”, dove la linea curva prevale sulla rigidità dell’angolo retto, ma una più attenta osservazione svela quello che è il preciso intento rappresentativo. Si tratta infatti di figure umane nell’interezza anatomica, sezionate nelle linee forza, scandagliate nella loro interiorità, e miscelate fino ad ottenere un effetto di inedito spiazzamento visivo, realizzato con armonia, però, ed in grado di ipnotizzare colui che vi addentri lo sguardo oltre un certo limite. Nella personale presso la Galleria del Museo d’Arte Urbana Leonardo presenta una serie di pitture recenti di dimensioni medio -grandi, dove sarà possibile ammirare la plasticità cinetica del corpo inorganico che si plasma e si ricompone, in una dimensione di movimento cosmico, al di là del tempo e dello spazio.

Il titolo “Nessuna critica, si ignora….”, è una ironica stoccata, giocata sul piano dell’ambiguità voluta dell’affermazione, su di un certo ambiente medio – alto borghese di Torino, negli atteggiamenti esteriori progressista e “culturalizzato”, ma nei fatti tendente alla ghettizzazione di quanto non sia interno, per origine o cooptazione, al proprio ambiente, in poche parole, non “corretto politicamente”.

Questo modo di fare, spesso esteso al mondo dell’informazione, si basa non tanto sulla critica, che in quanto tale comporterebbe inevitabilmente visibilità per l’oggetto della stessa, ma sull’ignorare quanto avviene al di fuori del proprio angusto recinto. Atteggiamento di cui in molti abbiamo sofferto, specie nei decenni Ottanta/Novanta,  poi attenuatosi, pur non scomparendo,  in virtù di un sempre più esteso rimescolamento sociale che sta mutando gradualmente il volto del capoluogo piemontese.

Uno spirito libero ed indipendente come quello di Santo Leonardo ha certo patito di quella condizione riuscendo però, con perseveranza, a tenere dritta la barra del timone nel periglioso viaggio all’interno dell’arte.” (E. DI Mauro)

Via Rocciamelone 7

6) Ugo Simeone da Weber & Weber, dal 18.1 al 3.3

 

Ugo Simeone nasce nel 1964 a Benevento e nel 1986 ottiene il diploma in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Le opere dell’artista sono caratterizzate da sfondi neri sui quali appaiono indefinite impronte di oggetti, elementi privi di materia, dettagli, forme e realtà, ridotti all’essenza, sfuggenti e ineffabili, pure ombre fatte di luce. La contingenza e il particolare sono annullati a favore dell’evocazione di un tempo e di uno spazio eterni. L’oggetto non è più oggetto ma icona, immagine atemporale, densa di senso. Ugo Simeone, attraverso una tecnica fotografica precisa e raffinata, riesce a dare alle immagini un potere magico. La procedura stessa di costruzione delle immagini del pittore che richiede lentezza, precisione e costanza, ricorda quella dei monaci intenti a creare icone, per cui ogni gesto, pennellata, dettaglio tecnico, figura e disegno diventano espressione del sacro e della sacralità del mestiere. Ugo Simeone esporrà i propri lavori negli spazi della galleria Weber & Weber a Torino in occasione della sua prima mostra personale torinese. Partendo da alcune delle tavole che Giordano Bruno incise per i suoi scritti filosofici, Ugo Simeone presenta in questa nuova opera, dal titolo Sigillo, cinque grandi fotografie.

Via S. Tommaso 7

7) Michele Liuzzi presso Raffaella De Chirico Arte Contemporanea, dal 25.1. al 15.3

Michele Liuzzi ha affiancato un percorso teatrale allo studio del fumetto e della fotografia. Sovrapponendo immagini d’archivio, l’artista crea lavori destrutturati e frammentati, accolti favorevolmente all’edizione 2017 di Zona Maco Foto presso Città del Messico.

La galleria Raffaella De Chirico propone per la prima volta il percorso formativo e rielaborativo dell’artista. La deframmentazione si svela essere l’unicum che perpetra il lavoro di Liuzzi in un continuo work in progress. In mostra, attraverso uno scenario teatrale unico, verrà esibito il risultato dei venti anni del suo percorso di lavoro: la ricerca gestuale, ora rielaborata da un punto di vista concettuale,  si trasforma in frammentazione tridimensionale. 

Nella Project Room della galleria è ancora possibile vedere il lavoro di Andrea Sbra Perego e Federica Patera, RAR- Paesaggio Immaginale, prorogata fino al 15.3

INAUGURAZIONE: 25.1, alle ore 18:00 presso Via della Rocca, 19

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