Perché The End of the F***ing World ha monopolizzato il nostro weekend

Un dramma adolescenziale con un forte retrogusto di comedy, zeppa di humor nero e inglese, che sposta l’attenzione su due personaggi così lontani dal comune che ci stupiamo nel ritrovarci a riconoscerci in essi man mano, senza quasi accorgercene.

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_di Gianmaria Tononi

Otto puntate, venti minuti scarsi l’una, praticamente un film molto lungo per soddisfare la vostra richiesta di bindge watching senza togliervi il tempo di vivere una vita piena di soddisfazioni.

Il tutto inizia con i monologhi interni, che andranno avanti per tutta la stagione in una deliziosa alternanza con quelli esterni, di James ed Alyssa. Lui è un 17enne che si crede psicopatico, ha immerso la mano nell’olio bollente solo per capire se avrebbe sentito qualcosa ed ha ucciso diversi animali, vive la scuola come una teca tra cui scegliere la sua prima vittima umana. Lei è una ragazza ribelle nel senso assoluto del termine, incapace di sopportare l’autorità impostale da una madre senza granché da dire al mondo ed un patrigno indifferente alle sue sorti, motore iniziale dell’avventura.

Si avvicinano per motivi diversi (lei a lui poiché ha banalmente accesso ad una macchina, lui a lei poiché banalmente ne vede la prima vittima perfetta) e rompono tutto il legame con il passato, scappano con l’automobile del padre di lui senza una vera meta.

In tre episodi si conoscono, scappano, incendiano una macchina, occupano abusivamente una casa di uno scrittore/violentatore e killer seriale, Alyssa viene da questo attaccata mentre James la difende prontamente tagliando la gola all’assalitore. Si ritrovano senza un mezzo di trasporto, senza soldi, a coprire un omicidio imitando (male) i comportamenti degli assassini visti in TV e a dover scappare per evitare la polizia.

Fondamentalmente, al di là dell’assurdità dei personaggi e delle vicende che si trovano a vivere, è una classica storia d’amore adolescenziale: lei fa la prima mossa e lo toglie dal suo guscio, si avvicinano ed iniziano un’avventura insieme che li allontana dagli adulti, lui non è pronto ad affrontare il sesso, lei la prende male e cerca un altro, lui si sente in dovere di proteggerla, si allontanano senza smettere di cercarsi, si ritrovano e si promettono di non lasciarsi più, continuano la loro avventura idilliaca (a parte sangue, morte, esplosioni, pestaggi, polizia) che smette di esserlo quando si ri-scontrano con un mondo adulto e marcio, lei non è pronta davvero ad affrontare il sesso, nel finale lei prende le redini della cosa e lui si sacrifica per lei.

Se non fosse per la loro psicologia, per la tensione sempre di sottofondo e per la violenza permeante sarebbe una storia qualunque, anche abbastanza stereotipata nei generi maschile e femminile. Se così fosse saremmo qui a parlare di quanto è noiosa.

In realtà è una storia ben costruita e così fuori dai canoni da non annoiare mai, vive di un ritmo elevato ma non si estranea dall’esplorazione dei sentimenti più profondi dei protagonisti, trova il tempo di sfaccettare tutti i personaggi introdotti compresi i genitori e le detective senza dover correre da nessuna parte.

Uno splendido racconto della vita extra-ordinaria (ma non troppo) di due ragazzi che decidono di spezzare la monotonia per scoprire qualcosa in più di stessi e compiere quel viaggio che li renderà più adulti di prima: sapranno riconoscere la vera miseria del mondo, esule dall’essere la loro piccola cittadina, dopo essersi scontrati con adulti sempre e solo non in grado di gestire il proprio ruolo nella società.

Tocco di classe per il cuore che si accenna sotto la testa ormai morta di Clive con il sangue che gli sta sgorgando dalla gola, è nei piccoli dettagli (pensati a tavolino o inseriti dalla fantasia di chi guarda) che si vede la differenza.

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